Una mano sul cuore e due sul portafoglio: il rugby verso Asia e Stati Uniti

Sunwolves graziati per motivi commerciali e Pro12 Oltreoceano. Di un’Ovalia sempre più teledipendente

tokyo rugby

ph. Reuters

Il “Super” Super Rugby a 18 squadre ha avuto vita davvero breve. A partire dal 2018 infatti, sotto l’Equatore ritornerà una competizione a 15 squadre. La decisione era nell’aria, dopo che il format esteso del torneo aveva ricevuto critiche da parte di addetti ai lavori e tifosi, a seguito dell’apertura dei confini ai Jaguares argentini e ai Sunwolves nipponici (ma di casa anche a Singapore) La sorpresa riguarda però le squadre che verranno tagliate: due sudafricane (una era preventivabile, due certamente meno) e un’australiana. Argentina e Giappone, insomma, continueranno ad essere parte del torneo principe dell’Emisfero Sud. Anche per motivi che con la competitività e il gioco in senso letterale hanno poco a che vedere. Tagliate è la parola che abbiamo scelto, sacrificate è quella che, in modo provocatorio, avremmo potuto utilizzare.

 

 

 I Sunwolves salvati…dal mercato asiatico

Brent Impey, Chairman di SANZAAR, lo ha detto in modo abbastanza chiaro. “La decisione di non tagliare i Sunwolves è direttamente legata ai nostri piani strategici del futuro. Il potenziale del rugby in Asia, con l’organizzazione della RWC 2019, è importante. Una franchigia nipponica è una delle chiavi di questa strategia“. Con buona pace di Sudafrica e Australia, alle prese in queste ore con una decisione dal peso specifico enorme per il futuro e la diffusione della palla ovale nei rispettivi paesi. “Non è stata una decisione facile – continua Impey – e sappiamo quali difficoltà comporti la riduzione delle franchigie. Ci saranno scontenti, ma il futuro del torneo e la realtà economica è un qualcosa di cui dobbiamo tenere conto”.

sunwolves super rugby

ph. Reuters

Anche perché “SANZAAR è lieta che tutti i maggiori broadcaster partner abbiano approvato questo nuovo format. Sono uno stakeholder importante e condividiamo la stessa visione futura del Super Rugby”. Ricordando solo che contratti e diritti televisivi hanno da sempre avuto un ruolo di primo livello nella storia delle competizioni SANZAAR e nella nascita di Tri Nations e Super Rugby ; e che la situazione forse più delicata è quella dell’Australia, alle prese con un crollo dei praticanti e che, dovesse tagliare Perth, concentrerebbe tutta l’attività nella costa est.

 

Si va, insomma, verso uno sport più in “scacco” dei diritti televisivi, con pro e contro del caso: per vedere i grandi campioni nei club europei di calcio, bisogna ingoiare lo spezzatino richiesto dai broadcaster, che tramite i diritti hanno una voce molto grossa nelle entrate dei club.
Giusto? Sbagliato? Ognuno avrà la propria opinione. Ma da riconoscere è la generale sensazione che l’Emisfero Sud abbia iniziato a percorrere in modo deciso strade di professionismo ed espansione globale forse ancora poco battute nel Vecchio Continente, o almeno in maniera non così decisa. E se si tratta di trovare una quadra in una competizione che coinvolge 6 paesi e 15 fusi orari, si va avanti per la propria strada.

 

 

 

Stati Uniti: manca solo il salto nel professionismo

E dalle nostre parti cosa succede? Succede che l’espansione celtica verso gli Stati Uniti da ipotesi fantarugby, sembra assumere col passare dei mesi sempre maggior concretezza.

Il rugby è uno sport da diversi anni in fortissima crescita nel paese a stelle e strisce, soprattutto attraverso il privilegiato canale collegiale che negli altri super sport del paese ha un ruolo fondamentale. I college teams sono arrivati quasi a quota 800; il Collegiate Rugby Championship, massima competizione Seven collegiale, è giunta all’ottava edizione e lo scorso anno ha attirato 30.000 tifosi nel weekend di gare al Talen Energy Stadium di Chester, Pennsylvania; la finale della Varsity Cup National Collegiate Champion, massima competizione collegiale a 15,  è trasmessa in diretta nazionale dalla NBCSN.

 

Una nuova strategia che guarda all’Europa

Il tentativo di creare una propria lega e una propria competizione, il Pro Rugby, si è arenato in alto mare dopo una sola edizione per attriti Lega-Federazione, fino al rompete le righe (e i contratti) di dicembre. La volontà è quella di avere palla ovale di alto livello, ma sembra si sia optato per un’altra strategia: “importare” il professionismo appoggiandosi ad una competizione già esistente. E qui entra in gioco il Pro12.

 

Un format per Conference

Che delle tre competizioni regine europee, è di gran lunga il cugino più povero. Se i diritti di trasmissione del Top 14 per il periodo 2019-2023 resteranno ancora a Canal+ in cambio di  97 milioni di euro a stagione nelle case della LNR (che ridistribuisce ai club), la cifra annua del Pro12 non dovrebbe superare i 15 milioni a stagione. Dopo i tanti colloqui dei mesi scorsi, le cose sono proseguite fino all’identificazione di due possibili sedi: Houston e l’area Boston/New York. Il format? 14 squadre divise in 2 Conference, partite di sola andata contro le squadre dell’altro Girone e di andata/ritorno con quelle della propria Poule. Calendario razionale (doppio impegno Oltreoceano concentrato in dieci giorni) e, ovviamente, tutti i vantaggi commerciali e televisivi del caso.

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