Se fosse una casa, le fondamenta. Se fosse guerra, una trincea

Marco Pastonesi ricorda Maurizio Calenti, pilone simbolo dell’Asr Milano venuto a mancare di recente

ph. Sebastiano Pessina

Se fosse una casa: le fondamenta. Se fosse un albero: le radici. Se fosse terra o acqua o aria: terra. Se fosse guerra: guerra di trincea.

Se fosse una canoa: la canoa. Se fosse una bicicletta: povera bicicletta. Se fosse un pallone: ovale, ovviamente.

Se fosse una birra: tanta. Se fosse una pizza: a metro, o alla pala. Se fosse un dolce: il panettone.

Se fosse un gesto: l’abbraccio. Se fosse una parola: il silenzio. Se fosse un suono: lasciamo perdere. Se fosse un mese: agosto, perché agosto è il mese in cui si suda anche stando fermi, è il mese in cui anche il sudore suda.

E se fosse un colore: il nero. Perché il nero racchiude, comprende, unisce tutti i colori. E se ci è stato chiesto di non indossare nulla di nero, ma tanti colori, così com’è successo, è perché non ci deve essere tristezza. I piloni – si sa – vanno in paradiso, perché l’inferno lo hanno già vissuto sulla Terra.

E’ morto un pilone: Ciccio: Maurizio Calenti, detto Ciccio. Calenti Amore Dornetti era la nostra preghiera della domenica, il nostro Sarti Burgnich Facchetti. Asr Milano, dalla Ferrochina Bisleri (“l’antico liquore che fa sciogliere i palati”) alla Maa Assicurazioni, ma sempre Asr, che prima era solo Città Studi e poi anche Amendola Fiera, dilettanti che certe domeniche, nonostante la preghiera del mattino, trascorrevano pomeriggi poco dilettevoli, prendendole di santa ragione, ma anche vincendone, e quelle vittorie si trasformavano, si sublimavano, si ingigantivano – giustamente – in trionfi.

Quella volta a Bucarest. Tournée estiva. La prima partita a Pancevo, vicino a Belgrado, allora Jugoslavia. Serviva a spezzare il viaggio in pullman e, soprattutto, a vincere almeno una partita per salvare la spedizione. Poi i match a Petrosani, gente di montagna, duri a morire, a Costanza, con il grande Farul, e a Bucarest, con i poliziotti del Grivitia Rosie, intervallate da una crociera nel delta del Danubio, dove l’intera squadra prese e si trasmise il male di Montezuma seppure in forma balcanica. Chi guarì in tempo, entrò in campo. Chi non ce la fece, non uscì neppure dal gabinetto.

A metà del secondo tempo, mentre i due pacchetti di mischia si erano spostati per una touche, Ciccio era rimasto dall’altra parte del campo. Solo. Immobile. Come impietrito. Giorgio Monaco, il nostro mediano di mischia, richiamò l’attenzione dell’arbitro su quella statua di sale. I due corsero verso Ciccio. “Ciccio?!”. Ciccio non muoveva neanche le palpebre. “Ciccio, che cos’è successo?”. Ciccio sembrava impegnato a non spezzare un equilibrio precario e drammatico. “Ciccio, mi senti?”.

Finalmente Ciccio, nella sua immobilità, si riscosse, volse gli occhi verso Monaco e sussurrò, come avrebbe fatto Dino Zoff, come avrebbe fatto anche Gustav Thoeni, cioè senza muovere le labbra: “Mi sono cagato addosso”. Siccome era un duro, aveva tenuto duro al male di Montezuma, almeno fino a quel fatidico momento.

Ci vollero sette minuti e mezzo perché, muovendosi impercettibilmente, Ciccio raggiungesse un luogo privato di evacuazione.

Ciccio era un pilone sinistro, ma ha giocato in tutti i ruoli della mischia – escluso tallonatore – un po’ per versatilità, come sostiene ancora Lino Maffi, un po’ per indigenza, o carenza, o assenza. Incassava, restituiva. Sopportava, supportava. “Lentigrado”, nel neologismo coniato proprio da Maffi. “Prop”, pilone, in inglese, che significa puntello, appoggio, sostegno. Le fondamenta di una casa, appunto, se il rugby, o almeno la mischia, è una casa, oltre che una comunità, un clan, una famiglia.

Che sia una famiglia, lo si è capito anche l’altra sera, al Curioni, all’Idroscalo, a Milano. Canti di montagna e ballate blues, confessioni e confidenze, foto e maglie, testimonianze e omaggi, birra (tanta) e pizza (non a metro, neanche alla pala, ma comunque a teglie), e un “teghelè” degli Old (i Bislunghi) che oggi chiamano “touch”. E poi quel ritrovarsi, quel rivedersi, quel riunirsi. Sì: più segnati. Sì: più suonati. Sì: più commossi. Ma vivi. Tutti. E anche, ancora, per quanto possibile, Ciccio.  

onrugby.it © riproduzione riservata
FacebookTwitterGoogle+Pinterest
item-thumbnail

In memoria di Giorgio Sbrocco

Marco Pastonesi ricorda un uomo che fu giocatore e dirigente, ma anche docente e scrittore

item-thumbnail

Briganti Librino: incendio doloso alla Club House

Nella notte il rogo ha bruciato la struttura portando via i ricordi della società siciliana

item-thumbnail

Quando dei Cinghiali e un ex pugile olimpico si incontrano in un agriturismo

Il forte legame tra Paolo Vidoz, bronzo a Sydney 2000, e la squadra di rugby di Gorizia. Ce lo racconta Marco Pastonesi

30 novembre 2017 I nostri esperti / La storta e la furba
item-thumbnail

Martin Castrogiovanni, senza peli sulla lingua

Un evento al Teatro Brancaccio è l'occasione per svelare diversi aneddoti sul suo passato. Ce li racconta Marco Pastonesi

item-thumbnail

Amatori Rugby Milano, “la storia e la leggenda di una squadra che non c’è più”

Marco Pastonesi ci racconta il nuovo libro di Genesio Rossi sulla squadra più titolata d'Italia

item-thumbnail

Di palla ovale, di bambini, di infanzia e di palloni. Di Marco Pastonesi

Ritrovare il rugby in un manuale per genitori. Perché nel rugby la cosa più preziosa te la tieni stretta al petto

24 settembre 2017 I nostri esperti / La storta e la furba