Il rugby perde un grande pilone: Genova piange Lele Remaggi

Ci ha lasciato ad appena 49 anni un rugbista che era anche un grande giornalista. Il ricordo di Marco Pastonesi

palla rugby

Gabriele Remaggi era un pilone. Era. Perché stanotte ha chiuso. Gioco, partita, incontro. Essere, esistenza, vita. Un’altra, magari, ammesso che ci sia, la vivrà altrove, con più leggerezza. Ma qui, fine delle trasmissioni.
Lele, per tutti, anche se di sbrigativo, in quella base per altezza, in quel volume, in quel tridimensionale, c’era ben poco. Gabriele rendeva meglio l’idea di una presenza quasi collettiva, comunitaria, sociale. Lui era uno che, da solo, per fisico e anche per carattere, faceva spogliatoio, gruppo, squadra. Rugbista, nel suo caso, si nasce. Era rugbista anche quando giocava a ping pong. E sarebbe stato rugbista anche se si fosse dedicato al curling.

 

Più che rugbista, Lele era pilone. Prima linea, trincea, fronte. Grande guerra, spesso. Metterci la faccia, sempre. Monumentale, architettonico più che scultoreo, una montagna umana, una muraglia umanitaria. Grande, grosso e buono. La persona più buona, per sentimenti, mai conosciuta. Sorridente, Lele sorrideva al mondo, alla vita, al rugby. Invidia, zero. Gelosia, zero. Rispetto e pudori, assoluti. Gente così è la bandiera, la pubblicità, l’anima del rugby. Campioni del mondo, a prescindere.
Ci legava il rugby, Genova e il Genoa, il Cus Genova e i Cavalieri di San Giorgio, il giornalismo di carta e di immagini (lui tutte e due), la scrittura e la lettura, la stessa grammatica e la stessa antologia eroica, e Marco Bollesan. Su di lui aveva scritto un libro crudo, vero, autentico, sincero, difficilissimo e riuscitissimo perché lì dentro Lele si era annullato per dedicarsi completamente, nel linguaggio e, direi, anche nel paesaggio, al guerriero, al gladiatore, al rugbista che avremmo voluto – tutti – essere, almeno nello spirito, nell’orgoglio, nella presunzione. Ci legavano anche parole sfumate in sorrisi, confessioni risolte in pacche, confidenze nascoste in abbracci.

 

Lele aveva 49 anni, ha lasciato moglie e due figlie, “le gemelline”. Il primo pensiero è come potranno tirare avanti, senza di lui, il suo lavoro e i suoi sorrisi, la sua presenza immanente, capiente, sapiente. Il secondo pensiero è che questa morte non è giusta, stavolta Dio si è sbagliato, la storia era un’altra, il destino si è  sbelinato, non vale, ricominciamo da capo, da zero, da lui, con lui. Altro che passare il pallone. Qui gliel’hanno strappato a gioco fermo, a luci spente, entrando di lato o placcandolo al collo.
Il funerale domattina alle 10 a Sestri Ponente.

 

Marco Pastonesi

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