Leinster-Italia Under 18, si parte. Marco Pastonesi racconta la sfida

Comincia il match di Donnybrooke. Tra un odore che manca, giovani già adulti e una battuta con Aboud…

marco pastonesi
Amo i campi da rugby. Tutti. Dal primo all’ultimo. Dal primo all’ultimo non in senso estetico o geografico o spaziale, ma in senso temporale, cronologico, storico: insomma, dal campo del College di Rugby in poi. Io, in un campo da rugby, potrei viverci, abitarci, o meglio, campare. Il domicilio al Battaglini di Rovigo, così da fare riunioni condominiali con Maci e Doro. La residenza all’Arsenale di Messina, così da prendere le onde di sole e i raggi di mare con Arturo Sciavicco. La cittadinanza all’Ynysyngharad Park di Pontypridd, dove i minatori scendevano dal treno, si cambiavano ai bordi del campo e cominciavano a giocare. Così adesso adotto, mi affilio, m’imparento immediatamente con il Donnybrooke.

 

Solo che dopo un po’, nonostante l’affetto – spero – ricambiato, capisco che c’è qualcosa che non va. E dopo un altro po’, capisco che cos’è che non va. Non c’è il profumo di terra, di erba, di umidità, che per me è il profumo del rugby. Per forza: il campo è sintetico. Il rettangolo verde brillante, i bordi blu elettrico. A malincuore mi adeguo al progresso chimico ed economico, ma anche al regresso olfattivo e sentimentale.

 

I giocatori entrano in campo per il riscaldamento. Una volta i diciottenni erano grandi e grossi, piccoli e magri, pelosi o imberbi, campagnoli o cittadini, invece adesso i diciottenni sono muscolosi e muscolati, palestrati e costruiti, anche – diciamo così – più belli. Maurizio Zaffiri – manager dell’Italia Under 18, bella faccia da aquilano, mi ricorda l’Ulisse televisivo, che era un attore greco – mi spiega che i nostri provengono quasi tutti dalle Accademie, che vivono e si allenano come professionisti, che hanno già scelto di fare, da grandi, i rugbisti, non per banditismo, come noi, ma per professione. I modi e le modalità sono professionali. Invece gli esercizi sono rimasti identici a quelli di una volta: corsa, passaggi, stretching, mischie e touche, schemi, opposizione. Il ritmo cresce, sale, s’impenna, fino a diventare quello della partita: frenetico. E’ quello il momento di rientrare negli spogliatoi, indossare la maglia azzurra (Leinster) o rossa (Italia), e giocarsela. “Come va?”, mi fa Stephen Aboud, responsabile delle giovanili dell’Italia. “Sole, vento, libertà”, elenco, io, felice. “Un magnifico pomeriggio di rugby”, sintetizza Zaffiri. E si comincia.

 

La partita – due tempi da 35 minuti – è bellissima. Davvero. Gioco aperto, fisico, geometrico. Schemi consapevoli, spaziosi. Ritmo vivace. E’ un botta-e-risposta, un batti-e-ribatti, un dare-e-prendere. Sette a zero per Leinster, sette pari (meta di Tedeschi, trasformazione di Rossi), quattordici a sette per Leinster, quattordici pari (meta e trasformazione di Rossi). Intervallo. Diciannove a quattordici per Leinster, diciannove pari (meta di Di Vietro), fino al ventiquattro a diciannove per Leinster. Qui, per la prima volta nella partita, invece di calciare in touche, lo si fa tra i pali. E Leinster – ventisette a diciannove – mette il risultato in cassaforte.

 

di Marco Pastonesi

(fine della seconda puntata – continua). A questo link la prima.

Foto Credit gpfoto.ie

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