I Cedroni della Val di Non, perché a volte la palla ovale nasce in un bar

Una squadra nata pochi anni fa e che sta mettendo solide basi tra le valli del Trentino. A portarci lassù Marco Pastonesi

I Barbarians nascono in un albergo, il Petrarca in un collegio, l’Amatori Catania in una trattoria, loro in un bar. Strano, perché i cedroni prediligono boschi di conifere, alberi di alto fusto, anche aree paludose, ma non i bar. Però ci sono cedroni e Cedroni: i primi sono urogalli, appartengono alla famiglia dei gallinacei, e sono particolarmente eccitati e bellicosi nel periodo dell’amore, e sono quelli dei boschi; gli altri sono giocatori, appartengono alla famiglia dei rugbisti, e sono particolarmente nervosi e guerrieri quando vedono un pallone ovale, e sono quelli dei bar. E sono proprio loro, i Cedroni con tanto di maiuscola, abitanti della Val di Non, a trasformarsi in testimoni e missionari, più spesso in martiri, inseguendo una meta.
Daniele Rosati e Simone Amato. I primi Cedroni sono loro due. Questione di conoscenza, di passione, di coraggio. Ed ecco la prima memorabile data: 18 novembre 2011. Sala comunale di Romeno, in Val di Non. Amato, laureato in Scienze motorie, triennale più specializzazione, espone la sua tesi sul rugby. E alla fine chiede a quella ventina di ragazzi che lo hanno ascoltato, un po’ sorpresi, un po’ stupiti, forse un po’ anche perplessi, ma molto incuriositi, chi se la sentirebbe di passare dalle parole ai fatti. Due settimane dopo, sul campo di Romeno, si ritrovano in una decina. E il bello è che sette di loro fanno ancora parte della squadra. A dimostrare che il rugby non è uno sport di difesa, ma di attacco, nel senso che si attacca, si appiccica, s’impossessa, s’impadronisce. E non si scolla più.

 

Allenamenti, esibizioni, dimostrazioni. Dimostrazioni anche di inesperienza e buona volontà. Una volta sagre paesane, adesso si chiamano “Rugby Day”, la prima amichevole – si fa per dire, perché di amichevole c’è il terzo tempo, non i primi due – contro il Valpolicella, a Romeno. Poi ogni scusa è buona, sei contro sei, quando va bene anche sette contro sette, chi c’è c’è, fino a quindici contro quindici.
Ed ecco la seconda memorabile data: 6 ottobre 2013. Campo di Romeno, prima partita di campionato, serie C, contro il Valeggio. Una inevitabile serie di sconfitte, o non vittorie, qualche zero nel tabellino per precipitazione, per sfortuna, per un niente. Ed ecco la terza memorabile data: 16 febbraio 2014, la prima vittoria, storica, 22-5 sul campo della Benacense, a Riva del Garda.
I Cedroni sono verdi, il colore della Polisportiva Cedroni, specializzata in sport invernali, la prima ad accoglierli. I Cedroni sono una trentina di giocatori più cinque fra dirigenti, tecnici e accompagnatori, e adesso cominciano ad aggregarsi anche under 18, e se si potessero coinvolgere altri potenziali Cedroni dalla vicina Val di Sole e dalla non lontana Val di Fiemme, ancora scopertamente ovali, la famiglia si moltiplicherebbe. I Cedroni sono anche sette ragazze, che con le ragazze del Lagaria Rovereto e dei Cavaliers Bolzano formano le Alp Queens, e partecipano alla Coppa Italia Seven, in un girone con Trento, Vicenza, Verona e – l’immaginazione al potere – Torelle Sudate di Padova e Palle ovali isontine di Gorizia.

 

I Cedroni trovano sponsor, dalla birra austriaca Wolfbeer (la birra del lupo, con il miracolo di mettere d’accordo per la prima volta lupi e cedroni) al ristorante-pizzeria La Diga fino alle Casse Rurali. I Cedroni passano dal campo di Romeno a quello di Revò, che preferisce i rugbisti ai calciatori, e questa è una bella notizia, e anche un primato, e adesso si stanno rifacendo campo e spogliatoi, e anche questa, in fondo (Fondo è un paese della Val di Non, ma in questo caso non c’entra), è una bella notizia.
Perché il problema dei Cedroni non è il campo, ma il tempo. Da novembre a marzo, com’è successo questo inverno, il campo sembrava più adatto a una gara di sci di fondo (neanche stavolta si tratta di Fondo) che a una partita di rugby. Bianco immacolato di neve. Così la prima richiesta inoltrata, e la prima autorizzazione concessa, al Comitato federale è stata giocare le partite in trasferta d’inverno, e recuperarle in casa in primavera. Risolto il problema delle partite, rimaneva quello degli allenamenti, fatti nella palestra di una scuola elementare, buona idea anche se originale e restrittiva. Ma nella zona ci sono due o tre campi in erba sintetica, e lì, prima o poi, i Cedroni troveranno asilo.

 

E la filosofia? “Il rugby è lo sport del coraggio, della forza, della velocità, del fango, delle mischie e… del terzo tempo” con l’invito “Vieni ad allenarti con noi”, che significa anche vieni a mangiare e bere con noi (manifesto promozionale dei Cedroni). E lo spirito? Il “marchio di fabbrica” della squadra è quello che dicono gli avversari, “ecco i Cedroni, i primi a taciar a bever e chei che sera el torneo”, i primi ad arrivare e gli ultimi ad andarsene, almeno ai terzi tempi. E l’ispirazione? “La nostra gloria più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarci ogni volta che cadiamo” (Nelson Mandela, come postato sulla pagina Facebook). Il comandamento? In due parole: “Mai straci!”, mai stanchi.
E adesso si capisce come – al di là dei risultati, oltre il senso della neve – i Cedroni siano dei vincenti. Perché, nati in un bar, hanno cominciato la loro storia con l’obiettivo del togliere i ragazzi dai bar, per poi finire con il riportarli nei bar, ma con altre regole di vita e con altri codici di appartenenza.

 

di Marco Pastonesi

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