All Blacks, un dominio conquistato sul campo ma che nasce fuori

La squadra più forte di sempre? Probabile. Ma la Nuova Zelanda di oggi è un qualcosa che Ovalia ancora non aveva visto

ph. Jason Reed/Action Images

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E ora, lassù, ci sono soltanto loro. A dirla tutta c’erano anche prima: a detenere il record di vittorie consecutive a livello internazionale erano infatti il Sudafrica di Nick Mallett (con un filotto di 17 affermazioni tra il 1997 e il 1998) e ben due diverse nazionali neozelandesi, ovvero quella del quadriennio 1965/1969 – si giocava molto meno allora – e quella di Steve Hansen del 2013/2014. Con il 37 a 10 rifilato all’Australia ad Auckland questo sabato gli All Blacks hanno toccato quota 18, cosa mai successa prima a questi livelli. Un record che ora potrebbe presto incrementare: i tuttineri giocheranno infatti a Chicago contro l’Irlanda il 5 novembre, contro l’Italia il 12, di nuovo contro l’Irlanda una settimana dopo (stavolta a Dublino) e infine il 26 novembre a Parigi contro la Francia.
Un primato che certifica un dominio assoluto che però è ben diverso e molto più “profondo” di quelli che lo hanno preceduto. Questi All Blacks sono una squadra fenomenale, un gruppo di grandi e grandissimi campioni, ma se dovessimo prendere in esame solo questi aspetti bisognerebbe dire che non sarebbero certo i primi della storia del rugby. Anzi, forse – può sembrare paradossale – alla Nuova Zelanda di questo 2016 manca il giocatore eccezionale: solo un anno fa alla RWC in Inghilterra c’erano Dan Carter e Richie McCaw, oggi non c’è neppure Sonny Bill Williams, ma alzi la mano chi ne ha sentito la mancanza.

 

Si è molto discusso della coesione di questi giocatori, della capacità dello staff tecnico di dar vita a un qualcosa che funziona a meraviglia a prescindere di chi va in campo. Tutte cose vere, verissime. Però bisognerebbe forse ribaltare la prospettiva: la Nuova Zelanda che oggi va in campo rappresenta una perfezione (o quasi) che ha il suo cuore e la sua ragion d’essere al di fuori del rettangolo verde. La NZRU ha iniziato dopo il Mondiale del 2007 un percorso ben preciso, che è stato perseguito con metodo scientifico e una rigorosità non seconda a quella dei XV protagonisti che indossano la maglietta nera. Non è un caso che siano arrivati i due Mondiali prima e ora questo record, perché va detto che gli All Blacks erano la squadra più forte praticamente a ogni edizione del torneo iridato finora giocato ma prima del 2011 avevano alla fine rimediato più delusioni che conquiste.
Giocatori dalle grandi e grandissime qualità non sono mai mancati, ora però c’è un sistema oliatissimo in ogni suo aspetto, dal minirugby alla nazionale, passando per scuole, selezioni giovanili, club di ogni livello, franchigie. Un sistema sottoposto a continue verifiche e aggiustamenti, condito poi da uno spirito critico e autocritico alle volte finanche eccessivo, ma se questi sono i risultati…
L’impressione è che la squadra che si sia messa sulla strada migliore per inseguire gli All Blacks sia al momento l’Inghilterra, che però deve fare i conti con un movimento di club che da sempre ha spinte centrifughe quasi inesistenti in Nuova Zelanda. Il tempo ci dirà chi potrà incrinare questo dominio e soprattutto quando.

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