Osterie, palla ovale e il Rugby Paese: una piccola storia tutta italiana

Marco Pastonesi ci racconta le vicende di un club che negli scorsi mesi ha fatto una scelta difficile

Tutto il mondo è Paese. Paese il paese, Paese in provincia di Treviso e nello stato del rugby, Paese regno del rugby paesano, Paese patria di mille Bepi e di mille Toni, Paese palcoscenico di “Roccia” e di “Mel”, il Paese del “baòn pirolòn” come lo chiamavano, con modesto senso dell’umorismo, quelli del pallone rotondo.
Quando Paese entra in Ovalia, nel 1956, è campagna: chiesa e campanile, tre o quattro osterie, un cinema, una decina di laureati visti quasi con sospetto, un’antica gloria come il lottatore Antonio Sandos Bandiera, detto il Toro del Montello, capace – secondo una leggenda – già a 15 anni di sollevare una mucca di cinque quintali. Bel pilone, se solo avesse giocato a rugby. Ma il rugby nasceva soltanto allora, nella miseria, nella modestia, nella semplicità. Un pallone maltrattato, di dubbia provenienza, una muta di maglie usate, forse del Treviso, scarpe chiodate, fatte in carcere e comprate da Pinarello, non per solidarietà ma per economia, tant’è vero che dopo un paio di allenamenti già stavano insieme soltanto con lo scotch, nel senso del nastro isolante. Però già una mezza sede, in una delle tre o quattro osterie, dove si cementava lo spirito di squadra, dove si collaudava il cuore del Paese, anche le coronarie, e anche il colesterolo.

 

Erano felici, i paesani, e forse non lo sapevano. Era felice il primo XV, che scese in campo in 14, e limitò i danni a tre mete contro il Casale. Era felice Bepi Furlan, che faceva il tallonatore e anche il magazziniere. Era felice la squadra che partecipò alla memorabile trasferta di Trieste: memorabile non per il risultato, la solita sconfitta, ma per quello che ne seguì, una visita al bordello perché, causa legge Merlin, stavano per chiudersi le case chiuse. Erano felici quelli che, senza alcuna diaspora o polemica, giocarono anche a XIII, forse solo per carenza di giocatori. Ed erano felici anche quei giocatori che abbandonarono Paese e partirono per l’Australia, non per dedicarsi al rugby, ma per trovare un lavoro. Pavin e Bergamin, Franchin e Scattolin, Pozzebon e Pozzobon, Collodo e Zanon, perfino un Gianni Bugno omonimo del due volte campione del mondo di ciclismo. Chi ce l’ha fatta, fino a trasformare Paese in Italia: Cecco Mazzariol, Walter Pozzebon, Fabio Semenzato e Paolo Buso.

 

Qualche giorno fa, il Paese si è ritrovato. Squadre, allenamenti, poi campionati. Per propria iniziativa, niente A, ma B. “Non ci sono le condizioni economiche”. Meglio essere chiari, soprattutto con se stessi. Però squadra cadetta in serie C, Under 20 e Under 16. E come scuola Vendramin, anche Under 14, Under 12, Under 10 e Under 8. E le donne. Fino a venerdì, il centro estivo per i ragazzi nati fra il 2001 e il 2008, dalle 8.30 alle 13, giochi, corse e merende.
Il bel Paese si regge su quelli che giocano gratis o pagando, su quelli che vanno a verniciare la bacheca della segreteria, su quelli che seducono gli sponsor e sugli sponsor che fingono di essere stati sedotti, su quelli che sostengono l’associazione umanitaria padovana “Un cuore un mondo”, e su quelli che dedicano quanto di più prezioso abbiano, cioè il proprio tempo. In questa dedizione, tutto il nostro mondo è Paese. Perché il rugby italiano – non quello delle stelle, ma spesso, e lo scrivo con orgoglio, quello delle stalle – si regge così. Miracoli all’italiana.

 

P.S. Se un giorno qualcuno vi dovesse mandare a quel paese, prima di rispondere a parole o a cazzotti, chiedete se quel paese ha la maiuscola. In questo caso, ringraziatelo e rassicuratelo dicendogli che a quel Paese ci siete già stati, o che presto ci andrete. Perché andare in quel Paese, è un privilegio.

 

di Marco Pastonesi

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