King Carlos

Carlos Spencer: racconto di un re e del suo leggendario regno All Blacks.

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“Quel numero 10 lì chi è?”

“Si chiama Spencer, mister”

“Bene, l’anno prossimo lo voglio da noi, a tutti i costi

Non sappiamo di preciso se le parole o il modo di fare fossero esattamente questi, ma Graham Henry non è uno che parla per nulla. Mai stato. E ci vede bene, eccome se ci vede bene. Quel mediano di apertura di appena 18 anni sta facendo quello che vuole in campo e, nonostante i suoi Blues stiano vincendo e il risultato non sia in discussione, uno degli allenatori più titolati al mondo ha fatto la sua scelta. Ad Auckland un talento del genere in regia può tornare molto utile, visto che il leggendario Grant Fox ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo e non ha lasciato grandi eredi. Il ragazzo, che non è proprio uno degli ultimi cretini del pianeta, accetta. Comincia così una di quelle favole che chi ama la follia, il rischio e un po’ di sana delinquenza vorrebbe sempre sentire. Una favola che non durerà così a lungo, ma che nel suo breve evolversi ha dato quelle fiammate in grado di scaldare i cuori di chi vede il rugby come una corsa protesa in avanti, verso nuove avventure, verso nuove strade. Di chi preferisce il cuore alle geometrie, la giocata spettacolare al calcio in mezzo ai pali, l’avventura al mero passare la palla. È la storia di Carlos Spencer, e già il fatto che uno nato nella contea di Manawatu porti il nome di una lunga serie di re spagnoli vi deve far capire quanto questo personaggio non sia poi così ascrivibile tra quelli da considerare “convenzionali”. Il ragazzo approda nel 1994 alla corte di Henry, e ci mette poco tempo per far capire di non essere come tutti gli altri: può giocare apertura o estremo indifferentemente, ma il coach lo sistema in mediana. Esatto, mette in mediana un ragazzino che fino a qualche mese prima giocava nella terza divisione, due categorie più in giù. Ma ha ragione lui.L’impatto di Carlos Spencer in NPC è devastante. E diventa sempre più chiaro per tutti che non si ha a che fare con un mediano classico: il ragazzo associa doti fisiche considerevoli a una capacità di appoggi non comune. Rompe placcaggi, ricicla, inventa. Con la palla fa quello che vuole, alla mano e al piede. E non fa passare molto tempo dal pensare a cosa fare a mettere in pratica il tutto. No, nel dubbio ragione correndo. E cavolo se corre, il ragazzino.

Con un numero 10 del genere si attacca che è un piacere, si dà spettacolo. E si portano a casa le partite, che alla fine ha sempre la sua discreta importanza. Auckland vince a più riprese in NPC e si farà rispettare nel nascente Super 12, Carlos finisce ben presto nell’orbita dei New Zealand Colts, che altro non è che la Nazionale under 21.

Tutto bene finora, ma qui tocca fermarsi un attimo. Perché se ambisci ad una maglia da titolare negli All Blacks sai che oltre al talento devi avere una predisposizione al sacrificio e una costanza di risultati non indifferenti, visto che gli avversari per una maglia sono tanti e tutti ben quotati. Ma ci sta, la maglia nera con la felce argentata non è che te la regalino al mercato. Ma se nonostante tu metta in gioco tutto questo hai la sfortuna di nascere nello stesso periodo di un fenomeno, beh, la strada si fa parecchio in salita. Carlos ha tanto, quasi tutto, gli mancano un po’ il placcaggio e le percentuali dalla piazzola, ma quelle si fanno col tempo. Ma uno così, a 20 anni, sarebbe titolare ovunque.

Ovunque, non significa Nuova Zelanda. Perché le stimmate del fenomeno, non passano per Auckland. Si fermano un migliaio di chilometri più a sud. Verso Christchurch, precisamente. A Christchurch si fermano più spesso che altrove, ultimamente. E si presentano in un biondino che magari non avrà l’atletismo di Carlos, ma che si porta in dote una classe cristallina che non vendono ovunque. I suoi genitori lo fanno nascere a Durban, ma è neozelandese da generazioni. Non solo. È un’apertura da generazioni, figlio e nipote di numeri 10, e quando nemmeno la genetica fa scherzi non c’è storia. Il suo nome è Andrew Mehrtens, e forse ne avete sentito parlare. Una visione di gioco superiore, da iniziato, e un piede che distribuisce endecasillabi su e giù per il campo. Nel 1995 è proprio il biondo di Canterbury a guidare gli All Blacks al Mondiale in Sudafrica, la seconda scelta è Simon Cuhlane di Southland. Spencer a casa. La maglia nera numero 10 è difficile da afferrare, almeno fino al 1997. Carlos debutta da titolare contro i Pumas. Deve sfruttare l’occasione, lo sa, e lo fa: 33 punti, due mete, un calcio, 10 trasformazioni. I Pumas non ci capiscono nulla. Le presenze in nero cominciano ad aumentare, anche se a lottare insieme a lui e a Mehrtens ci si mette anche Tony Brown, mediano di apertura degli Highlanders. La Coppa del Mondo del 1999 lo vede tra i convocati, ma si infortuna nei giorni precedenti il debutto e ciao Mondiale. Le stagioni successive vedono Mehrtens stabile in cabina di regia e Carlos Spencer a dirigere più spesso l’orchestra nei Maori All Blacks. Che è sempre un discreto spettacolo eh, ma vuoi mettere la differenza? E sono colpi di genio anche lì, senza soluzione di continuità: nel 2000 a Genova trova il tempo di segnarci una meta partita da un suo calcetto a scavalcare. Peccato che la palla non la tocchi col piede, bensì con la coscia. Per dire.

Tutto questo fino al 2003.

In quell’anno tutto sembra mettersi per il meglio: il Super 12 lo vincono gli Auckland Blues e John Mitchell, ct degli All Blacks, cambia le carte in tavola. Per il Tri Nations non convoca Mehrtens, reduce da problemi personali, e affida la regia a Spencer, che a 29 anni si trova finalmente a giocarsi la sua chance mondiale. Attorno a lui Mitchell fa gravitare quasi per intero il blocco di trequarti Blues, con Mils Muliaina estremo, Rokocoko e Howlett ali, Rico Gear in panca sì, ma qui si parla di un’ala mostruosa. Si porta capitan Tana Umaga, che uno con quel carisma te lo porteresti dietro ovunque, anche sulle spalle. Lascia a casa Christian Cullen, ma con tutta quella Santa Barbara uno deve per forza star fuori. Mitchell, poi, sa bene una cosa: Spencer dalla piazzola è buono, ma non è un drago. E ogni tanto qualche licenza poetica se la prende. Allora si porta dietro anche un discreto numero di cervelli Crusaders: c’è Leon MacDonald, c’è Aaron Mauger. E un ragazzino, 21 anni, bravino anche lui al piede e alla mano, deve mangiarne ancora di pagnotte ma qualcosa di buono l’ha già fatto vedere: anche lui nel roster. Ne nasce una delle Nazionali più divertenti e prolifiche di sempre: i tuttineri schiantano Sudafrica e Australia e riportano a casa la Bledisloe Cup che non vedevano dal 1997. Poi si presentano ai Mondiali da secondi favoriti. Davanti nei pronostici c’è l’Inghilterra, che a Wellington ha vinto alla sua maniera, ma Tana Umaga e compagni sembrano comunque di un altro livello. Nel girone gli All Blacks scherzano con Italia, Tonga e Canada, che in totale segnano 20 punti. Faticano più del previsto col Galles di Stephen Jones, Shane Williams e di capitan Charvis, ma segnano comunque 8 mete. Ai quarti arrivano gli Springboks, battuti anche loro.

E qui ci fermiamo un attimo e mettiamo giù il cappello. Dal 70’ in poi, infatti, noi delinquenti della palla ovale possiamo godere dello “Spencer”, il passaggio no-look sotto le gambe. Marshall passa in tuffo, ma la palla è lenta e l’ala sta già montando su un Carlos girato verso il suo numero 9. Siamo pronti ad assistere quantomeno ad una tombata che farebbe trovare il petrolio sotto l’erba di Melbourne. Invece la palla passa in mezzo alle gambe, un solo movimento. E Rokocoko schiaccia la palla in bandierina. Gioco, set, incontro. Si va in semifinale contro l’Australia di Eddie Jones, uno squadrone, e a lasciare a bocca aperta è ancora Carlos Spencer.

No, non fraintendete.

Lo sappiamo tutti com’è finita.

Passaggio a scavalcare a dir poco scriteriato, Mortlock intercetta e 80 metri di corsa. Poi difesa clamorosa e piede di Flatley, Australia in finale, All Blacks terzi e ciao Mitchell.

Nessuno ha mai detto che questa sarebbe stata una favola a lieto fine (sportivo). Gli errori purtroppo si pagano, a volte a caro prezzo. Ma credo che chiunque abbia mai giocato ad apertura, e più in generale chiunque ogni tanto si senta in gabbia, vorrebbe barattare un bel numero di “corte ma sicure” con un paio di giocate di questo pazzo maori col nome di un re spagnolo e con un cervello capace, in qualche momento, di far scopa a quello di qualche divinità del mondo ovale. Solo per vedere la faccia dell’avversario sorpreso e battuto. Solo per vedere l’effetto che fa. Anche a costo di dover controllare un rimbalzo ovale più grande di noi.

Prima di andare a giocare in Inghilterra (Northampton e Gloucester) Carlos Spencer contribuirà a battere i British & Irish Lions con la maglia dei Maori All Blacks, nel 2005, ma la sua carriera in Nazionale era già finita. Dopo il Mondiale giocherà solo un paio di partite con la maglia degli All Blacks, durante il Tri Nations 2004, sotto la guida di Graham Henry.

Che nel frattempo ha parlato ancora una volta.

“Mi piace quel numero 12 che c’era in Nazionale, quel ragazzino che calciava ai Mondiali. Fatelo giocare apertura nel club che al resto ci penso io”. Non sappiamo di preciso se le parole o il modo di fare fossero esattamente questi, ma Graham Henry non è uno che parla per nulla. Mai stato.

Lo farà debuttare da numero 10 nel tour autunnale del 2004.

Il ragazzino in questione, abbiamo detto, giocava nei Crusaders.

Si chiamava, e si chiama ancora, Dan Carter.

Il signore sì che se ne intende.

 

Cristian Lovisetto

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