Autore: Paolo Wilhelm

  • Nations Championship: bignami semiserio della prima giornata

    Nations Championship: bignami semiserio della prima giornata

    Italia: la fisica ci dice che la direzione del tempo potrebbe tranquillamente essere opposta a quella che sperimentiamo quotidianamente, che tanto le equazioni matematiche che descrivono il mondo funzionerebbero tranquillamente anche se il tempo scorresse al contrario. E che alla fine a dare una direzione dal passato al futuro è “solo” la seconda legge della termodinamica (in diverse parti del mondo alcuni fisici sono morti leggendo queste righe).
    Poi però c’è l’ancora misteriosissimo fattore I, ovvero Italrugby, una squadra capace di andare avanti e indietro con una naturalezza esasperante. Stavolta è andata indietro, tanto indietro. Diciamo come se fosse il 2017?
    Giappone: che dire, bravi, bravi davvero. Accidenti.

    Nuova Zelanda: quando attaccano gli All Blacks sono impressionanti, meno quando c’è da difendere, però – porca paletta – questi sanno soffrire davvero. Curiosissimo di vederli nei test del Greatest Rivalry Tour contro il Sudafrica tra fine agosto e settembre.
    Francia: ok, hanno un bacino di giocatori gigantesco da cui attingere, ma se vuoi battere gli All Blacks certe assenze sono pesantissime per chiunque. E comunque, stringi stringi, hanno perso di appena due punti. Chapeau, nonostante tutto.

    Sudafrica: non è certo una novità, ma questi danno papagne a tutti come Bud Spencer in uno qualsiasi dei suoi film.
    Inghilterra: questi invece ultimamente prendono papagne magari non da tutti, ma comunque da tanti. Troppi. Boh.

    Australia: un anno fa ha chiuso il Rugby Championship con due vittorie e tre ko, 138 punti fatti, 137 presi. A novembre ha perso – male – con Inghilterra, Italia, Irlanda e Francia. Ora va ko con l’Irlanda di un paio di punti, colpa anche di un calcio sbagliato nel finale (non semplicissimo da realizzare però). I wallabies stanno tornando.
    Irlanda: prende 4 mete nei primi 27 minuti – facendone però 2 – ma alla fine si impone 33 a 31. Diverse cose da rivedere e/o sistemare, ma non smettono mai di mordere le caviglie.

    Argentina: la garra non manca mai, però a volte diventa una coperta un po’ troppo corta per coprire tutte le magagne. Se poi trovi una Scozia così finisce che i puma più che graffiare si mettano (quasi) a miagolare.
    Scozia: che cosa gli vuoi dire? Bravi, bravi, bravi (sì, proprio come il Giappone).

    Galles: altro mattoncino nella ricostruzione: attenzione a questi qui.
    Fiji: crea tanto, al solito, rimane con poco in mano, come capita spesso. E come sempre è tra le squadre più divertenti da guardare.
    Vakarau! Cibi!

    Il grillotalpa

  • Nations Championship: un Giappone che cambia pelle aspetta l’Italia

    Nations Championship: un Giappone che cambia pelle aspetta l’Italia

    Il fischio d’inizio è in programma nel pomeriggio di Tokyo, quando in Italia saranno ancora le 10 e 40 del mattino, sono infatti sette le ore di fuso orario tra noi e il Giappone.

    Allo stadio Chichibunomiya Rugby Stadium di Tokyo (capienza per oltre 27mila tifosi, intitolato a Yasuhito, principe Chichibu, fratello minore dell’imperatore Hirohito: dai, un po’ di storia non fa mai male) il 4 luglio si affronteranno Italia e Giappone nella partita che segna il debutto degli azzurri nella prima edizione del  nuovo Nations Championship. Per la squadra allenata da Quesada ci saranno poi gli impegni contro gli All Blacks (11 luglio a Wellington) e l’Australia (Perth, il 18 luglio).

    Leggi anche: Franchigie in crisi e tanti dubbi sulle convocazioni: per l’Australia due mesi complicati con l’Italia all’orizzonte

    Un tour molto impegnativo per la qualità degli avversari, per le lunghissime trasferte e perché per noi arriva al termine della stagione mentre Nuova Zelanda, Wallabies sono praticamente all’inizio e il Giappone più o meno a metà.

    Un tour impegnativo anche perché l’Italia è chiamata a dare conferma di quanto di buono ha fatto vedere sia nei test match autunnali che – soprattutto – al Sei Nazioni, concluso un paio di mesi fa. Insomma, le aspettative non mancano.

    Sulla carta la partita con il Giappone è la più abbordabile, ma è davvero così? Il bilancio degli incontri tra le due nazionali è decisamente a favore dell’Italia, che ha vinto 8 dei 10 scontri diretti finora giocati. L’ultimo ko risale al giugno del 2018 (34 a 17 a Oita, gestione Conor O’Shea).

    La squadra asiatica ha vinto una sola gara delle ultime 5 giocate, a Tblisi contro la Georgia, ma va anche detto che i 4 ko precedenti sono arrivati contro Irlanda, Sudafrica, Galles e Australia, e contro le ultime due è stata sfida punto a punto o quasi. Il ct è Eddie Jones, uno che non ha bisogno di presentazioni, e che è alla sua terza volta sulla panchina nipponica.

    Il Giappone è nel pieno di una mutazione generazionale: a inizio anno è stata diramata la lista della Prelimary Squad per il 2026. In tutto 55 giocatori, ma 32 di loro non arrivano a 10 caps, compresi 12 debuttanti assoluti. Nella lista ci sono in tutto solo 11 atleti che erano presenti tra i convocati del Mondiale 2023 (di questi sono 8 quelli scesi in campo – da titolari o nel corso della gara – nell’ultima partita di quel torneo, persa contro l’Argentina).

    Non mancano giocatori esperti, anzi: tra gli avanti il pilone Keita Inagaki vanta 53 presenze in nazionale, sono 32 per il seconda linea Warner Dearns, 92 per Michael Leitch, che di lavoro fa il terza linea. Tra i trequarti spiccano i 38 caps del centro Dylan Riley, i 29 dell’apertura Seungsin Lee e i 26 dell’altro centro Tomoki Osada. Da tenere d’occhio il mediano di mischia Naoto Saito, che gioca a Tolosa (ok, poco, quest’anno solo 9 presenze e 2 da titolare, ma provate voi a farvi ingaggiare da un club così importante…)

    Un bel mix di giovani e senatori. Alla partita contro gli azzurri il Giappone arriverà dopo aver sfidato i Maori All Blacks a Nagoya, il 27 giugno. Dopo l’Italia i Brave Blossom affronteranno l’Irlanda (11 luglio, a Newcastle, in Australia) e la Francia (il 18 luglio a Tokyo). L’Italia parte favorita, ma bisognerà fare grande attenzione.

    Il Grillotalpa

  • Dall’Italia all’Italia: la storia rugbistica di George North è un po’ anche la nostra

    Dall’Italia all’Italia: la storia rugbistica di George North è un po’ anche la nostra

    “Hi guys, I just want to come on here and let you know at the end of the season I’ll be retiring. For me it’s the right time”.
    George Philippe North, 34 anni da un paio di settimane, ha annunciato così il suo ritiro dal rugby giocato. La nazionale l’aveva lasciata già al termine del Sei Nazioni 2024, con ultima presenza il 16 marzo in quel Galles-Italia per noi indimenticabile.
    Ora lo stop definitivo.

    Un giocatore gigantesco, in tutti i sensi. Per i suoi 114 chili distribuiti in un metro e 93 centimetri di altezza (numeri da seconda linea, ruolo in cui ha giocato da giovanissimo, prima di essere spostato tra i trequarti quando era al Llandovery College) e per la sua carriera: 320 partite fin qui giocate con le maglie di Scarlets, Northampton, Ospreys, Provence, British & Irish Lions e – ovviamente – Galles. È stato titolare 303 volte, 116 mete marcate, 580 punti segnati.
    Poi ci sono i trionfi nel Sei Nazioni 2012, 2013, 2019 e 2021. Con i Dragoni (121 caps, praticamente tutti da titolare, e 47 mete segnate) è andato al Mondiale 4 volte, giocando due volte una semifinale, una nel 2011 in Nuova Zelanda contro la Francia e in Giappone nel 2019 contro il Sudafrica, perdendole entrambe di un niente. Con i Saints nel 2014 fece la doppietta Premiership-Challenge Cup.

    Nel suo destino anche parecchia Italia, oltre alla partita di addio al Galles di cui abbiamo già fatto menzione: il suo debutto con gli Scarlets nel rugby dei grandi è datato 4 settembre 2010, al Monigo contro il Benetton Treviso in Celtic League (finì 34-28 per i biancoverdi), contro l’Italia – nel 2015 – ha firmato la sua prima hat-trick in un Sei Nazioni.
    Il 13 novembre 2010 diventa il giocatore del Galles numero 1078: a 18 anni e 214 giorni scende in campo da titolare contro il Sudafrica campione del mondo. Il XV in maglia rossa perde 25-29 ma lui conquista in un attimo il Millennium con due mete, diventando così il più giovane giocatore della storia del rugby gallese a marcare nella sua gara di debutto.

    Numeri spaventosi ma che non fanno di George North il più grande giocatore della sua epoca, anche se è uno dei pochissimi che può permettersi di giocare in quel campionato lì.
    Però c’è qualcosa che me lo fa sentire particolarmente vicino, un po’ più di altri: la carriera di questo immenso giocatore prende il via a è a grandi linee nello stesso periodo in cui OnRugby ha preso forma prima ancora di trovare il suo spazio concreto nel web, la sua carriera – con tutte le differenze del mondo – è un po’ anche la storia delle pagine che leggete ogni giorno.
    Ora George North si toglie gli scarpini. Buona fortuna George, e grazie. Anzi, come diresti tu: Diolch.

    Il Grillotalpa

  • Rugby e soldi, la lezione che arriva dall’Australia. Forse.

    Rugby e soldi, la lezione che arriva dall’Australia. Forse.

    Ora il problema è spendere bene. E ok, siamo d’accordo, averne di dilemmi così, ma alla fine sempre quello rimane: un problema.

    È quello che probabilmente stanno pensando negli uffici del Cricket Ground Trust Sports Precinct, area meridionale di Sydney.
    Qui, all’incrocio tra Moore Park Road e Driver Avenue si trova infatti la sede di Rugby Australia, la federazione della versione a XV della palla ovale di quell’isola grande quanto un continente. Perché da quelle parti la cassa è tornata a sorridere dopo anni difficili, molto difficili.

    I numeri li avete potuti leggere anche qui, su OnRugby, pochi giorni fa. Quelli principali dicono che la federazione down under ha potuto chiudere il bilancio 2025 con un attivo di 70 milioni di dollari (australiani). Una cifra che mette alle spalle i rossi di bilancio degli ultimi anni: 27 milioni nel 2020, 4 milioni e mezzo nel 2021, 9 nel 2022, altrettanti nel 2023 e 36 nel 2024.

    Motore di questo salto davvero spettacolare è stato il tour dei British & Irish Lions della scorsa estate, con tre sfide ai wallabies e sei contro altre squadre e selezioni australiane. Nove match che hanno generato quasi 147 milioni di dollari che hanno consentito di chiudere un prestito da 80 milioni ottenuto nel 2023 e che pesava come un macigno sulle casse di quel movimento.
    C’è di che essere felici, anche perché l’anno prossimo l’Australia ospiterà i Mondiali. E secondo le stime del comitato organizzare saranno circa 250mila tifosi che arriveranno dall’estero. Numeri notevoli per un paese che non è esattamente dietro l’angolo per nessuno, Nuova Zelanda esclusa.

    Bene, tutto a posto? L’orizzonte del rugby australiano torna finalmente a illuminarsi dopo alcune stagioni di grande difficoltà economica e sportiva? Beh, forse.

    L’Australia si trova oggi in una posizione invidiabile: ha ripianato i debiti e sta attendendo un torneo importantissimo in casa sua, che verosimilmente aumenterà il tesoretto a disposizione.
    Spendere bene però è un lavoro molto più complicato di quanto non si possa immaginare e ritrovarsi con numeri che virano di nuovo verso il rosso è un attimo. Il fatto è che gli investimenti migliori sono spesso quelli che danno risultati sul medio-lungo periodo e che difficilmente sono immediatamente visibili. Dicendolo male: sono poco sexy. L’Australia deve scegliere se rifarsi il trucco o rendere più forte la struttura, lo scheletro di quel movimento.

    Le scelte che farà Rugby Australia possono essere una lezione un po’ per tutta Ovalia, che negli ultimi anni ha visto diffondersi una sorta di gigantismo che però sembra avere i piedi d’argilla, con diverse federazioni in difficoltà economiche, per non parlare dei club (ne ho scritto qui recentemente), anche se non va dimenticato che l’Australia ha risanato la sua posizione proprio grazie a due dei prodotti più rilevanti di quel gigantismo: il tour dei Lions e il Mondiale.
    Poi bisogna tenere conto che ogni realtà ha la sua storia, le sue caratteristiche, delle peculiarità che non si possono generalizzare, non sempre almeno. Osservare e separare quello che può essere applicato anche in casa propria e cosa invece va lasciato laggiù.

    Se a Sydney devono capire come spendere bene quei soldi, il resto del mondo rugbistico deve dimostrare di avere la freddezza nell’esaminare quello che può essere considerato un laboratorio grande come un continente: vedi mai che una simile congiunzione astrale capiti anche ad altre latitudini.

    Il Grillotalpa

  • Dagli Wasps ai Moana Pasifika: l’agitatissimo oceano (economico) del rugby

    Dagli Wasps ai Moana Pasifika: l’agitatissimo oceano (economico) del rugby

    Wasps, Worcester Warriors, London Irish, Cardiff e Tarbes per stare in Europa. Negli Stati Uniti la Major League Rugby tra il 2025 e il 2026 è passata da 11 a 6 squadre, e ultime a uscire dalla lega statunitense sono state Utah Warriors, Miami Sharks, Houston SaberCats e i NOLA Gold di New Orleans.
    Poi c’è il Super Rugby, prima con i Melbourne Rebels e ora con i Moana Pasifika. In Italia gli ultimi casi sono Noceto, Colorno e Verona.
    Le squadre qui sopra elencate sono fallite o entrate in amministrazione controllata negli ultimi anni o costrette a lasciare i tornei a cui partecipavano per motivi economici.

    Casi isolati? Non proprio, anzi, in genere sono “solo” (si fa per dire) i più gravi. Casi che comunque si muovevano/muovono in movimenti comunque in difficoltà.
    Quello dell’Inghilterra è esemplare: secondo il report della compagnia indipendente Leonard Curtis (una delle principali società britanniche di risanamento aziendale e insolvenza) pubblicato lo scorso autunno, nella stagione 2023/2024 sei club su 10 di Prem erano insolventi e nessuno ha potuto registrare profitti per il terzo anno consecutivo: la perdita media per club è stata di 3,4 milioni di sterline, quasi 4 milioni di euro. Negli ultimi 10 anni le perdite accumulate complessive toccano quasi 177 milioni di sterline.
    Vero, nella stagione 2022/2023 le squadre insolventi erano 7, una in più rispetto all’ultimo audit, ma questo perché i Saracens sono ricorsi a un pesante rifinanziamento, vale a dire un nuovo debito.

    E il Top 14? Sta un po’ meglio, ma non troppo. Non ci sono casi clamorosi come in Inghilterra, ma il clima generale non può non destare preoccupazione, nonostante si stia parlando del campionato più ricco del mondo (Canal+ garantisce 130 milioni di euro di diritti televisivi a stagione, con contratto in scadenza nel 2027): nel 2025 10 dei 14 club hanno registrato perdite e la Lega transalpina ha annunciato una perdita operativa di 64,5 milioni di euro per la stagione 2023-2024, quasi il 10% in più rispetto a quella precedente.
    Difficoltà finanziarie che riguardano anche diverse federazioni Tier One, Galles e Australia su tutte, con quest’ultima però che inizia a vedere la luce in fondo al tunnel.

    Numeri che stanno a indicare un mondo che ha bisogno di strade e soluzioni nuove, non solo difficili da trovare, ma che hanno bisogno anche di tempi medi per dare risultati concreti.
    Un report di Oliver & Ohlbaum Associates dello scorso settembre sottolineava l’obsolescenza delle strutture finanziare e di governance del rugby mondiale, a dispetto di discipline più dinamiche: gli esempi positivi fatti erano quello del cricket e della Formula Uno.
    James Haskell nella presentazione del report di Leonard Curtis è ricorso a una metafora efficace, con il rugby inglese descritto come un’automobile “che va a tutto gas, ridendo e con gli occhi sbarrati, verso il precipizio.”
    Tipo la famosa scena di Thelma e Louise. Forse però il tempo per frenare c’è, e non solo al di là della Manica.

  • Se fossi francese… pensieri dopo Italia-Francia

    Se fossi francese… pensieri dopo Italia-Francia

    Diciamo che sono francese, e che sto per scrivere un articolo per il sito OnRugby, da leggere con l’accento sulla ipsilon. Cosa metterei nero su bianco dopo aver visto Francia-Italia?
    Direi, pardon, scriverei che alla fine il XV bleus ha portato a casa quello che doveva portare a casa: vittoria e punto di bonus. E già questo brutto non è, anche perché il rischio è di dare scontate cose che non lo sono affatto.
    Che Antoine Dupont è rugbisticamente un mostro, ma sai la novità, e che Emmanuel Meafou è un gigante della seconda linea, fisicamente ed “ovalmente”.

    Poi probabilmente sottolineerei la bontà e la profondità delle scelte a disposizione di Galthié, alle quali se aggiungiamo i giocatori nemmeno convocati nel gruppone che prepara le partite diventano un mezzo esercito.
    Tirando le somme: nulla di particolarmente originale e/o brillante.

    Leggi anche: Sei Nazioni 2026, le pagelle di Francia-Italia

    Poi però un paio di cose andrebbero aggiunte: che sì, insomma, missione compita e squadra fortissima eccetera eccetera, certo che però le pratiche Irlanda e Galles erano state chiuse molto più velocemente e agevolmente: il primo tempo di Parigi con la nazionale in maglia verde era finito sul 22 a 0, quello a Cardiff sul 26 a 7.

    A Lille invece si è andati al riposo sul 19 a 8 e il tabellone non si è mosso fino alla meta – decisiva – di Drean, minuto 72. E ok, vero che l’Italia non ha mai dato l’impressione di poter vincere davvero la partita, ma la Francia non è nemmeno riuscita a scrollarsela di dosso fino a 8 minuti dalla fine, e non è che non ci abbia provato: più banalmente, non ci è riuscita. Infine, ad essere intellettualmente onesti, quel 33 a 8 finale non dice davvero come è stata la partita, è quantomeno ingeneroso nei confronti della squadra di Quesada.

    Avrà pesato il nuovo formato del torneo con tre gare una dopo l’altra e non più due e quindi una settimana di riposo? Sì, può essere, ma il formato è uguale per tutti, anche per l’Italia, che però non ha certo quella profondità e quella bontà di alternative di cui si parlava poco fa. Quindi quella fatica, che sicuramente c’è, conta solo fino a un certo punto. No, dai, siamo onesti fino in fondo: conta davvero poco.

    Leggi anche: Italia, il bollettino medico su Ange Capuozzo dopo il match con la Francia

    Quello che conta è che l’Italia è diventata una signora squadra, anche nelle giornate meno brillanti e imprecise, come a Lille. E che gli uomini che per l’occasione indossavano una maglia rossa hanno tanti meriti per come è andata la partita. E che se non avessero commesso alcuni errori evitabili, beh, un punto di bonus difensivo se lo sarebbero portato via.

    Che chiusa scriverei per quell’ipotetico articolo?
    Che tra un paio di settimane scarse gli azzurri ospitano a Roma les mauvais anglais, ed è vero che l’Italia non ha mai battuto l’Inghilterra, ma una prima volta c’è sempre…

    Il Grillotalpa

  • Sei Nazioni: un po’ di elettricità per fare l’ultimo scatto

    Sei Nazioni: un po’ di elettricità per fare l’ultimo scatto

    Attività dinamica, irrequietezza. Il vocabolario della Treccani definisce così l’uso figurato della parola “elettricità”. E forse l’elettricità è una delle poche cose in cui è deficitaria la nazionale italiana fin qui vista al Sei Nazioni.

    Il gruppo Quesada gioca bene, davvero molto bene, ha fondamentali importanti e l’impressione è che i margini di crescita siano ancora notevoli. Risultati che stiamo ottenendo nonostante tanti infortuni: Tommaso Allan, Edoardo Todaro, Ange Capuozzo, Page-Relo, Riccioni, Negri, Vintcent, Trulla e Lucchesi.
    Nomi non banali, tanto più per un movimento che non ha ancora una profondità commisurata alle sue potenzialità, un gruppo di atleti che potrebbero tranquillamente essere titolari nella quasi loro totalità per una qualsiasi partita del Sei Nazioni.

    Leggi anche: Irlanda, Andy Farrell: “Abbiamo battuto un’Italia molto forte. Tanti errori, ma abbiamo vinto col carattere”

    Sei Nazioni: un po’ di elettricità per fare l’ultimo scatto

    Una lista che è l’ennesima conferma della bontà del lavoro che sta portando avanti il ct di Buenos Aires. Ma l’elettricità a cui abbiamo accennato più sopra?

    Le partite contro Scozia e Irlanda ci hanno mostrato una squadra che sa cosa vuole e che sa come ottenerlo, che intendiamoci, è tantissimo, ma il gruppo azzurro manca di un pizzico di imprevedibilità, di quelle giocate più legate all’intuito e all’estro personale che all’organizzazione del gioco, quel tipo di giocate che possono disorientare e bucare la difesa avversaria: le penetrazioni di Capuozzo ne sono l’esempio plastico. Caratteristiche che avrebbero potuto essere garantite anche da un giocatore come Todaro. Ma entrambi sono ko.

    Tra i giocatori a disposizione Quesada, per avere quelle caratteristiche “elettriche”, può contare sicuramente su Menoncello, in parte Zuliani, forse Odogwu. Certo, c’è (ci sarebbe) Monty Ioane, che con la Scozia ha giocato una buona partita piena di lavoro sporco ma senza quel tipo di spunti mentre la trasferta irlandese è stata per lui un netto passo indietro.

    Non è vero che l’Italia a Dublino ha buttato via una grande occasione come si è letto da più parti: più semplicemente non l’ha saputa cogliere, forse non ha ancora i mezzi e quel tipo di cattiveria che solo il tempo di può dare. Tutte caratteristiche a cui l’Irlanda ha invece attinto nel secondo tempo, quando si è vista la differenza di ranking tra le due squadre, non tanto per la qualità del gioco ma per la malizia.
    Verrà anche quella e troveremo il modo di far tornare l’elettricità. Contro la Francia ne avremo davvero bisogno.

    Il Grillotalpa

  • Irlanda-Italia, a Dublino con una speranza nuova

    Irlanda-Italia, a Dublino con una speranza nuova

    Le date che segnano un prima e un dopo sono generalmente parecchio arbitrarie: per esempio, nel 476 d.C. l’ultimo imperatore romano d’occidente viene deposto ma non è che dal primo gennaio successivo il mondo fosse poi diverso da quello che lo aveva preceduto. Anzi. E che quello fosse il momento in cui finiva l’Età Antica lo abbiamo deciso a posteriori, un migliaio e passa di anni più tardi. Però quelle date sono un simbolo, spesso molto potente.

    Tipo il 14 ottobre 2023. A Parigi si gioca il quarto di finale della RWC 2023 tra Irlanda e All Blacks. Una finale anticipata nelle premesse, una vera e propria finalissima per quello visto in campo. A imporsi, lo sappiamo tutti, furono i neozelandesi per 28-24 al termine di 80 e passa minuti di bellezza rugbistica accecante. Quella data per l’Irlanda è diventata un prima e un dopo.

    Il tarlo

    Una squadra che sembrava lanciata a conquistare il mondo, costretta a fermarsi a pochi passi dal traguardo. Non è stato subito evidente, ma è come se l’Irlanda quel giorno si fosse resa conto che scrollarsi di dosso l’abito dell’eterna incompiuta sarebbe stato impossibile.
    Intendiamoci, quella squadra non si è smarrita in quel momento, non c’è stato nessun crollo e qualche mese dopo il Sei Nazioni 2024 lo ha vinto proprio il XV in maglia verde, ma un freno era stato tirato e un tarlo era entrato nella testa di quella squadra. Un tarlo che con il passare delle partite ha preso sempre più spazio ed è diventato sempre più forte. Qualcosa in quella serata parigina si è incrinato.

    Leggi anche: Sei Nazioni 2026: alla Francia bastano 50′ per avere la meglio sull’Irlanda

    L’Irlanda arriva al Mondiale del 2023 con un filotto di 14 vittorie consecutive e chiude la prima fase del torneo francese con altre 4 affermazioni (tra queste anche quella contro il Sudafrica che dà lì a qualche settimana diventerà campione del mondo) in altrettante partite. Poi il ko con i tuttineri. Dopo quel 14 ottobre 2023 l’Irlanda ha giocato 23 partite perdendone 7. Sono tante? Sono poche? Per arrivare a un totale di 7 ko prima della RWC 2023 bisogna andare indietro fino al Sei Nazioni 2020. Partite giocate? 40, quasi il doppio di quelle post Mondiale.

    Certo, in queste ultime 23 gare diversi giocatori hanno lasciato per ragioni anagrafiche e forse non tutti i nuovi hanno le stesse qualità di chi li ha preceduti. Ci sono stati e ci sono acciacchi e infortuni importanti, ma questo è un problema con cui tutti hanno a che fare. O forse è solo una questione di maturità che si risolverà col tempo, chi vivrà vedrà. Quello che è certo è che oggi l’Irlanda ha un problema di identità importante, come scritto poco fa qualcosa si è incrinato e l’impressione è che a Dublino non riescano a venirne a capo già da un po’. La squadra è forte, i giocatori ci sono, ma quel tarlo…

    Lo scorso giovedì l’Irlanda ha preso a Parigi una ripassata di quelle che lasciano il segno. Vero che i verdi negli ultimi anni soffrono parecchio la Francia: nelle ultime 7 sfide dal 2020 a oggi i bleus si sono imposti 5 volte, però il 36-14 di una settimana fa alla fine sta stretto ai padroni di casa, che se a un certo punto non si fossero messi allo specchio per ammirarsi avrebbero rifilato agli avversari un passivo ben più pesante e netto, più consono anche a quanto si è visto in campo.

    Numeri impietosi

    San Valentino lo festeggeremo facendo visita a quella squadra. I nostri numeri a Dublino nel Sei Nazioni sono da mettersi le mani nei capelli: nelle 12 volte che siamo andati per il torneo nella capitale irlandese abbiamo sempre perso, ma questo è il dato meno preoccupante. Perché lassù abbiamo in tutto segnato 140 punti e ne abbiamo incassati 481. Numeri che ci dicono che la nostra partita-media con l’Irlanda a casa loro finisce 40-12 (la media matematica sarebbe 11,6, ma vabbè…). Non basta, che da quando si gioca all’Aviva Stadium e non più a Lansdowne Road è pure peggio: 299 punti subiti in 6 gare, solo 69 segnati per una media di 49,8 a 11,5. L’ultima nostra volta in quello stadio è finita 36 a 0, ma nulla di preoccupante, che una volta siamo usciti con un -51 sul groppone. Ok, momento sarcasmo finito.

    Questo per dire che per noi è sempre stata una trasferta da si salvi chi può. Eppure stavolta le premesse sono diverse. Il mood a Dublino non è certo dei migliori, anche se da quelle parti quantità e qualità abbondano. Però l’Italia arriva da una partita che potrebbe davvero rappresentare una svolta, non tanto per la vittoria o il risultato in sé ma per “come” sono arrivati. L’intensità e la tenuta mentale viste contro la Scozia non sono affatto scontate e vanno confermate. Possiamo metterli in difficoltà.
    E questo è un qualcosa che dipende solo da noi.

    Il Grillotalpa

  • Quando nel Tinello si sarebbe fatto volentieri un cambio tra Sudafrica e Tonga

    Quando nel Tinello si sarebbe fatto volentieri un cambio tra Sudafrica e Tonga

    Iniziamo dalla fine del nostro mese di novembre, ovvero di quella Padova che ha visto l’Italia uscire sconfitta dalla sfida con Tonga solo sette giorni dopo l’impresa con il Sudafrica. Poi saltiamo qua e là sui prati di mezza Europa senza perdere di vista quello che sarà il vero evento ovale del 2017, ovvero il tour dei British & Irish Lions in Nuova Zelanda.
    Come sempre: palla a Vittorio!

     

  • Un pezzo di Storia, la sfida con Tonga e ranking da RWC: tutti nel Tinello!

    Un pezzo di Storia, la sfida con Tonga e ranking da RWC: tutti nel Tinello!

    Firenze è ovviamente il punto di partenza di un giro di Ovalia che prendendo le mosse dalla storica vittoria azzurra sugli Springboks si muove verso la sfida di Padova contro Tonga in programma sabato. Ad essere toccate sono tutte le altre grandi protagoniste del rugby mondiale, con un particolare occhio di riguardo al ranking mondiale, che a maggio “deciderà” il sorteggio della RWC 2019 in Giappone: perché per le grandi dell’emisfero sud quelle di questo fine novembre sono le ultime partite buone per smuovere la classifica di World Rugby.
    Palla a Vittorio!

     

  • L’Italia muove le sue prospettive: la vittoria sul Sudafrica è un punto di partenza

    L’Italia muove le sue prospettive: la vittoria sul Sudafrica è un punto di partenza

    Cosa dire dopo una partita e una vittoria come quella di una manciata di ore fa ammirata a Firenze? In realtà non molto, la gioia ovviamente è immensa e il fischio finale è ancora forse un po’ troppo vicino per analizzare con la dovuta freddezza 80 minuti fondamentali nella storia del nostro rugby. Però qualcosa si può dire.
    L’Italia ha giocato una gara tostissima sin dalle prime battute: intensità massima, grande concentrazione, una difesa furiosa e asfissiante. Gli uomini di O’Shea hanno interpretato al meglio una partita in cui hanno subito capito che potevano e dovevano far male a un avversario dal lignaggio importantissimo. La vera differenza con quanto visto una settimana fa a Roma contro gli All Blacks è stato l’approccio mentale: all’Olimpico gli azzurri – magari solo a livello inconscio – sapevano di essere sostanzialmente delle vittime sacrificali, al Franchi no.
    Certo questo Sudafrica è tra i peggiori degli ultimi 30 anni, gli Springboks stanno giocando la loro peggiore stagione da quando c’è il professionismo, ma non bisogna nemmeno dimenticare che l’ampiezza quantitativa e qualitativa del bacino in cui ct Coetzee può pescare è enormemente superiore al nostro. Il gap tecnico e fisico tra le due squadre è notevole ed è tutto a vantaggio dei sudafricani. Anche di questo Sudafrica, che se lo avessimo incontrato anche solo la scorsa primavera a parità di condizioni ci avrebbe dato 20 punti. Non sminuiamoci troppo.

     

    Ci sono ovviamente tante cose da migliorare o rivedere in casa Italia: quando attacchiamo le opzioni a nostra disposizione non sono tantissime, abbiamo grande necessità di alzare il livello del nostro gioco al piede visto che calciamo parecchio ma non con la qualità necessaria. Ci arriveremo. O’Shea e il suo staff hanno il tempo e hanno già dimostrato in poco tempo di saper lavorare molto bene con un gruppo che ha ancora margini di miglioramento notevoli.
    La cosa importante però è un’altra: Firenze e questa vittoria sul Sudafrica deve diventare un punto di partenza, non di arrivo. L’intensità e la cattiveria visti ieri per tutti gli 80 minuti devono diventare il nostro standard. La strada, l’unica strada, per fare un vero salto di qualità passa da qui. Altrimenti quello del Franchi rimane solo un exploit. Bello, per carità, ma tutto sommato non sapremmo che farcene.
    Quello standard abbiamo dimostrato di poterlo reggere, nonostante diversi infortuni che limitano le scelte già non numerosissime del nostro ct. Dobbiamo giocare sempre così, contro chiunque, dare un messaggio chiaro a tutta Ovalia. Non sarà semplice, giornate storte o amare ce ne saranno inevitabilmente, ma dobbiamo un attimo decidere chi e cosa vogliamo essere da grandi: la squadra che conquista un paio di grandi risultati al massimo ogni 4 anni o quella che può giocarsela sempre con quasi chiunque mettendosi nella bisaccia più scalpi possibile. Noi non abbiamo il minimo dubbio.
    Tra una settimana a Padova c’è una partita per nulla facile contro una squadra molto fisica, dotata di grande tecnica ma scarsamente organizzata. Diamo subito dimostrazione che Firenze non è stata un caso.

  • Harlequins-Maori All Blacks, scelte le formazioni

    Harlequins-Maori All Blacks, scelte le formazioni

    Maori Harlequins

    Dopo la vittoria con gli USA e il ko con il Munster arriva per i New Zealand Maori il momento della sfida con gli Harlequins, in programma mercoledì sera allo Stoop di Twickenham. Diversi i cambi nella formazione neozelandese, con Brad Weber e Ihaia West che prendono il posto di Otere Black e Billy Guyton. Whetu Douglas giocherà al posto di Reed Prinsep in terza linea mentre all’ala ci sarà Sean Wainui con James Lowe spostato ad estremo. Dubbio tra i centri: Tim Bateman e Jason Emery in corsa per la maglia numero 12. Tra i padroni di casa ci sono Ruaridh Jackson ad estremo e Adam Jones in prima linea con i gradi di capitano.

     

    Harlequins: Ruaridh Jackson, Sam Aspland-Robinson, Gabriel Ibitoye, Henry Cheeseman, Jonas Mikalcius, Tim Swiel, Charlie Mulchrone, Dan Murphy, Joe Gray, Adam Jones (c), Mark Reddish, Stan South, Dan Leo, Archie White, George Naoupu
    A disposizione: Charlie Piper, Owen Evans, Matt Shields, Bill Harding, Alex Bradley, Luc Jones, Luke Peters, Alofa Alofa

    New Zealand Maori: 15 James Lowe, 14 Ambrose Curtis, 13 Matt Proctor, 12 Tim Bateman/Jason Emery, 11 Sean Wainui, 10 Ihaia West, 9 Brad Weber, 8 Akira Ioane, 7 Shane Christie, 6 Whetu Douglas, 5 Tom Franklin, 4 Leighton Price, 3 Ben May, 2 Ash Dixon, 1 Kane Hames
    A disposizione: 16 Joe Royal, 17 Chris Eves, 18 Marcel Renata, 19 Jacob Skeen, 20 Reed Prinsep, 21 Billy Guyton, 22 Otere Black, 23 Jason Emery/Marty McKenzie

  • Nathan Hughes, il figiano che scelse l’Inghilterra per soldi

    Nathan Hughes, il figiano che scelse l’Inghilterra per soldi

    Contro il Sudafrica ha fatto la sua prima apparizione in panchina con la maglia della nazionale inglese (e poi 26 minuti in campo), ora il figiano Nathan Hughes potrebbe debuttare da titolare proprio contro la sua madrepatria. Eleggibile dallo scorso giugno, il giocatore dei Wasps è entrato quasi subito nel mirino del ct Eddie Jones che sta risollevando rapidamente le sorti della nazionale di Sua Maestà.
    Lui, Hughes, non ha problemni ad ammettere che nella sua scelta di giocare con l’Inghilterra i motivi economici hanno pesato molto: “Sarebbe bello se la federazione figiana avesse più risorse, ma le cose non stanno così – dice a ESPNscrum – c’è molta differenza laggiù tra il perché la gente gioca a rugby e il modo in cui sopravvive. Questa è la mia decisione, così posso aiutare la mia famiglia”. Ricordiamo infatti che per i giocatori figiani convocati per la sfida di Twickenham la diaria è di 60 sterline al giorno, contro le 22mila sterline che si intascano i giocatori della nazionale inglese per ogni singolo test-match.
    “A casa e in patria i commenti sono stati positivi, la mia decisione è stata accettata. Ora mi sento inglese, posso dire di esserlo. E’ stato emozionante rappresentare l’Inghilterra in campo, questa è casa mia per tutta la mia famiglia. E no, non canterò tutte e due gli inni, ma solo quello inglese”.

  • Fuori gli All Blacks, dentro gli Springboks: un Tinello che è una giostra

    Fuori gli All Blacks, dentro gli Springboks: un Tinello che è una giostra

    Un ko pesante e prevedibile, ma cosa ci ha lasciato davvero Italia-All Blacks di sabato scorso? Cosa dobbiamo aspettarci dalla prossima sfida di Firenze contro degli Springboks in crisi di gioco e risultati ma sempre temibilissimi? Il Tinello di Vittorio Munari cerca di dare qualche risposta a queste domande e ne pone altre, senza dimenticare di affrontare temi che riguardano anche altre nazionali, a partire da Francia e Samoa finendo anche a parlare di Giappone e Georgia…
    Palla a Vittorio!

     

  • Dopo i marziani All Blacks l’Italia torna sulla Terra. E il Sudafrica ci dirà tantissimo

    Dopo i marziani All Blacks l’Italia torna sulla Terra. E il Sudafrica ci dirà tantissimo

    Non sarebbe stata probante una quasi impossibile vittoria figuriamoci una sconfitta praticamente certa. Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: una partita dell’Italia 2016 contro gli All Blacks 2016 non può diventare un termine di paragone in nessun modo. Punto. Possiamo prendere qualche nota, trovare degli spunti, analizzare tutti gli aspetti che vogliamo, ma che senso profondo può darci una partita giocata contro dei marziani? Perché quello oggi sono i tuttineri, gli unici marziani veri di Ovalia. Sì, anche nella loro versione B scesa in campo sabato all’Olimpico. Perché hai voglia di chiamarle seconde linee, pur di avere giocatori come Cruden, Cane, McKenzie, Scott Barrett e compagnia bella noi ci stracceremmo le vesti. Giocatori che troverebbero posto praticamente fisso anche in tutte le altre più forti nazionali del mondo.
    Un meccanismo ben oliato e quasi perfetto che funziona a meraviglia a prescindere dagli attori che lo mettono in scena, questo sono gli All Blacks. Lo diciamo da tempo. Una squadra che dal 2013 ad oggi ha giocato 52 partite pareggiandone 2, perdendone 3 e vincendo tutte le altre 47. Non più tardi di 10 giorni fa l’Irlanda per superare la Nuova Zelanda ha dovuto giocare la partita della vita, meritando quella vittoria ma pure a Chicago i campioni del mondo hanno sfiorato il colpaccio riportandosi in carreggiata dopo essere andati sotto quasi di 20 punti contro una formazione fortissima. Dobbiamo ricordare lo score azzurro nello stesso lasso di tempo? No, ecco. Davvero speravate di vedere qualcosa di molto diverso? L’asfaltata era preventivabile, l’asfaltata è arrivata.

     

    Dice: sì, va bene, però la partita di sabato è stato molto brutta, quasi noiosa, e l’Italia ha giocato male. Tutto vero. Parte del pubblico avrebbe voluto vedere una gara più “garibaldina” dei nostri, ma crediamo che in quel caso sarebbe finita pure peggio. Ci sono cose assolutamente da rivedere, difesa e placcaggi in primis.
    Il nostro XV titolare dell’Olimpico poi è di quelli che fin dal suo annuncio ha suscitato un mix di stupore e perplessità. Non che abbiamo lasciato a riposo un Dan Carter o un Maro Itoje, ma sabato a Firenze vedremo probabilmente una formazione più vicina a quella che nelle nostre teste è definibile come “titolare”. Perché il 19 novembre giocheremo contro il Sudafrica, squadra fortissima e dai valori tecnici sicuramente superiori ai nostri, ma alle prese con diversi problemi e in crisi di risultati: una montagna molto alta e impervia da scalare, ma non impossibile.
    Quello di Conor O’Shea è un lavoro lungo, bisogna essere pazienti. Il tecnico irlandese deve ricostruire un gruppo dopo due anni disastrosi, lo deve rinsaldare nella testa e rimpolpare dopo diversi addii e abbandoni, che perdere gente come Mauro Bergamasco, Castro o Andrea Masi per noi è un bel problema sia tecnico che d’esperienza. E O’Shea è in carica da maggio, non dimentichiamolo. Mettiamoci pure che i nostri club non stanno vivendo una stagione da incorniciare e questo di sicuro non aiuta.
    Contro il Sudafrica possiamo vincere? Difficilissimo, ma a differenza della gara con gli All Blacks quella con gli Springboks è una partita probante sotto ogni aspetto, quale che sia il risultato finale. Che si perda o che si vinca anche il “come” sarà importante e dirà tante cose di quello che siamo. Perché sabato giochiamo contro dei terrestri, non con dei marziani.

     

    Il Grillotalpa

  • Gavazzi indagato: oggi l’audizione, su sua richiesta, del presidente FIR al CONI

    Gavazzi indagato: oggi l’audizione, su sua richiesta, del presidente FIR al CONI

    La vicenda è quella nota del fondo di solidarietà destinato agli atleti infortunati, che dal 2007 e fino al 2014 è stato contabilizzato dalla FIR “alla stregua di ricavi e costi tipici della gestione federale”, come abbiamo scritto lo scorso 5 ottobre in un articolo in cui si sottolineava che non devono “essere considerate voci positive di reddito i versamenti delle società che alimentano il Fondo. Indicazioni che a quanto pare non sarebbero state rispettate per quanto riguarda “i bilanci federali annuali per gli anni dal 2007 al 2014″ (per questo Gavazzi, la cui prima elezione data settembre 2012, parla di “situazione ereditata”). Nonostante l’arco di tempo di sette anni, assieme all’attuale Presidente risultano coinvolti solamente coloro che sedevano in Consiglio Federale lo scorso anno, in quanto per questi casi nel Regolamento di Giustizia FIR il termine di prescrizione è di norma fissato in due anni (tre anni per l’illecito sportivo o di violazione delle norme statutarie, otto in materia di antidoping)”.

     

    Per questa pratica il CONI ha aperto una inchiesta formale e oggi il numero uno del rugby italiano – come fa sapere la Gazzetta dello Sport – sarà ascoltato dal procuratore Enrico Cataldi. L’organo di giustizia dell’istituzione che governa lo sport italiano avrà poi 30 giorni di tempo per decidere se deferirlo oppure archiviare il tutto.

  • La FIR, i club e quel “chi frega chi?” che non porta da nessuna parte

    La FIR, i club e quel “chi frega chi?” che non porta da nessuna parte

    La verità di base è che federazione e club non si parlano. Hanno una comunicazione limitata alle questioni burocratico-amministrative, dove si va avanti per regolamenti e prassi, ma poi non molto di più, e quel di più quando c’è viene generalmente riletto dalle due parti sotto la luce di un mood traducibile in “chissà come mi vuole fregare questa volta”. E’ una comunicazione sospettosa, che non può che essere foriera di problemi.
    Al di qua delle Alpi chi ha in mano le leve del comando e i cordoni della borsa è la FIR, normale che verso di essa vadano gli strali – sia quelli fondati che quelli dettati solo dal furore ideologico – di società e appassionati. E’ un bersaglio a volte azzeccato, altre volte fin troppo facile. Perché non è che club e società siano esenti da colpe e responsabilità.
    Nei giorni scorsi il presidente del Rovigo Zambelli ha fatto sapere che i 340mila euro di contributi federali complessivi previsti per le partecipanti alla Qualifying Cup non sono ancora arrivati e chissà se e quando arriveranno. A stretto giro arriva la risposta del presidente FIR Gavazzi, che non finirebbe in un manuale di diplomazia: “Non mi pare che la Fir abbia stabilito con nessuna società le modalità dei contributi – ha detto il numero uno del rugby italiano– Non mi risulta che finora siano state fatte riunioni con le società d’Eccellenza per fissare cifre del contributo e modalità d’erogazione. Se dovessi rimanere a fare il presidente della Fir i contributi ai club di Eccellenza dovrebbero essere rivisti dato che i disastrosi risultati non giustificano una tale differenza fra quando versato alle quattro squadre che partecipano e alle sei escluse. I soldi andrebbero legati ai risultati”. Perché oltre a quei 340mila euro ci sono anche i 180mila che si dividono le altre sei squadre di Eccellenza che le coppe europee non le fanno.

     

    Gavazzi sbaglia nei modi ma non solo: quei soldi arrivano infatti dall’EPCR e sono comunque destinati ai club. La FIR può decidere come distribuirli, ma non può né tenerli né utilizzarli per altro, anche se immaginiamo che in un momento di difficoltà economiche avere quel mezzo milione di euro in più in cassa fa sicuramente comodo.
    Che i risultati conquistati sui campi continentali dai nostri club siano ampiamente negativi è purtroppo una non-notizia da diversi anni: c’è chi ci prova, chi a volte nemmeno quello, ma alla fine il risultato è praticamente sempre lo stesso. D’altronde se faticano Zebre e Benetton perché non dovrebbero farlo il Mogliano, il Calvisano o il Rovigo, tanto per fare dei nomi? Certo a queste ultime squadre si chiede quantomeno di non perdere contro spagnoli e russi.
    Qui infatti è dove sbagliano i club, perché battere cassa dopo certi risultati e certe prestazioni espone il fianco alle polemiche e gli strali di una presidenza FIR che forse oggi è poco diplomatica ma che quando parla di legare contributi a risultati non dice certo una scempiaggine. E magari qualche anno fa le risposte del numero uno FIR non finivano sui giornali solo perché in pubblico venivano usati altri toni. Ma la sostanza…
    D’altra parte non può essere Gavazzi a dire “Non mi risulta che finora siano state fatte riunioni con le società d’Eccellenza per fissare cifre del contributo e modalità d’erogazione” perché questa è una cosa a cui la federazione dovrebbe pensare in maniera continuativa.

     

    Va pure ricordato che in passato certe uscite estremamente polemiche dei presidenti dei club contro la federazione servivano a smuovere il tavolo del rapporto bilaterale, non quello complessivo. Il patron X della società Y attaccava FIR e presidente Z e dopo qualche tempo si trovava un compromesso che magari portava sui campi della suddetta società qualche raduno di una nazionale minore, in alcune occasioni anche una gara di quest’ultima e così via. Fa un po’ brutto dirlo, ma se vogliamo esemplificare al massimo bisognerebbe dire che spesso le società negli ultimi 10-15 anni hanno avuto con la federazione un rapporto simile a quello di chi va a chiedere la paghetta, spesso accontentandosi di poco. E, soprattutto, senza mai ridiscutere le fondamenta di una relazione che presenta parecchie spine.
    Dice: però i club sono in difficoltà, quei soldi spesso servono anche per la mera sopravvivenza e il coltello dalla parte del manico ce l’ha la federazione. Tutto vero, però bisogna uscire da questa dicotomia assolutamente improduttiva: cosa stanno aspettando le società a ridare vita a una Lega che le rappresenti? Qui lo abbiamo scritto fino allo sfinimento, senza un’associazione dei club non solo tra qualche anno saremo ancora qui a scrivere e a parlare delle stesse identiche cose, ma anche la stessa FIR si troverà ad operare senza uno stimolo al cambiamento molto potente. Sarà un caso, ma nel board dell’EPCR oltre alle federazioni delle squadre che prendono parte alle coppe c’è anche la LNR, la Premiership Rugby (PRL) e il Pro Rugby Wales, ovvero le leghe di club di quei tre movimenti. No, non è un caso.
    Certo convergere in un’associazione vuol dire rinunciare a un po’ del proprio spazio di autonomia, vorrebbe dire smettere di pensare solo al proprio angusto orticello (non ci pare che le folle facciano le code per andare a vedere le gare di Eccellenza) ma i benefici sul medio-lungo termine sarebbero evidenti per tutti. A meno che di non voler continuare nel tirare la giacchetta al presidente FIR nella speranza di ottenere un po’ di attenzione, ma a noi non pare un modo di relazionarsi che possa portare a qualcosa di diverso da quello che c’è oggi.

  • Il Tinello di Vittorio Munari apre la sua porta a Italia-All Blacks

    Il Tinello di Vittorio Munari apre la sua porta a Italia-All Blacks

    Sabato pomeriggio a Roma la nuova Italia guidata da Conor O’Shea affronterà i campioni del mondo in carica che questo sabato sono stati battuti per la prima volta nella storia dall’Irlanda e che hanno fermato a 18 la striscia-record di vittorie consecutive.
    Con Vittorio Munari analizziamo la partita di Chicago senza dimenticare le altre gare internazionali giocate nel fine settimana, a partire da Galles-Australia. E si chiude parlando della nostra Italia…
    Palla a Vittorio!

     

  • La missione impossibile di Cheika: riportare Beale in Australia

    La missione impossibile di Cheika: riportare Beale in Australia

    Speranze non ce ne sono moltissime ma Michael Cheika ci proverà lo stesso a convincere Kurtley Beale a tornare in patria già alla fine della stagione in corso. A sostenerlo la stampa down under. Il trequarti ha firmato un ricchissimo contratto con gli Wasps che scadrà a giugno del 2018, un accordo che lo rende indisponibile o quasi per la nazionale australiana ma che avrebbe una clausola di “liberazione” che il giocatore può esercitare al termine del primo anno. Beale dovrebbe tornare in campo nelle prossime settimane dopo un infortunio al ginocchio che lo sta tenendo fermo da maggio. Va sottolineato che l’utility back ha già il requisito dei 60 caps che lo rende eleggibile secondo la cosiddetta “Giteau law”, ma il ct wallabies preferirebbe averlo in patria per gestirlo al meglio.

     

    Intanto, sempre dall’Inghilterra, arriva una brutta notizia per un altro australiano, Matt Toomua: il centro oggi in forza ai Tigers di Leicester si è infortunato a un ginocchio nel corso della partita di Champions Cup con il Racing 92 e dovrà stare fermo per circa sei mesi: per lui stagione finita, o quasi.

  • Il bello e il brutto del week-end ovale: Pavanello e un contributo che fa discutere

    Il bello e il brutto del week-end ovale: Pavanello e un contributo che fa discutere

    In un fine settimana funestata dalle terribili notizie di cronaca che arrivano dal centro Italia il nostro rugby ha registrato una novità a suo modo importante, e una polemica che accende i fari su un aspetto controverso dell’Ovalia nostrana.
    Iniziamo dalle buone news: il Consiglio Federale che si è tenuto nel fine settimana a Bologna ha preso una decisione a nostro modo di vedere molto importante. Eccola così come è presentata dal comunicato federale:

    Rappresentanti FIR nel Board di PRO12
    Il Consiglio ha nominato Stefano Cantoni (Consigliere Federale) ed Antonio Pavanello (Direttore Sportivo della Benetton Treviso) quali rappresentanti della FIR presso il Board del Guinness PRO12.

    La notizia vera non è ovviamente la conferma di Stefano Cantoni quanto la scelta di Antonio Pavanello. Il direttore generale del Benetton Treviso è un giovanissimo dirigente (ha 34 anni) e questo incarico sarà sicuramente uno step importante nella sua crescita e nella sua formazione in questa nuova veste ma l’aspetto da rilevare in questa vicenda è il fatto che la federazione ha fatto una scelta in controtendenza rispetto al passato, inserendo nel board del torneo celtico un uomo che conosce profondamente il funzionamento e le magagne del Pro12, avendolo vissuto anche da giocatore fino a un anno e mezzo fa. Chi meglio di lui può affrontare e mettere sul tavolo problemi finora sostanzialmente snobbati dai nostri partner a partire da una organizzazione delle trasferte che finora non ci ha certo favorito e che costringe staff tecnici e atleti a limitazioni importanti nella quantità dei giorni a disposizione per allenarsi tra una gara e l’altra? Può sembrare un aspetto secondario ma non è così: se interpellate Guidi, Crowley, Casellato, Cavinato e tutti gli allenatori che sono passati in questi anni negli staff di Treviso e Zebre/Aironi tutti – nessuno escluso – vi diranno che per come è congegnato il calendario è davvero difficile allenarsi a dovere.
    La scelta di Pavanello è piuttosto atipica, perché va a cadere su un dirigente importantissimo di una realtà che sicuramente non è stata vicina alla FIR negli ultimi anni e perché si allontana da una tradizione che è stata sostanzialmente assimilabile al “premio chi mi ha votato”. A voler essere dietrologi a tutti i costi si potrebbe vedere in questa scelta anche la volontà della FIR di tenersi il Benetton più vicino possibile nei due anni che portano alla scadenza del contratto celtico e che non è affatto detto che la squadra veneta rinnovi. Vedremo. Quello che possiamo dire in questo fine ottobre 2016 è che il nome di Pavanello per quel ruolo ci piace molto.

     

    Il rovescio della medaglia di questo fine settimana riguarda alcune dichiarazioni del presidente del Rovigo Francesco Zambelli. Sulle pagine del Gazzettino di domenica abbiamo infatti letto che il numero uno rossoblu si è lamentato perché “solo 2-3 giorni fa ho saputo che il contributo federale di 340.000 euro, da erogare al Rovigo entro fine ottobre, sarebbe slittato a una data non definita. A questo punto, pagare i compensi ai nostri giocatori sarà un problema e potrebbe esserlo anche nei mesi successivi”. (UPDATE: a questo link la risposta del numero uno FIR Alfredo Gavazzi).
    Ora, in questa sede non ci interessa mettere il dito nella ferita dei conti economici del nostro rugby, per quanto importanti: come è ampiamente noto la FIR sotto questo aspetto non sta passando il suo miglior momento e disagi di questo tenore – sempre se confermati – ne potremo vedere altri nei prossimi mesi.
    Qui vogliamo sottolineare l’aspetto “strutturale” delle parole di Zambelli, ovvero quelle che afferiscono a un contributo che per quanto importante dovrebbe servire all’avventura europea delle nostre squadre di Eccellenza e che invece è diventato un pilastro importante (determinante?) nella sopravvivenza di quegli stessi club.
    Non è un mistero (OnRugby lo ha scritto più volte) che un paio di anni fa la Qualifying Cup venne fortemente voluta dalla FIR quando le coppe europee passarono dal cappello dell’ERC a quello dell’EPCR: in quei mesi complicati in cui la nostra federazione fu costretta a stare sostanzialmente alla finestra in attesa di decisioni che venivano prese a Londra e a Parigi questo sito ha interpellato quei club italiani che erano allora coinvolti nella Challenge Cup e alla domanda “e se quei contributi non venissero più erogati” alcuni rappresentanti e dirigenti dissero a OnRugby che intanto quei soldi erano già stati spesi nella costruzione delle rose e che senza quella voce nei bilanci dei club si sarebbe creati dei buchi difficilissimi da ricoprire. Quasi una questione di vita o di morte.
    Le parole di Zambelli ci dicono – ancora una volta – quanto sia fragile il nostro rugby sotto l’aspetto economico. Non una novità, purtroppo, ma va sottolineato che senza quella Qualifying Cup che nessun club ha nel cuore – anzi – verrebbero a mancare fondi importanti per le stesse società coinvolte. Quando si dice il gatto che si mangia la coda…

     

    Il Grillotalpa

  • Rugby a 7: è Gareth Baber il nuovo ct delle Fiji

    Rugby a 7: è Gareth Baber il nuovo ct delle Fiji

    La Fiji si affidano a un gallese per la propria nazionale di rugby a 7: la federazione di Suva ha infatti annunciato l’ingaggio di Gareth Baber, che sostituisce coach Ben Ryan che ha portato i pacifici alla conquista dell’oro olimpico a Rio. Baber ha firmato un contratto fino al 2020, anno dei Giochi di Tokyo. Classe 1972, in carriera ha giocato con Cardiff e Bristol, oltre che con la nazionale Seven del Galles di cui è stato anche capitano.

  • Halfpenny e il suo “che fare”: Cardiff e il Galles nel suo futuro?

    Halfpenny e il suo “che fare”: Cardiff e il Galles nel suo futuro?

    E’ una telenovela che puntualmente fa la sua comparsa sui media ogni tot di mesi, ma stavolta potrebbe essere la volta buona. Perché il contratto che lega Leigh Halfpenny al Tolone è ormai in scadenza (il prossimo giugno) e il giocatore sembrerebbe intenzionato a far ritorno in patria dove Cardiff Blues e federazione lo aspettano a braccia aperte.
    Il giocatore si è trasferito in Francia prima che Warren Gatland e la WRU decisero di cercare di chiudere le porte per quello che stava diventando un esodo dal Galles verso Premiership e soprattutto Top 14, ma un eventuale rinnovo con la sqiadra di Mourad Boudjellal potrebbe seriamente mettere a rischio la carriera internazionale del 27enne.
    Lui non si sbilancia, ma a Cardiff sembrano essere molto ottimisti, nonostante anche alcuni club inglesi stanno seguendo con grande interesse l’evolversi della situazione: ” A Tolone sto bene – ha detto ieri a un evento di uno sponsor della nazionale gallese il diretto interessato – è un posto fantastico per vivere e un club unico, ho una importante decisione da prendere”.

  • Stephen Larkham rinnova con l’Australia e dice stop ai Brumbies

    Stephen Larkham rinnova con l’Australia e dice stop ai Brumbies

    Da febbraio 2015 era sia capo allenatore dei Brumbies che coach dell’attacco per la nazionale australiana guidata da Michael Cheika, da giugno 2017 si occuperà solo ed esclusivamente del secondo ruolo. Stephen Larkham ha annunciato che il Super Rugby 2017 sarà l’ultimo con i Brumbies dopo la firma che ha rinnovato per altri tre anni il suo impegno con la ARU e i Wallabies, un accordo che scadrà a fine 2019, ovvero subito dopo il termine della RWC che si svolgerà in Giappone.

    “Sarà dura lasciare i Brumbies, ma continuerò a stare a Canberra e auguro alla squadra, da cui non mi staccherò completamente e che aiuterò nel processo di ricerca di un nuovo head coach, il miglior 2017 possibile in Super Rugby”, ha dichiarato Stephen Larkham, che con i Brumbies ha militato 14 stagioni collezionando 47 presenze nell’allora Super 14.

     

  • All Blacks: Retallick si ferma, TJ Perenara firma il rinnovo

    All Blacks: Retallick si ferma, TJ Perenara firma il rinnovo

    PERENARA, TJ All Blacks

    Una firma importante per il rugby neozelandese: TJ Perenara giocherà per gli Hurricanese e gli All Blacks almeno fino alla fine del 2017. Il mediano di mischia aveva il contratto in scadenza a fine anno ma ha siglato il rinnovo con la NZRU prima della partenza del tour di novembre.
    E per la prima delle due sfide in programma con l’Irlanda, quella che si giocherà a Chicago negli USA, gli All Blacks dovranno fare a meno di Brodie Retallick: il seconda linea ha un problema alla caviglia che lo terrà a riposo per qualche giorno. Al Soldier Field la seconda linea dovrebbe essere composta da Luke Romano e Patrick Tuipulotu con la prima presenza in panchina per Scott Barrett, fratello di Beauden.

  • Zebre, a Fabiani non va malissimo: 9 settimane di squalifica

    Zebre, a Fabiani non va malissimo: 9 settimane di squalifica

    Oliviero Fabiani

    Potrà tornare in campo solo dal 9 gennaio prossimo, ma Oliviero Fabiani può tutto sommato tirare un sospiro di sollievo: la Commissione Disciplinare dell’EPCR ha infatti inflitto al giocatore delle Zebre 9 settimane di stop per il morso rifilato a Quinn Roux durante la partita di Champions Cup contro il Connacht giocata a Parma lo scorso fine settimana. Inizialmente le settimane di squalifica erano il doppio, ben 18, ma il panel ha deciso di dimezzare la sanzione per il pronto pentimento del giocatore e per l’assenza di precedenti.

  • Cultura di club, gioco e la via che sta prendendo l’Eccellenza: il Frati I° da Viadana

    Cultura di club, gioco e la via che sta prendendo l’Eccellenza: il Frati I° da Viadana

    Una nuova avventura a lungo termine dopo quella finita anticipatamente a Rovigo: Filippo Frati dalla scorsa estate è al centro del nuovo progetto Viadana, con un ruolo che va oltre quello di semplice head coach. Il tecnico nocetano ha parlato con OnRugby di questo primo scorcio di stagione. E non solo.

     

    Dopo le positive prove in amichevole, come valuta l’avvio di stagione?
    E’ forse ancora presto per sbilanciarsi. Possiamo dire che qualcosa del tipo di gioco che vorrei sviluppare si inizia ad intravedere. Nei primi due mesi abbiamo dato la priorità soprattutto ad instaurare una forte cultura di squadra e di conseguenza cercare di cambiare alcune abitudini sbagliate. E’ un approccio al lavoro che ho sempre adottato, a Noceto, a Prato e a Rovigo: ho un metodo ed una filosofia in cui credo fortemente che mette al centro del progetto i giocatori, chiedo loro di mettere sempre la squadra al primo posto, condividere e credere negli stessi valori è indispensabile per lavorare insieme. I risultati delle prime 3 partite ufficiali sono comunque confortanti e sotto il profilo del gioco miglioriamo di settimana in settimana, lo ripeto sempre ai ragazzi, il tempo è dalla nostra parte.

     

    Cosa è per lei la “cultura di squadra” e come si declina?
    La cultura di squadra è semplicemente il modo in cui si fanno le cose e deve essere un modo chiaro, ovvio ed evidente per tutti. Credo che il comportamento dei giocatori faccia la differenza, soprattutto quando non sono in campo ad allenarsi, quando fanno le cose mentre nessuno li guarda. Con questa mia visione ho voluto coinvolgere tutto il club, compresi sponsor e associati ed è proprio da loro che ho cominciato, prima ancora che con i giocatori.
    Sono partito da un concetto molto semplice e pragmatico, ma potentissimo: “fai le cose che devi fare affinché nessuno debba farle al tuo posto”, questo cercando di sensibilizzare tutti sull’importanza che ognuno di noi ha all’interno del club al fine di raggiungere gli obiettivi prefissati. E’ importante condividere il progetto che si vuole realizzare con le persone che portano avanti il club: sono l’allenatore della prima squadra, ma mi sento prima di tutto un uomo “del Rugby Viadana 1970” che partecipa attivamente alla vita della società e sono a disposizione di tutti, dall’under 6 in su.

     

    Le basi sono state messe durante un’intera settimana di ritiro in Trentino. Anche perché la squadra è molto cambiata rispetto alla scorsa stagione…
    Nei primi due mesi di lavoro possiamo dire che il rugby è stato secondario. Come ho detto in precedenza ci siamo concentrati sulla cultura di squadra, avevamo la necessità, con 14 giocatori nuovi da inserire, di favorire la conoscenza reciproca e di formare un gruppo forte, che stesse bene insieme, che imparasse a volersi bene. Durante la stagione ci saranno momenti difficili, saranno più semplici da affrontare con un gruppo di questo genere.
    La settimana in Val di Ledro ha favorito questa coesione: sono stati sette giorni intensi in cui abbiamo toccato palla in una sola occasione, abbiamo proposto attività alternative che hanno messo duramente alla prova i ragazzi e allo stesso tempo ci siamo divertiti tantissimo, perché alla fine divertirsi e provare piacere nel fare le cose che devi fare fa tutta la differenza del mondo per raggiungere determinati obiettivi. Il nostro motto è “divertimento, con uno scopo serio. Vincere!”. Non penso ci sia bisogno di ulteriori spiegazioni.

     

    Dopo ogni partita ripulite gli spogliatoi. Anche questo ha insegnato ai suoi ragazzi?
    Ho fatto tutto quello che dovevo per arrivare ad avere il brevetto federale di quarto livello, ma non mi è bastato: posso tranquillamente affermare che la parte più importante della mia formazione come allenatore è avvenuta in Nuova Zelanda grazie all’amicizia che mi lega ad un grandissimo coach di Auckland, Geoff Moon, ho avuto la possibilità, nell’arco di due anni tra il 2009 e il 2010, di confrontarmi ed imparare dai migliori. Il nostro sport è in continua evoluzione e quando ti senti arrivato sei morto. Bisogna continuare a studiare e ad aggiornarsi, anche il coach irlandese di Grenoble Bernard Jackman, ha avuto una grande influenza su di me, lo reputo uno dei migliori tecnici d’Europa e presto sentiremo molto parlare di lui.
    Credo fortemente nel motto degli All Blacks: “meglio sei come uomo, meglio sei come All Blacks”. Penso lo si possa adattare a qualunque ambito o ambiente professionale. Facevo pulire gli spogliatoi già ai tempi di Prato, e adesso non siamo l’unica squadra a farlo: so che anche le giovanili del Conegliano e il Petrarca hanno questa bella abitudine. Altre squadre fanno qualcosa di simile. Torniamo sempre lì: comportamento corretto, rispetto delle regole e disciplina. Pulire gli spogliatoi è un modo di ringraziare chi mette a tua disposizione uno spazio in cui sei ospite e che cerchi di lasciare nel miglior modo possibile. Lo fanno anche gli All Blacks e ne parla il primo capitolo del libro “Legacy” di James Kerr, giornalista che durante un Tri-Nations ha avuto l’opportunità di trascorrere diverse settimane a contatto con la nazionale neozelandese di cui ha analizzato e riportato i comportamenti richiesti ai giocatori e a tutto il management per fare parte della squadra più vincente della storia dello sport, non solo in campo ma anche fuori, nella vita normale. Il sottotitolo non a caso è “What the All Blacks can teach us about the business of life” e sono quindici lezioni di leadership: in pratica il libro non parla di rugby, ma di come fare per fare bene il tuo lavoro. Un libro che mi sento di consigliare a tutti, che andrebbe tradotto e fatto adottare come libro di testo nelle scuole superiori.

     

    Comportamento e talento talvolta non vanno di pari passo: le è mai capitato di fare scelte sportive dettate da comportamenti extra sportivi?
    Purtroppo è capitato: da allenatore pretendi dai tuoi giocatori un determinato comportamento e prima di tutto non lo devi disattendere. Noi come staff per esempio non mangiamo mai prima dei giocatori: loro hanno sempre la precedenza. E sempre per restare in questo ambito, non puoi chiedere loro di non usare il telefono a tavola se poi sei il primo a farlo. Per tornare alla domanda, è capitato di dover fare scelte dettate da comportamenti magari non adeguati. Parto sempre dal presupposto che i giocatori non sono tutti uguali e che quindi non puoi trattare tutti allo stesso modo, ma il rispetto delle regole è imprescindibile: chi esce dal regolamento è giusto paghi le conseguenze ed è sempre importante dare un segnale.

     

    Il ritiro in Trentino si è concluso con un allenamento congiunto assieme al minirugby. Questa invece è cultura di club…
    Quella non è stata una mia idea ma della società. L’occasione si prestava perché l’ultimo giorno nostro di ritiro era il primo loro e si è pensato di organizzare un allenamento tutti insieme, anche per lasciare loro qualcosa. Creare senso di appartenenza è fondamentale per un club. Devo dire che è riuscita benissimo, alla fine dopo il pranzo è nata anche una festa spontanea che ha coinvolto giocatori, bambini e genitori.

     

    Torniamo al rugby giocato. Quanto manca per vedere il suo gioco?
    Mi rendo conto di cercare di portare avanti un progetto di gioco ambizioso, soprattutto in attacco e in più abbiamo cambiato il sistema difensivo, modificando i codici sia in fase offensiva che difensiva. Il livello raggiunto in questi primi mesi, amichevoli comprese, è confortante. Petrarca a parte abbiamo sempre vinto, e le vittorie sono arrivate in un certo modo. Prendiamo la partita di coppa contro i Lyons Piacenza per esempio, per le motivazioni e con l’esigenza di provare nuove soluzioni: poteva essere un’insidia, contro una squadra in salute che arrivava da un bonus difensivo con le Fiamme Oro in campionato: eppure abbiamo vinto in un modo che mi è piaciuto molto, al di là dei 40 punti a zero.

     

    Un rugby che richiede una grossa parte di preparazione atletica…
    La preparazione fisica è un fattore determinante del nostro sport, non a caso è stato uno dei primi punti sui quali il nuovo ct della nazionale O’Shea ha puntato il dito. Sono molto contento dello staff con cui lavoro a Viadana. Arrivavo da cinque anni in cui ho lavorato sempre con lo stesso preparatore, Tommaso Boldrini, un grandissimo professionista ora nello staff de La Rochelle in Top 14: diciamo che ero abituato bene! Eppure gli unici rimpianti che ho riguardano il forte legame di amicizia che si era creato tra noi, ma sotto il profilo professionale non ho nessun rimpianto: Sebastiano Peri è come Tommaso un grande professionista e a Viadana negli ultimi anni ha impostato un programma di altissimo livello. La preparazione in preseason è stata la più dura da quando ho iniziato ad allenare.

     

    Queste prime giornate hanno confermato che sarà un’Eccellenza più combattuta?
    Ha confermato la sensazione che arrivare ai playoff sarà più difficile rispetto alla scorsa stagione. Ci sono squadra più attrezzate per farlo ma noi siamo consapevoli di essere una di quelle. Conto almeno 7 pretendenti per 4 posti, con Petrarca, Calvisano e Fiamme Oro un gradino sopra alle altre e con Mogliano, San Donà, Rovigo e Viadana a giocarsi l’ultimo posto disponibile. Non esisteranno partite semplici né tanto meno scontate: l’anno scorso la salvezza si è giocata in due partite, quest’anno sarà diverso, basta guardare quello che sta facendo Reggio Emilia, neopromossa che dà filo da torcere a chiunque.

     

    Un bene per il nostro movimento…
    Sono contento, sì. E’ segno che il livello si è alzato. Le statistiche ci dicono poi che in alcune partite si è alzato il tempo di gioco: la prima partita che abbiamo giocato a Padova ha avuto 36 minuti di gioco effettivo, un tempo da pro12 considerando che la media dell’Eccellenza normalmente è di 26/28 minuti. Con i Lyons Piacenza in Trofeo Eccellenza ne abbiamo invece avuti 32, sono segnali positivi e l’augurio è che tutti invertano la tendenza e si propongano per giocare maggiormente palla in mano. Auspico che questo possa diventare un campionato in cui le squadre pensino a giocare anziché a non far giocare. Personalmente ho sempre cercato di giocare un rugby positivo, fatto di possesso palla, strutturato per offrire opzioni differenti ai ragazzi: è un sistema in cui credo e in cui i giocatori si sentono coinvolti e stimolati.

     

    E anche agli spettatori magari non dispiace…
    Da allenatore non posso non dire che alla fine della giornata la cosa più importante sono i risultati. Ma voglio ottenerli a modo mio ed è stato forse questo che a Rovigo non è piaciuto, creando qualche disaccordo tra me e la direzione sportiva. Ho perso quattro finali scudetto, ma l’ho fatto sempre credendo nel mio gioco, nei miei principi e nella mia filosofia e tornando indietro le imposterei allo stesso modo: credo che un tipo di rugby diverso da drive, pick’go e up and under sia possibile e vado avanti per la mia strada. Giocando le mischie per lanciare il gioco e non per prendere un calcio di punizione a favore. Ora mi sento fortunato perché lavoro in un club che crede in queste cose e che ha fiducia in me. Ed è in questo modo che voglio vincere a Viadana e dare il mio contributo per riportare il club nel posto che merita.