Italia-Sudafrica, quando il cielo è più azzurro del solito

I Delinquenti prestati al mondo della palla ovale raccontano Italia-Sudafrica: quando gli azzurri sono entrati nella storia

italia-sudafrica nazionale  parisse

ph. Sebastiano Pessina

Ci sono giorni in cui tutto sembra mettersi per il meglio. Succede, quando devi ricevere in casa una squadra con la catena giù, reduce da una stagione da dimenticare e chiudere al più presto, possibilmente con un sorriso. Certe squadre non è che le rimetti in piedi in due secondi, ci vogliono giorni, mesi. Pure anni. Alcune di loro necessiterebbero del tasto “Reset”, come certi pc che proprio non vogliono saperne di lavorare senza intoppi. Ripartire e vedere l’effetto che fa. Ma non è così semplice. A meno che a ricevere gli ospiti, una squadra di rugby dal grande nome e dal grande passato, ma con un presente plumbeo, non ci sia qualcuno con la maglietta azzurra. L’Italia, storicamente, partite del genere le sbaglia come non ci fosse un domani. Le gioca eh, per carità, anche bene, poi si smarrisce nel finale. Viene il braccino, manca il colpo di reni. E si resta col rimpianto, che è la cosa peggiore. Nessuno qui però è laureato in psicologia, nessuno pretende di capire cosa vaghi per certe teste in certi momenti dell’incontro. Da fuori la cosa è il più delle volte quasi imponderabile, arbitraria. Come lanciare una moneta e vedere cosa esce. Esce “Testa” e siamo davanti all’ennesima sconfitta onorevole, con l’avversario che trema ma alla fine la sfanga sempre. Esce “Croce” e siamo a Firenze, stadio “Artemio Franchi”, in un sabato pomeriggio di novembre.

 

Alla porta bussano gli Springboks. Ci tremano sempre i polsi, davanti a loro. Non fosse altro che alla voce “Peggior Sconfitta”, vicino a quel 101 a 0 datato 1999, ci sia proprio lo stemma con disegnata l’antilope. Forza sovrumana, quella sudafricana, di solito coniugata ad ottime percentuali al piede. Quasi mai avuto un piazzatore scarso, loro. Due Coppe del Mondo vinte, l’ultima nel 2007 con una dimostrazione di forza incredibile. Mischia storicamente pesante e avanzante, touche imprendibili e trequarti che fanno il resto. E però da un po’ di tempo, da quelle parti, la strada tira più in su del solito. Ci sono problemi politici, c’è chi vorrebbe imporre l’utilizzo di tot giocatori di colore per garantire una certa “equità” nelle scelte del selezionatore di turno, proposta da considerare folle se non si fosse nella terra natia dell’apartheid.

Il Rugby Championship è stato un fallimento e prendere 9 mete (a zero) contro gli All Blacks in casa ha lasciato il segno. È un momento difficile per loro, ma se Atene piange Sparta non ride: noi dalla Nuova Zelanda di mete ne abbiamo prese 10, innanzitutto. Conor O’Shea chiede tempo, e ha ragione, anche perché si viene da un paio di anni di vacche magre che ve le raccomando. Non siamo più così performanti nelle fasi statiche, forse abbiamo trovato una mediana di livello, dietro ci sono un paio di talenti capaci di dire la loro(Campagnaro e Sarto su tutti), ma sono in infermeria. Jake White, glorioso ct sudafricano, in un giornale scrive che l’Italia perderebbe da molte province sudafricane. Lo sa che sta esagerando, ma non può non aver capito che i suoi ragazzi hanno bisogno di una robusta carica emotiva.

 

Partono forte, loro. Noi siamo nervosi, facciamo tre falli consecutivi, veniamo ricacciati nei nostri cinque metri. Non calciano mai per i pali, provano il blitz, la guerra lampo, ma in maul non fanno strada, e neppure vicino ai raggruppamenti. Venditti e Favaro fanno la spia e ricacciano indietro i sudafricani, ma al primo allargamento De Allende e Le Roux trovano la breccia giusta e Habana schiaccia. Non è una bella partenza, ma reagiamo subito: maul nei 22 sudafricani e Van Schalkwyk va dentro, andiamo avanti noi con la trasformazione di Canna, 7 a 5. De Allende trova il buco giusto in corridoio dopo un bel break di Lambie. Tatticamente siamo sul pezzo, ma la difesa schierata ha qualche buco di troppo: Kombrinck, e Le Roux fanno troppa strada, Lambie viene fermato da Padovani solamente in extremis. Rischiamo il tracollo più di una volta, ma in qualche modo riusciamo a tenere. E nemmeno loro sembrano più fenomeni. Il loro gioco è sempre quello, la buttano sui muscoli e sulla potenza, ma non c’è un piano B. E dire che nella stagione 2016 si sono rivelati i Lions con un gioco arioso e divertente, ma sono presenti solo con il numero 8 Whiteley e la mediana di riserva composta da Faf de Klerk e Elton Jantjies, troppo poco per poter dare un’impronta diversa al DNA sudafricano. E si vede, che non ci sono grosse idee: attaccano dritto per dritto, noi difendiamo forte e teniamo. Accorciamo al piede con Padovani, poi difendiamo tutto il difendibile nei nostri 5 metri. Gli Springboks avrebbero un altro calcio piazzabile, lo mandano in touche. E noi li rimandiamo indietro. Fino alla fine del primo tempo. Nel secondo abbiamo subito una flessione: calcio sbananato da McLean, loro tornano su, facciamo fallo. Touche, Fuser spinge il saltatore in aria e si becca il giallo. Ancora touche, i sudafricani sembrano sul punto di rompere la partita, ma ci esaltiamo ancora in difesa, costringendo Le Roux ad aprire al largo per Habana, ma Padovani lo placca all’ultimo. Si torna su un vantaggio sudafricano, questa volta Lambie indica i pali. La partita la perdono qui, gli Springboks, ma ancora non lo sanno. Favaro e Parisse sono ovunque, Minto non lo vedi ma inanella 16 placcaggi, McLean ne butta giù altri 12. Bronzini, mediano di mischia al secondo cap, è incredibile per sacrificio e furia agonistica nei raggruppamenti. Nel secondo tempo O’Shea fa debuttare contemporaneamente Quaglio e Ferrari contro i piloni sudafricani. Ma ha ragione lui, in mischia non retrocediamo più. Siamo duri a morire, guidati da un coach forse più coraggioso e duro dei suoi giocatori. Gli Springboks sentono la botta, provano a cambiare giocatori, ma la loro situazione non migliora.

 

Anzi, nonostante l’assedio a Fort Apache sembriamo più freschi e più disciplinati. Una volta nei loro 22 proviamo lo sfondamento in maul, poi palla allargata per Benvenuti. Tommaso è uno dei talenti azzurri ritrovati, pure in difesa, dopo mesi di oblio. Benvenuti deve gestire un due contro uno, all’ultimo serve Venditti, il quale spiana il tentativo di placcaggio di Jantjies e plana in meta. Andiamo di nuovo in vantaggio, mancano più di venti minuti.  Gli Springboks non hanno più le gambe per tenerci, sorpassano con un piazzato da metà campo, ma poi subiscono la stessa sorte. La difesa italiana tiene che è una meraviglia e costringe i sudafricani a calciare continuamente o a ripartire alla mano dai loro 22. Non è cosa. Da un pallone perso guadagniamo un calcio di punizione, andiamo in touche, portiamo giù il pallone e sfondiamo in maul, la palla ce l’ha Fuser. Viene giù tutto. Il buon O’Shea, che già si era lasciato andare alla prima meta, non è più contenibile in nessuna delle maniere ortodosse conosciute. È comunque un britannico, non è il Mallett che corre piangendo per il Flaminio, ma non lo tieni. Il match sarebbe chiuso, solo che siamo andati fuori con i piedi, niente meta e rimessa sudafricana. Mancano 13 secondi, devono risalire il campo, non l’hanno fatto per 80 minuti, non lo possono fare ora. Ma noi siamo quelli dei finali un po’ così, e allora un po’ di strizza e un piede contratto ad evitare il peggio ce l’abbiamo un po’ tutti. Solo che Biagi si libra nel cielo e schiaffeggia la palla dalla nostra parte. Il Franchi esulta, anche chi non mastica rugby capisce che è finita.
Palla ad Allan, calcione in parcheggio o quasi, è Storia.

 

È la Storia di una Nazionale sempre corta all’arrivo e per una volta vittoriosa a braccia alzate. È la Storia di un allenatore con la fame giusta, di giocatori con la fame giusta. È la storia di Van Schalkwyk, Geldenhuys e Steyn, che hanno affrontato e vinto quel che avrebbe potuto essere il loro sogno di ragazzini.

È la Storia di una moneta che, per una volta, ha deciso di cadere sulla faccia giusta.

È la nostra Storia, quella di chi cade, ogni tanto si rialza e sorride.

E si rende conto che, in certi giorni, il cielo sa essere più azzurro del solito.

 

di Cristian Lovisetto

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