59 caps e 4 mete con gli All Blacks, vincendo anche la William Web Ellis Cup nel 2011. Questo il ruolino internazionale di Brad Thorn, ex seconda linea della nazionale neozelandese e da oggi nuovo capo allenatore della franchigia australiana dei Reds.
Dopo una carriera da giocatore spesa alternandosi tra rugby league e rugby union, girovagando per tante squadre fra cui Leinster, Leicester Tigers, Crusaders e Highlanders, Brad Thorn ha cominciato la carriera da allenatore nel 2016, immediatamente dopo aver cessato la sua attività agonistica. Nel suo palmares da giocatore figurano due NPC con Canterbury, il titolo di campione del Super Rugby 2008 con i Crusaders, la Coppa del Mondo e tre Tri Nations con gli All Blacks e, ciliegina sulla torta, la Heineken Cup del 2012 con Leinster.
Adesso, Thorn ha la possibilità di inseguire nuovi trofei alla guida dei Reds, franchigia che però è ben lungi dal rispolverare i fasti del recente passato: dopo essere stati incoronati campioni nel 2011, la squadra ha affrontato un declino inarrestabile, e quest’anno si è classificata quattordicesima nella classifica overall del Super Rugby.
Brad Thorn era entrato nello staff all’inizio della scorsa stagione e prende il posto di Nick Stiles, con il quale il club ha annunciato di aver consensualmente rescisso il contratto. Il club del Queensland spera che Thorn possa portare al club un approccio al lavoro e una cultura di squadra che sono state il segno distintivo della sua carriera di giocatore. L’ex seconda linea ha già incominciato a farlo con la sua prima dichiarazione alla stampa: “Credo che le azioni contino più delle parole”.
“Non posso descrivere quello che sento nell’avere la possibilità di rappresentare il mio paese in una partita internazionale”. Sono le parole rilasciate a thenational.ae da Mustafa Abed Hassan, che capitanerà la prima nazionale irachena al prossimo Arab Rugby Sevens Championship, in programma durante questo fine settimana in Giordania.
La manifestazione in programma ad Amman vedrà la partecipazione di otto squadre, fra cui Iraq e Palestina che saranno le squadre debuttanti. La nazionale irachena è stata sorteggiata nel girone che vede i padroni di casa della Giordania, la Libia e gli Emirati Arabi Uniti. Il movimento rugbystico degli Emirati è il più attivo nella penisola araba, e spinge fortemente per la crescita della palla ovale fra i Paesi dell’area.
L’uomo dietro le spalle della palla ovale in Iraq si chiama Ahmed Qassem, fondatore e presidente della Iraq Rugby Union. Un amante del gioco e un sognatore, così si definisce Qassem, che ritiene il proprio paese terreno fertile per lo sviluppo della palla ovale. Pare che già 24 club abbiano richiesto l’adesione alla federazione nazionale. Ovviamente, il percorso per creare un movimento sportivo all’interno di un paese reduce da una conflitto sanguinoso e ancora oggi instabile è assai tortuoso e complesso.
In generale, però, il rugby è in crescita fra i paesi arabi, dove fino a pochi anni fa era totalmente assente. L’Arab Rugby Sevens Championship è partito 3 anni fa, con la prima edizione ospitata in Egitto e disputata fra quattro squadre. Le nazionali in competizione sono diventate cinque l’anno successivo a Marrakech, in Marocco, e saranno, come detto, ben otto quest’anno.
In Iraq il calcio è lo sport principale, ma ci sono quattro squadre di rugby che organizzano periodici incontri di rugby a sette. Per prepararsi per il torneo internazionale, diversi giocatori hanno lasciato i loro lavori, concentrandosi solo sulla preparazione di un evento che li riempie d’orgoglio: scendere in campo come la prima nazionale irachena di rugby di sempre.
Le circostanze sono particolari: entrambe le squadre occupano la quarta posizione nelle rispettive conference, ma sono in situazioni opposte. Le Zebre vengono dalle vittorie contro Southern Kings e Ulster, che ne hanno rafforzato la fiducia in un inizio di stagione già di per sé brillante. Edimburgo invece è impantanato in una striscia di tre sconfitte consecutive, dopo aver vinto i primi due incontri della stagione.
Zebre in caccia, dunque, ad Edimburgo: la terza vittoria consecutiva sarebbe un risultato storico per la franchigia italiana, rilanciata dal lavoro di coach Bradley nel fisico e nella testa. Proprio l’allenatore irlandese vorrà in qualche modo dimostrare il proprio valore, dopo aver allenato Edimburgo dal 2011 al 2013. Per farlo, ha scelto la continuità: un XV pressoché identico a quello visto contro Ulster, con l’unica eccezione di Venditti che prende il posto di Bisegni, out per infortunio.
È fuori anche Sami Panico. Il pilone delle Zebre viene rimpiazzato in panchina da Andrea De Marchi. La maglia numero 20 sarà di Derrick Minnie e non di Jacopo Sarto, mentre in fondo alla panchina trova spazio Ciaran Gaffney.
Sull’altro fronte, Richard Cockerill ha operato diversi cambi rispetto alla formazione sconfitta a Dublino dal Leinster. Rientra il solido WP Nel in prima linea, mentre Blair Kinghorn riguadagna la posizione di estremo e Magnus Bradbury quella di flanker. In panchina Robbie Fruean. Edimburgo ha una brutta storia con le squadre italiane: tre sconfitte negli ultimi quattro incontri contro le nostre franchigie, e un bilancio di quattro vittorie a tre per le Zebre negli ultimi sette incontri disputati fra le due formazioni.
Gli ingredienti per farsi venire l’acquolina in bocca ci sono tutti, ma piano con le illusioni. Dopo la sconfitta casalinga con Treviso, Edimburgo ha perso contro Scarlets e Leinster, le due squadre probabilmente più attrezzate del campionato, e non tutto ciò che Edimburgo ha mostrato a Dublino nella sconfitta per 21 a 13 dello scorso weekend è da buttare.
Per le Zebre sarà cruciale non farsi intimorire dal fattore campo e continuare a fare bene quello che hanno dimostrato di aver interiorizzato: una difesa che sale forte e toglie spazio e una verve offensiva brillante. Sarà quindi essenziale la battaglia sulle fonti del gioco per assicurare a Violi e a Canna di poter giocare più palloni possibili: sono entrambi giocatori propositivi che per contro patiscono la fase difensiva. La disciplina e la tenuta psicologica faranno il resto. Kick-off alle ore 20:35, nessuna diretta tv.
Le formazioni
Edimburgo: 15 Blair Kinghorn, 14 Dougie Fife, 13 James Johnstone, 12 Phil Burleigh, 11 Tom Brown, 10 Jason Tovey, 9 Nathan Fowles, 8 Cornell du Preez, 7 Jamie Ritchie, 6 Magnus Bradbury (c), 5 Grant Gilchrist, 4 Ben Toolis, 3 WP Nel, 2 Stuart McInally, 1 Darryl Marfo A disposizione: 16 Ross Ford, 17 Allan Dell, 18 Simon Berghan, 19 Anton Bresler, 20 Luke Crosbie, 21 Sam Hidalgo-Clyne, 22 Duncan Weir, 23 Robbie Fruean
Zebre: 15 Matteo Minozzi, 14 Mattia Bellini, 13 Tommaso Boni, 12 Tommaso Castello (c), 11 Giovanbattista Venditti, 10 Carlo Canna, 9 Marcello Violi, 8 Renato Giammarioli, 7 Johan Meyer, 6 Giovanni Licata, 5 George Biagi, 4 David Sisi, 3 Dario Chistolini, 2 Oliviero Fabiani, 1 Andrea Lovotti A disposizione: 16 Luhandre Luus, 17 Andrea De Marchi, 18 Eduardo Bello, 19 Leonard Krumow, 20 Derick Minnie, 21 Guglielmo Palazzani, 22 Serafin Bordoli, 23 Ciaran Gaffney
Allistair Coetzee ha annunciato i 23 uomini che indosseranno la maglia degli Springboks questo sabato a Città del Capo per affrontare l’ultima giornata del Rugby Championship che vede la nazionale sudafricana opposta agli All Blacks già laureatisi campioni. Tutto esaurito, comunque, il Newlands: i tifosi si aspettano una riscossa rispetto alla sonora batosta subita ormai tre settimane fa.
Nella formazione titolare, spazio per la prima volta da titolare a Steven Kitshoff, che rileva Tendai Mtawarira, fuori per motivi familiari. Kitshoff interrompe così il suo particolare record di 18 presenze consecutive tutte ottenute partendo dalla panchina. In seconda linea si guadagna, dopo molto tempo, il posto da titolare Lood de Jager, che scalza Franco Mostert relegato in panchina. In terza linea, invece, l’infortunio di Uzair Cassiem costringe Coetzee a spostare Francois Louw a numero otto. Ai suoi fianchi Pieter-Steph Du Toit, preferito a Jean-Luc Du Preez, e, immancabile, Siya Kolisi.
Nessun cambio nella linea arretrata rispetto a coloro che hanno pareggiato una settimana fa con l’Australia: Ross Cronje ed Elton Jantjies agiscono in mediana, con Serfontein e Kriel ai centri. Il triangolo allargato sarà composto da Leyds, Skosan e Andries Coetzee.
In panchina, prima convocazione per il pilone degli Stormers Wilco Louw: il 23enne viene dato dalle statistiche oltre i 130 chilogrammi di peso. Allistair Coetzee ha dichiarato in conferenza stampa che la sua squadra è pronta alla sfida, e anche se gli All Blacks sembrano non aver nessun punto debole, gli Springboks cercheranno di metterli alla prova facendo fruttare la brutta esperienza di Albany.
Sudafrica: 15. Andries Coetzee, 14 Dillyn Leyds, 13 Jesse Kriel, 12 Jan Serfontein, 11 Courtnall Skosan, 10 Elton Jantjies, 9 Ross Cronje, 8 Francois Louw, 7 Pieter-Steph du Toit, 6 Siya Kolisi, 5 Lood de Jager, 4 Eben Etzebeth (c), 3 Ruan Dreyer, 2 Malcolm Marx, 1 Steven Kitshoff
In panchina: 16 Chiliboy Ralepelle, 17 Trevor Nyakane, 18 Wilco Louw, 19 Franco Mostert, 20 Jean-Luc du Preez, 21 Rudy Paige, 22 Handré Pollard, 23 Damian de Allende
Due vittorie consecutive e importanti, quelle ottenute dalla Benetton Treviso contro Edimburgo e Ospreys. Due vittorie per nulla scontate e arrivate grazie alla fame, alla determinazione e a una difesa arcigna. Servirà però qualcosa di più per oltrepassare l’ostacolo Glasgow Warriors, i primi della conference A del Pro14, che hanno totalizzato per ora 18 dei 20 punti disponibili in queste prime giornate.
Gli scozzesi dell’head coach Dave Rennie, arrivato quest’anno dai Chiefs a colmare il vuoto lasciato dalla partenza di Gregor Townsend per la panchina della nazionale, hanno incominciato il campionato con le marce alte battendo in fila Connacht, Ospreys, Cardiff e Munster. Allo Scotstoun Stadium ritroveranno il “Lions” Tommy Seymour, alla prima presenza in questa stagione.
Assieme all’ala della Scozia completano il triangolo allargato Ruaridh Jackson (ad estremo) e Lee Jones. Peter Horne si sposta all’apertura, dove combinerà con l’esperienza di Henry Pyrgos. A capitanare la formazione di casa sarà Ryan Wilson, con la maglia numero 8. Si rivede in panchina intanto il tallonatore della nazionale Fraser Brown, in compagnia di altri giocatori di notevole qualità pronti a scombinare gli equilibri del match: il talentuoso Ali Price come mediano di mischia, il solido Tim Swinson pronto a fare legna in seconda linea e il 19enne Matt Fagerson, interessante terza ala e fratello del pilone Zander. Lunga la lista degli assenti per i Warriors: non ci sarà Leonardo Sarto, uscito malconcio dalla bellissima prestazione contro Munster (una meta e un assist), mentre sono fermi ai box per un periodo più lungo nomi del calibro di Jonny Gray, Alex Dunbar e Stuart Hogg.
Al solito, l’infermeria di Treviso è piuttosto piena, ma i cambiamenti apportati alla formazione titolare da Kieran Crowley sono più tattici che forzati da ragioni mediche. La backline dei veneti rimane immutata con Hayward, Sperandio ed Esposito a formare il triangolo arretrato, Sgarbi e Benvenuti a dare sostanza sui centri. Cambia radicalmente invece la mediana: fuori Gori e McKinley, dentro Tebaldi e Banks. Diversi invece i cambi in mischia, dove il capitano Dean Budd scala in seconda linea lasciando la maglia numero otto a Marco Barbini, ai cui fianchi agiranno Steyn e Negri. Conferma per Marco Fuser in seconda, mentre in prima linea Bigi e Ferrari cambiano partner, accogliendo Cherif Traore.
Treviso dovrà riuscire a mantenere la concentrazione e la sicurezza nelle fasi statiche, chiudendo il gioco il più possibile, come dimostrato nelle giornate precedenti. I Leoni hanno una possibilità finché il punteggio della partita rimane basso e si gioca una gara fisica, di spietata guerriglia intorno ai punti di incontro. Se Glasgow riuscirà a dare aria al proprio gioco, invece, avrà prevedibilmente vita più facile.
Il match si giocherà alle ore 20.35 ora italiana, ma non ci sarà nessuna produzione televisiva dell’incontro. Arbitro del match sarà il gallese Dan Jones.
Glasgow: Ruaridh Jackson, Tommy Seymour, Nick Grigg, Sam Johnson, Lee Jones, Peter Horne, Henry Pyrgos, Alex Allan, Pat MacArthur, D’Arcy Rae, Brian Alainu’uese, Scott Cummings, Robert Harley, Chris Fusaro, Ryan Wilson (c) A disposizione: Fraser Brown, Jamie Bhatti, Adam Nicol, Tim Swinson, Matt Fagerson, Ali Price, Brandon Thomson, Niko Matawalu
Benetton Rugby: Jayden Hayward, Angelo Esposito, Tommaso Benvenuti, Alberto Sgarbi, Luca Sperandio, Marty Banks, Tito Tebaldi, Marco Barbini, Abraham Steyn, Sebastian Negri, Dean Budd (c), Marco Fuser, Simone Ferrari, Luca Bigi, Cherif Traore A disposizione: Federico Zani, Alberto De Marchi, Tiziano Pasquali, Federico Ruzza, Marco Lazzaroni, Robert Barbieri, Giorgio Bronzini, Ian McKinley
Giocatori indisponibili: Tommaso Allan, Andrea Bronzini, Andrea Buondonno, Whetu Douglas, Ornel Gega, Irné Herbst, Tommaso Iannone, Engjel Makelara, Nasi Manu, Luca Morisi, Nicola Quaglio, Marco Riccioni, Michael Tagicakibau, Alessandro Zanni, Matteo Zanusso.
Allistair Coetzee ha ufficializzato la formazione che sabato 30 settembre affronterà gli Wallabies sul terreno amico del Free State Stadium di Bloemfontein, ventiquattro ore dopo che Cheetahs e Ospreys si daranno battaglia per quanto riguarda il Pro14.
Così come l’Australia, anche gli Springboks inseriscono qualche sorpresa nel XV iniziale per la quinta e penultima giornata del Rugby Championship. Vi ricordate quell’incredibile riciclo dietro a schiena da terra riuscito ad un giocatore degli Stormers durante lo scorso Super Rugby? Per i più distratti il nome del giocatore è Dillyn Leyds, 25 anni compiuti da poco e già 3 caps per la nazionale sudafricana.
Leyds ha vinto i Junior World Championships nel 2012 con il Sudafrica, e dopo aver giocato due anni per Western Province si è trasferito a Perth, nel tentativo di sfondare nel Super Rugby con i Western Force. Tentativo riuscito a metà: solo 3 presenze dalla panchina per lui nel 2014. Quell’anno giocherà anche nel neonato National Rugby Championship australiano con i Perth Spirit. Leyds è poi riuscito ad arrivare al Super Rugby in maniera più stabile nel 2015, tornando a Western Province e facendo parte del gruppo degli Stormers. Partirà all’ala, preferito a Raymond Rhule
L’altra novità per Coetzee è Francois Louw: il terza linea di Bath è eleggibile per la nazionale sudafricana poiché ha racimolato più di 30 caps prima di emigrare in Europa. Sarà il suo 53esimo cap per gli Springboks, aggiungendo punch e fisicità alla terza linea sudafricana, alla ricerca di un sostituto del lungodegente Jaco Kriel.
Ross Cronje recupera intanto la maglia numero 9, che contro gli All Blacks aveva dovuto cedere a causa di una influenza, mentre in panchina si accomoda Rudy Paige. François Hougaard è stato rilasciato, consentendogli di raggiungere i Worcester Warriors: Allistair Coetzee è stato duro con il mediano di mischia, dichiarando alla stampa che il suo alternarsi fra il ruolo di ala e di mediano di mischia abbia compromesso il suo rendimento a livello di test match internazionali.
L’ultimo cambio dell’head coach sudafricano riguarda la prima linea, dove Chiliboy Ralepelle guadagna la maglia numero 16 al posto di Bongi Mbonambi, che anche se ha occupato il posto di riserva principale di Malcolm Marx in tutte le partite della nazionale quest’anno non è mai sembrato essersi guadagnato la totale fiducia dello staff tecnico, che gli ha spesso lasciato solamente minuscoli scampoli di partita.
Il Sudafrica viene dalla dura sconfitta di due settimane fa contro la Nuova Zelanda ed è chiamato ad una riscossa, in casa contro l’Australia che ha costretto gli Springboks al pareggio alla terza giornata. L’entusiasmo sembra comunque non mancare, visto il sold out registrato per la partita conclusiva del torneo, nuovamente contro gli All Blacks.
Sudafrica: 15 Andries Coetzee, 14 Dillyn Leyds, 13 Jesse Kriel, 12 Jan Serfontein, 11 Courtnall Skosan, 10 Elton Jantjies, 9 Ross Cronje, 8 Uzair Cassiem, 7 Francois Louw, 6 Siya Kolisi, 5 Franco Mostert, 4 Eben Etzebeth (c), 3 Ruan Dreyer, 2 Malcolm Marx, 1 Tendai Mtawarira In panchina: 16 Chiliboy Ralepelle, 17 Steven Kitshoff, 18 Trevor Nyakane, 19 Pieter-Steph du Toit, 20 Jean-Luc du Preez, 21 Rudy Paige, 22 Handré Pollard, 23 Damian de Allende
Sarà il pubblico di Bloemfontein, questo fine settimana, ad applaudire un monumento gallese e del rugby in generale, un leader indiscutibile che ha raggiunto un nuovo record in una carriera già fitta di successi: si tratta di Alun Wyn Jones, che scenderà in campo contro i Cheetahs, in terra sudafricana, portando per la centesima volta al braccio la fascia di capitano degli Ospreys.
Il seconda linea della nazionale gallese ha compiuto da poco 32 anni, una cifra che sembra irrisoria rispetto al tempo infinito in cui lo abbiamo visto calcare le scene della palla ovale internazionale: sono 119 i test match giocati da Alun Wyn Jones, sommando Galles e British & Irish Lions, di cui ha fatto parte per ben tre tour consecutivi (2009, 2013, 2017), un dato che rende esaurientemente la statura del giocatore. Ha esordito in nazionale 11 anni fa, in un Argentina-Galles conclusasi con il punteggio di 27 a 25, in cui Jones indossava addirittura la maglia numero 6.
118 partite dopo lo abbiamo visto lasciare il posto nel secondo tempo a Courtney Lawes nel 15 a 15 che ha concluso il tour dei Lions in Nuova Zelanda dello scorso giugno. Sempre per i Lions ha ottenuto i gradi di capitano nel terzo e cruciale test match della selezione irlandese e britannica contro l’Australia, nel 2013, conducendo la squadra alla prima vittoria in una serie dopo 16 anni. E’ stato uno dei sette giocatori a battere almeno una volta Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa con la maglia dei Lions. Per 10 volte, inoltre, Alun Wyn Jones è stato capitano del Galles, la prima volta contro l’Italia nel Sei Nazioni 2009.
Ciò che ha fatto la differenza nella carriera di Jones non sono tanto i 118 chilogrammi di peso spalmati su poco meno di due metri d’altezza, quanto l’immagine di leader coraggioso, animato dalla voglia di lasciare il cuore su ogni campo calcato, in ogni partita, anche la più sfortunata, anche quella dal punteggio ormai segnato. Per questo il seconda linea è un monumento vivente della palla ovale che estende i propri confini ben oltre il Galles, diventando mito mentre ancora continua a battersi domenica dopo domenica.
Con il Galles ha ottenuto tre Sei Nazioni (2008 e 2012 con Grande Slam, e 2013), mentre con gli Ospreys ha collezionato oltre 200 presenze, 177 delle quali da titolare. La 178esima sarà quella contro i Cheetahs, un incontro assai delicato per la squadra gallese che sta attraversando un momento difficile. La sconfitta di Treviso, infatti, ha portato a 8 le sconfitte degli Ospreys nelle ultime 10 partite. I Cheetahs viaggiano invece sull’onda positiva dei successi contro Zebre e Leinster. Agli Ospreys mancherà Justin Tipuric, rimasto accanto alla compagna in vista della nascita del figlio.
Ha parlato presso la sala del Consiglio Comunale di Padova il Presidente del Petrarca Enrico Toffano, in merito all’imminente partenza della nuova stagione del massimo campionato italiano. Nell’ambiente petrarchino si respira un clima di rinnovata fiducia e ambizione, con la squadra in mano ad Andrea Marcato e Augusto Allori. Ma il numero uno del club predica umiltà, dopo la delusione della scorsa stagione con l’eliminazione in semifinale e considerando il livello sulla carta più alto del torneo 2017/18. “Ci eravamo fatti tante illusioni con una squadra costruita per arrivare a certi livelli, poi ci siamo persi…“, riporta Il Mattino.
“Veniamo da due semifinali, nelle ultime stagioni, che hanno lasciato scorie – si legge sul quotidiano veneto – Questi dirigenti meritano di più e dovremo presto crescere come gruppo per giocarci le nostre carte”. Per quanto riguarda il mercato, si legge che arriverà un mediano di apertura sudafricano che affiancherà il giovane Rizzi.
Secondo quanto riportato dal quotidiano britannico The Telegraph, World Rugby avrebbe fatto pressioni sul comitato organizzatore della prossima Rugby World Cup in Giappone affinché vengano scelte le 20 sedi di allenamento delle squadre partecipanti.
Alla vigilia, infatti, del 20 settembre, data che segna i due anni esatti dall’inizio del torneo nipponico che assegnerà il titolo mondiale, World Rugby ha voluto procedere con un’analisi dello stato dell’arte della preparazione della coppa del mondo, constatando che su alcune questioni l’organizzazione nipponica è ancora indietro sulla tabella di marcia.
Niente di allarmante, comunque, secondo quanto dichiarato al Telegraph dal Direttore del Torneo per World Rugby Alan Gilpin: “Ci sono diversi campi nei quali il comitato organizzatore è in pari o addirittura in anticipo sui tempi previsti rispetto al 2015, mentre ci sono altri campi nei quali non sono ancora arrivati al punto dove ci aspettavamo che fossero giunti, come le strutture di allenamento delle squadre, fondamentali per il benessere dei giocatori e la performance delle squadre”.
Il calendario della Rugby World Cup sarà annunciato il prossimo 2 novembre, e gli organizzatori non hanno alcun dubbio sul rispetto delle tempistiche e dei preparativi da parte del Giappone. Sempre al Telegraph, Gilpin ha dichiarato che World Rugby sta dando il maggior supporto possibile al comitato organizzatore, avendo condiviso una road map per rimettersi in carreggiata e accelerare i preparativi per quella che promette di essere un’edizione fondamentale per la diffusione della palla ovale in Asia.
107 punti segnati in 160 minuti di gioco. Un bilancio niente male quello della terza giornata del Rugby Championship. Due partite molto diverse tra loro: in Australia, gli Wallabies sono la squadra che ha più da recriminare per non essere riuscita a spuntarla nel match che li ha visti pareggiare con un Sudafrica meno brillante che in altre uscite; in Nuova Zelanda, l’Argentina si trova sopra di 7 punti al sessantesimo con un uomo in più, ma le gambe degli uomini di Hourcade vacillano, mentre gli All Blacks reagiscono e ne escono vincitori.
Partite che in ogni caso hanno visto prestazioni ragguardevoli, anche da parte di nomi meno attesi, e prestazioni decisamente insufficienti, magari proprio da attribuire a giocatori più blasonati. Abbiamo deciso di scegliere quattro nomi per ogni partita, due per ogni squadra: chi ci ha riempito gli occhi questo sabato mattina, e chi ci ha invece deluso rispetto alle attese.
Argentina
L’Argentina è forse la squadra che meno di altre riesce a nascondere le proprie magagne: in questo inizio di torneo sembrano la squadra nettamente inferiore alle altre. Una squadra corta, con giocatori per lo più fuori forma o che hanno passato il periodo migliore della loro carriera. Lo scarso ricambio generazionale incomincia a farsi sentire.
Daniel Hourcade si affida a Benjamin Macome come numero 8 e il trentunenne terza linea non delude, giocando un’ottima partita sia dal punto di vista statistico (45 metri di avanzamento in 7 corse, per ESPN) che pratico, cogliendo sicuramente più l’occhio rispetto alle scialbe prestazioni di Leguizamon e Senatore, infortunatosi, delle settimane scorse. Da segnalare anche la grande prova, al solito, del capitano argentino Agustin Creevy, monumentale e iconico nella sua prova.
Il migliore dei suoi però è uno dei più giovani della selezione: Emiliano Boffelli, 22enne ala di Rosario, al suo quinto cap con i Pumas. I primi due, prima del Rugby Championship, sono arrivati lo scorso giugno contro l’Inghilterra, dove ha segnato subito due mete, e un’altra al Sudafrica in agosto. Oltre alla pericolosità offensiva datagli dal fisico imponente, Boffelli è bravo ad andarsi a cercare lavoro in giro per il campo in modo da essere sempre protagonista.
Da non trascurare la notevole potenza ed educazione del suo piede: arma in più dal punto di vista tattico nel triangolo allargato argentino, Boffelli ha dimostrato grandissima precisione quando si tratta di calciare verso i pali da notevole distanza. 6 punti questa domenica contro gli All Blacks, entrambe le volte superando i 50 metri di distanza dai pali, e in una delle due occasioni anche da posizione defilata.
Fra le delusioni, un giocatore che non sta particolarmente brillando è Nicolas Sanchez, al quale evidentemente non riescono alcuni dei colpi che lo hanno portato nell’élite mondiale negli anni scorsi. Disordine, errori e una certa fragilità difensiva appannano una prova che comunque ha visto il numero 10 argentino mettere a segno 16 dei 22 punti dei suoi, segnando in tutti i modi possibili: una meta, la relativa trasformazione, due calci di punizione e un drop. I punti messi a segno non raccontano tutta la storia della sua partita, ma Sanchez non merita la palma di peggiore dei suoi.
Un giocatore da cui l’Argentina deve avere qualcosa in più è l’ormai esperto Pablo Matera. 5 placcaggi sbagliati, 2 turnover concessi, 20 metri guadagnati in 13 cariche (sempre fonte ESPN) sono già di per sè una linea statistica che esprime un giudizio netto sulla prestazione del flanker. Se a questo si aggiunge l’occasione da meta sprecata nel momento chiave della gara, prima del giallo a Barrett, pensando di poter arrivare oltre la linea con il fisico, cominciano ad essere troppe le ombre sulla prestazione di che ha sì solamente 24 anni, ma che sabato festeggiava il quarantesimo cap in maglia Pumas e dovrebbe essere una delle ancore della sua formazione.
Nuova Zelanda
Lo dico subito: chi mi è piaciuto meno di tutti in questi All Blacks è stato il loro mediano di apertura Beauden Barrett, e non è la prima partita nella quale, a mio parere, il 10 in maglia nera non è all’altezza del suo livello. Difficile sostenere una affermazione del genere dopo aver visto il delizioso calcio con cui Barrett ha servito la seconda segnatura dei neozelandesi a Anton Lienert-Brown.
Non mi convince fino in fondo lo schieramento della difesa argentina, in soprannumero a sinistra
Eppure da Beauden Barrett mi aspetto di più nell’economia generale del gioco degli All Blacks: ultimamente il numero 10 commette diversi errori, alcuni dimostrano superficialità e poca concentrazione sul gesto tecnico, come in occasione dei due calci d’inizio calciati non oltre i 10 metri. Sembra quasi che l’apertura dei tuttineri gigioneggi un po’, complice la superiorità della propria squadra.
Barrett si è poi reso colpevole di un fallo professionale che gli è costato 10 minuti fuori dal campo nel momento in cui la sua squadra era sotto massima pressione. Pressione che è stata immediatamente alleviata dalla grande reazione dei numeri uno del ranking mondiale, ma in maniera certo non scontata.
Infine, Beauden Barrett è stato il principale motivo per cui l’Argentina è rimasta attaccata al match quando gli All Blacks avevano segnato tre mete nel primo tempo contro una allo scadere da parte dei Pumas, per via del suo 0% dalla piazzola che, francamente, comincia a diventare un problema troppo ricorrente. Un problema che potrebbe ripresentarsi in situazioni meno piacevoli e costare qualcosa. È per questo che Steve Hansen potrebbe meditare di inserire in cabina di regia il più ordinato Lima Sopoaga, infallibile al piede, magari non nel prossimo atteso scontro contro gli Springboks ma più probabilmente in Argentina.
Come migliore dei suoi come non citare la partita bestiale giocata da Vaea Fifita, al suo esordio dal primo minuto con la maglia numero 6 degli All Blacks, che si candida seriamente a mantenere per il resto del torneo.
Fifita si è reso protagonista di una prova enorme: prima la carica con la quale intorno al ventesimo ha steso tre avversari, percorrendo coast to coast il terreno fra le due linee dei dieci metri nel traffico, poi con l’azione che ha cambiato la partita, al cinquantesimo.
Barrett ha appena lasciato i suoi in quattordici uomini e l’Argentina è andata sopra di sette: a mezz’ora dalla fine si sono addensate delle nuvole pesanti su New Plymouth.
Sul calcio d’inizio gli All Blacks recuperano il pallone e lo spostano subito fuori, dove Fifita riceve al centro del campo, sulla linea dei dieci metri. Fa fuori Cordero in velocità (!), ed è troppo lanciato per farsi impensierire dal recupero di Nicolas Sanchez. Fifita gira intorno a tutti e va a depositare nell’angolo sinistro. È la meta che schianta l’Argentina, che non avrà più la forza di replicare.
Riassunto statistico della partita offensiva di Fifita: 11 cariche, 113 metri fatti, 3 clean breaks e un pazzesco 11 nella colonna dei difensori battuti.
Sudafrica
C’era una volta la rinascita del Sudafrica. Questo sabato gli Springboks sono riusciti a strappare il pareggio in Australia in una partita che forse i padroni di casa avrebbero meritato maggiormente. Opaca invece la prestazione sudafricana, capace di esaltarsi solo in qualche percussione verticale dei suoi avanti.
Delle due mete marcate, una è stata segnata con una rolling maul devastante e perfetta, un po’ come la fotocopia di qualche minuto prima, ma a parti invertite, l’altra decisamente viziata da una spinta di Rhule su Hooper non sanzionata dall’arbitro.
Se Siya Kolisi ha dimostrato lo stato di grazia degli ultimi mesi, Malcolm Marx ha invece in questa partita un po’ deluso le attese, rimanendo in penombra. Chi invece è andato meglio degli altri è stato Coenie Oosthuizen, autore di una splendida partita difensiva.
Il pilone degli Sharks ha chiuso con ben 15 placcaggi prima di dover uscire per infortunio. 28 anni e poche presenze da titolare al suo attivo, chiuso fino a ieri da una prosperosa generazione di piloni sudafricani, Oosthuizen è il tipo di pilone dalla circonferenza importante, ma dalla sorprendente rapidità, con un’insospettabile tendenza a non voler cadere a terra.
Insoddisfazione invece per la prestazione di Jesse Kriel: il secondo centro sudafricano è tanto dotato fisicamente, quanto povero da un punto di vista tecnico, soprattutto per quanto riguarda le sue letture delle situazioni di gioco.
Forse non tutti sanno che Jesse e Jaco Kriel non sono parenti, ma che Jesse ha un fratello gemello, Dan, con cui ha condiviso la maglia della nazionale giovanile sudafricana. Dan Kriel gioca per Stormers e Western Province.
Kriel, che ha una velocità veramente impressionante, con quel suo stile di corsa potente e muscolare, ghepardesco nell’allungo, possiede fondamentalmente una sola soluzione quando si trova davanti alla difesa schierata: cercare di battere in velocità l’avversario all’esterno, in modo da creare almeno un vantaggio per l’attacco da sfruttare attraverso un passaggio.
Così facendo però, il giovane centro trasmette spesso la pressione della difesa avversaria in una zona di campo più vicina alla linea laterale, congestionando le spaziature dell’attacco già di per sé non particolarmente apprezzabili in una linea arretrata sudafricana che, comunque, cerca di giocare di più il pallone rispetto a qualche anno fa.
Viso pallido e allungato, spalle strette per essere un rugbista, riccioli biondi: è l’identikit di Ned Hanigan, il terza linea dei Waratahs che, stando alle scelte di Cheika in queste tre giornate del Rugby Championship, è titolare della maglia numero 6 dell’Australia.
Eppure, il classe 1995 non si è dimostrato all’altezza in nessuna delle tre partite giocare nel torneo. Disastroso come tutta la squadra nella disfatta della prima giornata, salvato dalla gloriosa sconfitta della settimana successiva, Hanigan arrivava a questa giornata con il dovere di farci vedere qualcosa: non è stato così. Le statistiche non dicono tutto, ma spesso, come per l’appunto in questo caso, dicono molto: 4 cariche in attacco per 0 metri percorsi, 6 placcaggi riusciti e 4 sbagliati (sempre per ESPN).
Sarebbe carino e divertente assegnare il premio di miglior Wallaby della giornata a qualcun altro piuttosto che a Kurtley Beale, il nome più scontato. Nonostante le buone prestazioni di altri peraltro noti volti come Israel Folau e Michael Hooper, che ha ricordato quello dei giorni migliori, Beale è inconfutabilmente il migliore dei suoi anche questa settimana.
Sebbene sia difficile capire se abbia beneficiato di più dell’esperienza in Inghilterra o del ritorno in madrepatria, Kurtley Beale è il valore aggiunto di questa Australia. Non è tanto la meta, certo facilitata dalla difesa avversaria (ma intanto bisogna farla), quanto l’apporto a tutto il gioco offensivo della nazionale australiana, sdoppiandosi nei ruoli di playmaker aggiunto quando il pallone è in mano ai Wallabies e di membro del triangolo allargato quando il pallone lo hanno gli altri, ma il territorio occupato è quello avversario.
Per l’Australia una prova importante contro l’Argentina la prossima settimana: due squadre assetate di vittoria si giocheranno tanto nello scontro di sabato. Una sfida da non mancare.
Mentre il Sudafrica si prepara alla sfida agli All Blacks di sabato prossimo, arriva una notizia clamorosa: Pat Lambie ha rescisso con effetto immediato il suo contratto con gli Sharks e con la federazione sudafricana. Raggiungerà i parigini del Racing 92 già nelle prossime settimane per andare a rinforzare la compagine della capitale transalpina nel top14, avendo firmato un contratto che lo lega al club per i prossimi tre anni.
Lambie, 26 anni e 56 caps con gli Springboks, è reduce da una sequela di infortuni che ultimamente ne hanno minato la presenza su un campo da rugby. In particolare, la concussion subita lo scorso maggio ha dato non pochi fastidi al mediano di apertura, tanto che si era paventato un suo addio prematuro al rugby giocato, che Lambie aveva in seguito negato con decisione. L’infortunio lo ha comunque tenuto lontano dai campi nel corso degli ultimi 5 mesi. Dovrebbe fare il suo ritorno, dopo il definitivo ok dei medici, nel giro di qualche settimana.
Avendo superato le 30 presenze internazionali, comunque, Lambie potrà anche continuare ad essere convocato da Allistair Coetzee secondo le regole che la federazione sudafricana si è data, rimanendo in lizza per un posto in Giappone alla Coppa del Mondo 2019.
Jordie Barrett è il nome del momento. Dopo aver esordito in maglia All Blacks a metà giugno, giocando uno scampolo della netta vittoria della nazionale neozelandese su Samoa nel match di preparazione alla serie coi Lions, il fratello del mediano di apertura Beauden si è guadagnato la promozione a titolare con la maglia di estremo nell’ultimo e decisivo test, finito poi in pareggio.
Una partita che il giovane ha interpretato con serenità e coraggio, come lo studente che affronta in scioltezza un esame perché sa di essere preparato. Barrett il giovane ha fornito in quella occasione l’assist per la prima marcatura torreggiando sopra Elliot Daly, per poi andare a marcare la seconda meta, brillantemente servito in campo aperto da Anton Lienert-Brown. In mezzo a questo, ha mantenuto serenità e composure sotto il fuoco della batteria di calciatori dei Lions, che lo hanno continuamente testato sui palloni alti.
Con la recente ufficializzazione che Ben Smith non giocherà i prossimi incontri della Nuova Zelanda, prendendosi una pausa prestabilita almeno dal rugby internazionale che durerà fino al prossimo giugno, ci sono concrete possibilità che Jordie Barrett sia la prima scelta a numero 15 per il prossimo Rugby Championship e i Test Match di novembre. L’unico in grado di fargli concorrenza sembra essere il più esperto Israel Dagg, uno dei luogotenenti a cui Hansen non piace rinunciare, ma che già in altre occasioni è stato dirottato all’ala per far posto a un estremo con maggiori doti di pericolosità offensiva.
Nehe Milner-Skudder non è mai rientrato nello stato di grazia del 2015 e in nazionale non è mai stato molto considerato come estremo. Damian McKenzie è una alternativa molto affascinante, ma lo staff sembra ritenerlo un gradino inferiore agli altri, probabilmente soprattutto per ragioni fisiche, che si esasperano a livello internazionale. Non è un mistero, inoltre, che lo staff tecnico dei tuttineri lo consideri più un mediano di apertura che un’estremo.
Nonostante questa autostrada che porterebbe dritto ad un indirizzamento di Jordie Barrett verso lo spot di estremo, ci sono dei motivi per sostenere che il ragazzo dovrebbe essere inquadrato per diventare il prossimo numero 12 degli All Blacks, ruolo che per altro ha a lungo ricoperto con Canterbury e con l’under 20 degli All Blacks. Ecco quali sono questi motivi.
Primo: ha la visione di gioco adatta per poter essere un second five-eight ideale
In un gioco strutturato come quello degli All Blacks, avere un primo centro dotato tecnicamente e in grado di elaborare soluzioni veloci, con gli istinti e la visione di gioco di un playmaker, è essenziale per spostare il gioco da una parte all’altra. Il fratello Beauden, peraltro, ama caricare la linea in prima persona assorbendo due difensori e avere al suo esterno un organizzatore di gioco in grado di giocare al massimo dell’efficacia la fase successiva è un plus di non poco valore.
Secondo: è grosso
Dallo schermo televisivo non sembra, ma i fratelli Barrett sono entrambi giocatori dall’impatto fisico non trascurabile. Entrambi superano il metro e novanta e i novanta chili di peso, che alle velocità raggiunte da entrambi diventano più impattanti. Ricordo di essere rimasto sorpreso dalla capacità, durante uno dei test match dei Lions, di Beauden Barrett di mettere in difficoltà il possesso di palla avversario in una ruck dove un giocatore di mischia stava presidiando l’ovale. Il giovane Jordie è più alto e più grosso del fratello, e le sue dimensioni fisiche, destinate peraltro ad aumentare di qui a breve, gli consentono di essere efficace a tutto tondo: quando si trova a fare il lavoro sporco di pulire un raggruppamento così come quando, senza subire l’impatto con un avversario, riesce a liberare il pallone con un offload. In questo modo unisce due delle caratteristiche distintive dei due giocatori che in questo momento sono davanti a lui nelle gerarchie del ruolo: Ryan Crotty e Sonny Bill Williams.
Terzo: è un giocatore multiskilled
Sviluppare Barrett nel ruolo di numero 12 è un’eventualità davvero golosa per Hansen: si tratta di mettere in mezzo al campo un giocatore che, una volta completata la sua formazione, diventerà molto probabilmente un primo centro pronto a raccogliere l’eredità degli Aaron Mauger e dei Ma’a Nonu, portandola ad un livello ulteriore. Un giocatore, quindi, che unisce alla dimensione della prestanza fisica quella di un livello tecnico sopra la media, una grande capacità di playmaking e un piede tattico utilizzabile all’occorrenza. Un giocatore capace di giocare negli spazi allargati, di far correre il pallone all’esterno come di attaccare in verticale per cercare il riciclo per i compagni.
In definitiva, la tesi di Jordie Barrett come prossimo primo centro degli All Blacks potrebbe rimanere solamente una fascinazione, un volo pindarico della fantasia ovale. In questo momento gli All Blacks hanno più bisogno di solidità nel ruolo di estremo, dove dietro Smith ci sono solo Dagg e lo stesso Barrett, che di un primo centro, dove con Crotty e Williams si sta facendo largo anche Ngani Laumape. In un’ottica di medio-lungo periodo, però, Barrett potrebbe essere assai più utile recuperando il ruolo che lo ha portato nel Super Rugby, portando una nuova dimensione al gioco della nazionale più forte del mondo.
Quattro mete in due partite. Questo il bilancio offensivo dei British & Irish Lions nelle due partite disputate contro gli All Blacks: due mete per ciascun test. Nel primo dei due, però, i Lions avevano denunciato alcune difficoltà nello sviluppare il proprio gioco offensivo. La prima marcatura, quella di Sean O’Brien, era stato uno stupendo contrattacco corale orchestrato da Liam Williams, a cui hanno fatto eco pezzi di bravura formidabili da parte di Elliot Daly e Jonathan Davies. Una fase di gioco, però, difficilmente replicabile: le altre due azioni simili sviluppate dai Lions, infatti, si erano chiuse con un nulla di fatto. La seconda meta del primo test, poi, era arrivata a tempo scaduto, grazie all’ostinazione degli avanti nel portare avanti il pallone fino alla linea, ricompensati poi dalla marcatura di Rhys Webb.
Discorso diverso invece per quanto riguarda il secondo test, dove i Lions hanno concretamente rischiato di perdere la partita a causa della loro indisciplina nei primi venti minuti della seconda frazione di gioco. Quando però, a partire dal minuto sessanta, sono riusciti finalmente ad avere il possesso del pallone in attacco, il gioco offensivo dei Lions, orchestrato dalla coppia Sexton-Farrell, è finalmente decollato. Prendiamo la lente d’ingrandimento, e andiamo a vedere allora come sono arrivate le due marcature pesanti che hanno permesso ai Lions di pareggiare la partita, prima che il piede di Owen Farrell regalasse loro la vittoria a poco più di due minuti dal termine.
Faletau in the corner
L’azione che ha portato alla marcatura di Faletau, proprio mentre l’orologio del match segnalava l’ingresso nell’ultimo e solitamente decisivo quarto di partita, è il manifesto del piano di gioco dei Lions per il secondo test match.
Avevamo già avuto l’occasione di vederlo all’opera nei minuti iniziali dell’incontro, quando possesso e territorio sono stati appannaggio della selezione britannica, che ha messo subito in mostra una differente voglia di giocare il pallone lungo tutta la larghezza del campo rispetto al primo test.
Il pattern d’attacco della squadra in maglia rossa, infatti, prevede la ricezione da parte di uno dei due playmaker dopo la fase di conquista, che gioca il pallone a ridosso della linea dietro la schiena di un finto penetrante all’altro passatore della squadra, il quale a sua volta allarga il gioco all’esterno.
I Lions in questo caso eseguono praticamente alla perfezione, e vengono premiati dalla segnatura di Faletau
La prima marcatura nasce da una rimessa laterale esattamente sui dieci metri in attacco, palla Lions. La touche a sei uomini vince bene il pallone, che Murray apre subito largo per Jonathan Sexton, ignorando Sean O’Brien che si proponeva per una percussione vicina. Il movimento del flanker irlandese serve comunque a tenere stretta la difesa vicino alla fonte del gioco.
ph. Reuters
A questo punto è Sexton si esibisce nella sua giocata simbolo: serve Farrell all’altezza, solo per andare a riprendersi il pallone con un loop attorno al primo centro, dietro la schiena di Jonathan Davies, la cui corsa serve a stringere a sua volta la difesa in mezzo al campo. Elliot Daly, ala chiusa, si inserisce nella linea. E’ solo grazie alle sue capacità di giocare con il pallone dovute al suo ruolo di centro per i London Wasps che riesce ad uscire da placcaggio, mantenere il possesso di palla sulla pressione asfissiante della difesa neozelandese e far proseguire il gioco.
Liberati Liam Williams e Anthony Watson all’esterno, i Lions riescono ad avere un ottimo avanzamento che li porta fin dentro i ventidue metri degli All Blacks. In questo momento le squadre sono peraltro ancora in parità numerica, essendo stato espulso temporaneamente Mako Vunipola qualche minuto prima.
Il pallone, dall’estrema destra del campo, viene spostato una prima volta a una mini-unit di avanti vicina, rimanendo all’interno dei quindici metri dalla rimessa laterale. Da qui, Sexton e Farrell orchestrano ancora in combinata per mandare il pallone all’esterno: palla all’apertura irlandese, che serve il figlio di Andy dietro la schiena di Jonathan Davies, un finto penetrante che la difesa deve rispettare e prendere in considerazione.
Owen Farrell legge la situazione perfettamente: non c’è tempo da perdere, la difesa neozelandese è in ritardo. Palla che va direttamente a Liam Williams, penultimo di linea, saltando un uomo. Williams è bravissimo a tirare la corsa quel tanto che basta prima di allargare il pallone a Taulupe Faletau, in agguato sulla linea laterale. Il numero otto gallese conclude l’azione alla grande: sdraia di potenza Israel Dagg ed elude l’intervento in extremis di Brodie Retallick. Meta alla bandierina, pubblico britannico in delirio al Westpac Stadium.
In verticale
Vi ricordate il film Slevin – Patto criminale? Il personaggio di Bruce Willis non fa altro che parlare di questa famosa mossa Kansas City, quella che “quando loro guardano a destra, tu vai a sinistra”. Ecco come i Lions hanno segnato la seconda meta.
Come abbiamo detto e mostrato con la precedente clip inerente la prima meta, i Lions hanno spesso portato il pallone da una parte all’altra del campo, sfruttandone tutta la larghezza. Spesso lo hanno fatto partendo dalla ricezione del primo uomo in piedi che effettuava un passaggio dietro la schiena per l’altro playmaker, per poi giocare il pallone al largo.
Lo hanno fatto talmente a lungo che, al sessantottesimo minuto di una partita giocata per tre quarti in un uomo in meno, nell’affanno della battaglia, Ngani Laumape ha agito in automatico, venendo istantaneamente colto in castagna da Jonathan Sexton e Jamie George: invece che continuare ad andare in orizzontale per tutta la larghezza del campo, i Lions hanno improvvisamente deciso di mettere in verticale il loro gioco non appena la difesa ha lasciato l’opportunità.
Laumape, con il 23, guarda a sinitra e Jamie George lo infila a destra, uscendo con una stupenda linea di corsa dalla visione periferica del centro neozelandese
Anche in questo caso parte tutto da una rimessa laterale in attacco, stavolta ben più in profondità. Touche ben vinta da Itoje che si trasforma in una penetrazione di Jonathan Davies in mezzo al campo. La difesa neozelandese è brava a rallentare il pallone, e a far ripartire i Lions con lentezza: è la volta della carica di Kyle Sinckler.
ph. Reuters
Il guadagno del pilone è pressoché nullo, e anche se la palla esce velocemente, sembra che la difesa in nero riesca a coprire bene il campo. Adesso guardate bene il cronometro del video: a 1:24:48 Sexton riceve il pallone nelle mani e a 1:24:49 Jamie George sta già sfrecciando nella breccia creatasi nella difesa neozelandese. In meno di un secondo Sexton ha controllato l’ovale, fissato con la sua corsa Ardie Savea, intuito che Laumape si sta allargando per coprire su Farrell e servito quindi l’accorrente George nel buco che si è creato.
George viene placcato a poco più di dieci metri dalla linea di meta, con il sostegno un po’ in ritardo, ed è in questo frangente che tutta la malizia dei Lions viene a galla. Sexton, l’unico giocatore in maglia rossa vicino al compagno, si piazza oltre il gate. Farrell, da par suo, arriva alla massima velocità e vola oltre lo stesso George, cercando disperatamente qualcuno da abbrancare.
Per uscire alla sua presa, TJ Perenara è costretto ad un passo laterale che gli è fatale. Nel frattempo, infatti, Conor Murray è arrivato sul pallone, ha visto lo spazio e ci si è infilato, bruciando tutti e andando a segnare la meta del pareggio, ripartendo di nuovo in verticale rispetto al punto d’incontro.
L’all-in di Warren Gatland arriva intorno alle due e mezzo del mattino, ora italiana. Dall’altra parte del mondo siamo intorno all’ora di pranzo e l’head coach dei British & Irish Lions ha appena annunciato al mondo ovale, specialmente quello sveglio, la sua formazione per il secondo e decisivo test della serie contro gli All Blacks: Maro Itoje prende il posto del compagno di club George Kruis, Sam Warburton prende il posto di Peter O’Mahony, che siederà in tribuna essendogli stato preferito in panchina CJ Stander, ma soprattutto sarà Jonathan Sexton a vestire la maglia numero 10, con Owen Farrell dirottato a numero 12, così come avviene nell’Inghilterra di Eddie Jones. A proposito, la percentuale di vittorie internazionali del giocatore Saracens è del 95% quando parte primo centro e del 56% quando parte apertura…
E’ una scelta radicale e inaspettata, quella di Gatland, che finora ha schierato simultaneamente i due in rare occasioni, fra cui parte della vittoria contro i Crusaders e l’ultima parte del primo test, per un totale di 74 minuti, con risultati non entusiasmanti. Sappiamo che Warren Gatland non è nuovo a scelte difficili in momenti di grande pressione: quattro anni fa in Australia decise di lasciare fuori dall’ultimo test contro gli Wallabies Brian O’Driscoll, preferendogli Jonathan Davies. La scommessa quattro anni fa fu vinta, e lodata. Questa volta si tratta di un altro paio di maniche: la Nuova Zelanda di oggi è un avversario neanche paragonabile a quella Australia zoppicante, la pressione è significativamente alta, e la decisione di Gatland è una di quelle pesanti.
Perché
Nel primo test, i Lions hanno chiaramente avuto la possibilità di rimanere attaccati alla partita, giocandola da protagonisti nel periodo a cavallo dell’intervallo. Dopo la bellissima meta di O’Brien nel primo tempo, all’inizio del secondo hanno fatto fuoco e fiamme con Liam Williams, Elliot Daly e Anthony Watson a causare immensi problemi. Tornati indietro da quel momento di dominio senza neanche un punto, i Lions sono andati sotto quando invece gli All Blacks hanno segnato una meta alla prima occasione disponibile.
Un video benaugurale per la partita di sabato: l’ultima vittoria dei Lions in Nuova Zelanda, 24 anni fa, nel secondo test dopo aver perso il primo. Da spettatori neutrali, speriamo in un pareggio per vedere una gara-tre decisiva e spettacolare
Il gioco offensivo al di là dei pericolosi contrattacchi del triangolo allargato, però, ha latitato. Lo scopo di Warren Gatland nel selezionare Sexton e Farrell in cabina di regia è quello di azionare in maniera più facile e frequente i giocatori all’esterno, fra i quali va contato anche Jonathan Davies, una minaccia costante durante il primo test. Sotto di uno a zero, l’head coach ha ideato una squadra con intenzioni più propositive, sfidando gli All Blacks a tutto campo, sul terreno di un rugby espansivo, sulla falsariga di quanto fatto dall’Irlanda a Chicago sette mesi fa.
Ben Te’o è stato uno dei migliori giocatori del tour e uno dei più valorosi sconfitti del primo test, riuscendo a limitare al massimo Sonny Bill Williams. L’ex giocatore di league non viene ricompensato per la sua prestazione, ma trova spazio in una panchina pensata per avere un impatto maggiore sulla partita rispetto a quella del primo test, risultata infine deludente. Te’o sarà utilizzato allo stesso modo di quanto fatto da Eddie Jones con l’Inghilterra al Sei Nazioni, e la scelta di portare in panchina CJ Stander, Courtney Lawes e Jack Nowell deve essere letta nello stesso senso.
Altro motivo tattico che ha spinto Gatland alla scelta del doppio playmaker è la necessità di avere qualcosa in più nella battaglia al piede, dove gli All Blacks hanno a sorpresa avuto la meglio sabato scorso. Essendo stata l’occupazione del territorio avversario una delle chiavi della vittoria neozelandese nel primo test, Gatland vuole cercare di invertire la rotta andando a giocare nel campo avversario. Soprattutto se le condizioni metereologiche sono quelle previste (tanta pioggia), un piede in più sarà sicuramente utile.
I rischi
Primo test: sulle conseguenze del calcio d’inizio del secondo tempo, gli All Blacks si trovano a giocare una mischia al limite dei propri ventidue metri. Aaron Smith apre il pallone dalla base della mischia ordinata a Sonny Bill Williams, che carica la linea. Ben Te’o capisce subito che Williams terrà la palla, si ferma e aspetta l’avversario, sua nemesi e rivale: gran placcaggio, di poco oltre il limite della regolarità, sanzionato con un calcio di punizione contro, ma simbolo della fisicità e della vittoria del duello individuale da parte del centro della nazionale inglese sul suo corrispettivo All Black. Sarà Owen Farrell in grado di replicare un’importante prestazione difensiva come quella di sabato scorso, dovendo affrontare Sonny Bill Williams?
That’s what I’m talking about!
Sappiamo quanti danni possa causare il numero 12 neozelandese quando non adeguatamente arginato, con le sue cariche e i suoi offload, e lo sanno bene anche i Lions: avete presente la meta dei Blues che ha deciso uno dei primi warm-up?
ph. INPHOAltro problema: se mettiamo insieme i minuti giocati finora da Sexton e Farrell se ne contano, come detto, 74. Se si include nell’equazione anche il numero 13 Jonathan Davies, il totale scende a 23. E’ una cifra molto bassa per andare a giocarsi la partita decisiva della serie, e in particolar modo perché non è mai sembrato che Gatland gradisse molto la configurazione del doppio playmaker, preferendo rimanere ancorato a un primo centro di impatto (se non Te’o, Robbie Henshaw, che però tornerà a casa domenica a causa di un infortunio patito contro gli Hurricanes). Quanto è stata sofisticata la preparazione del duopolio Sexton-Farrell e quanto invece è una scommessa? Ricorda per molti versi la decisione dell’allora head coach Clive Woodward di far giocare contemporaneamente Stephen Jones e Jonny Wilkinson nel 2005, non proprio con risultati eccellenti.
La scelta di Gatland è una scelta positiva: cerca di prendere in mano il timone della partita prendendo per primo una decisione, portando un aggiustamento alla sua prima convinzione, cercando qualcosa in più dal punto di vista offensivo rispetto al primo test. Una mossa indubbiamente coraggiosa, e indubbiamente con una ratio a sostenerla, con cui si può essere d’accordo o meno. Restano dei grossi punti di domanda sul fatto che questa scelta possa essere la migliore per questa squadra: davvero affrontare gli All Blacks a viso aperto incrementa le possibilità di successo?
Un’assenza sicuramente eclatante ma in qualche modo annunciata: quella di Sam Warburton dal XV titolare del primo test match che sabato mattina, alle 9.35 italiane, vedrà i British & Irish Lions affrontare la Nuova Zelanda. C’è infatti la maglia numero 20 per il capitano del tour, attardatosi nel raggiungimento della forma migliore a causa di un infortunio subito in pro12 con la maglia dei suoi Cardiff Blues.
Per la prima volta dal 1930, non sarà il capitano designato a portare la squadra fuori dal tunnel degli spogliatoi e a guidarla in campo. A mettere al braccio la fascia di capitano sabato mattina sarà Peter O’Mahony, il capitano del Munster, che dividerà la terza linea con Taulupe Faletau e Sean O’Brien, rispettivamente numero otto e numero sette della squadra scelta da Warren Gatland.
Leading by example
Peter O’Mahony ha il carattere e la pasta giusti per essere quelli del capitano di una squadra di rugby, qualunque essa sia. E questo lo dicono i fatti: nella sua carriera, il terza linea irlandese ha portato la fascia del Presentation Brothers College (la sua scuola di Cork), ogni squadra del Cork Constitution dove ha giocato (giovanili e senior), l’Irlanda under-18, l’Irlanda under-20, il Munster, la nazionale irlandese (a soli 23 anni) e i British & Irish Lions, anche se quello di sabato sarà il primo match ufficiale nel quale porterà la fascia.
Ci sono quei giocatori che sono nati per essere capitani, ma non tutti lo fanno allo stesso modo. Ci sono i capitani hollywoodiani, il classico tipo che carica lo spogliatoio con uno splendido discorso pre-partita, che trasmette alla squadra una narrativa che li porta a trovare una motivazione comune per tendere al risultato. Ci sono capitani che impongono reverenza con la sola presenza, il solo esserci cambia le cose: quelli che zittiscono lo spogliatoio per il solo fatto di entrarci. Ci sono i capitani tecnici: quelli alla Parisse, che sono semplicemente, evidentemente troppo più forti di ogni altro giocatore nello spogliatoio per non essere universalmente riconosciuti come i numeri uno.
Ci sono, infine, quei capitani la cui forza è l’esempio. Non sono le parole a testimoniare la loro leadership, ma la sensazione che comunicano in campo: la voglia che trasmettono a ogni compagno di non deludere le aspettative, la capacità di porre degli standard alti nel campo d’allenamento come in quello da gioco affinché i compagni non siano da meno. Questo è Peter O’Mahony, leader silenzioso.
“Quale canzone sceglieresti al karaoke?” “Piano man, Billy Joel”. Grazie Pete, mi hai già conquistato ❤
Se fosse un personaggio di un libro, Peter O’Mahony sarebbe il Paddy Bawn di Maurice Walsh in “Un uomo tranquillo”, dal quale venne poi tratto anche il film con protagonista John Wayne. Quel Paddy Bawn era un uomo tranquillo, per l’appunto, uno che di battaglie ne aveva viste, e che fosse stato per lui si sarebbe ritirato a godersi la gioia della sua collina irlandese coperta di erica. Eppure, per quanto tranquillo, un uomo che, per la giusta causa, allergico al torto, orgoglioso dei propri valori, era pronto a dar battaglia.
Nelle speculazioni che hanno preceduto le convocazioni del 19 aprile, c’era chi diceva: “Sarebbe una buona idea portare O’Mahony”. “Potrebbe essere un ottimo capitano nei midweek”. “O’Mahony potrebbe guidare le truppe fuori dai test match riuscendo a tenerle concentrate”.
La verità è che tutti, già alla vigilia del test, conoscevano le caratteristiche di Peter O’Mahony ed era riconosciuto universalmente che sarebbe stato un ottimo leone, una pedina fondamentale per Warren Gatland. Pochi, però, pensavano che O’Mahony avrebbe potuto far parte del XV del primo test, soprattutto dopo una stagione 2016–17 difficile, costellata di infortuni più o meno gravi che lo hanno costretto a saltare praticamente la totalità del Sei Nazioni.
Poi, improvvisamente, il 18 marzo Jamie Heaslip si infortuna nel riscaldamento di Irlanda-Inghilterra, ultima del torneo. Sliding door:O’Mahony gioca titolare con la numero 6 ed è fenomenale. Distrugge la rimessa laterale inglese da solo (uno dei migliori al mondo nelle rubate da touche), è ovunque, è l’epitome della terza linea dal lato chiuso: un giocatore silente, dedito con la totalità delle sue energie e del suo fisico al lavoro sporco, e duro, ricevendo la totale ammirazione dei compagni, tirandoseli dietro grazie alla sua abnegazione.
L’Irlanda trionfa sulla scia della sua prestazione. Gatland riapre gli occhi, e li punta su Limerick: c’è una squadra da veder giocare, e la porta in campo un capitano che parla con l’esempio. Sulle spalle porta la maglia numero sei, e quella maglia è rossa, come quella dei Lions. Per Warren Gatland è quasi una visione.
Munsterman
La stagione del Munster si è infranta nel finale. Una squadra corta, che è arrivata stanca agli appuntamenti decisivi: la finale di Pro12 contro gli Scarlets, altra squadra in maglia rossa; la semifinale di Champions Cup contro i campioni uscenti dei Saracens, che si sarebbero poi confermati.
Una stagione, quella dei ragazzi della provincia di Limerick, che aveva dentro qualcosa in più, qualcosa lasciato dalla prematura scomparsa di Anthony Foley, l’head coach della formazione irlandese.
Il 16 ottobre scorso, alla vigilia del primo match stagionale di Champions Cup che avrebbe visto il Munster ospitato dal Racing Metro, Foley perdeva la vita nel sonno, vittima di un’edema polmonare. La partita non si giocherà, e la salma dell’allenatore ed ex-giocatore del Munster, capitano nei suoi ultimi giorni da giocatore fra il 2006 e il 2008, verrà riportata qualche giorno dopo in Irlanda.
A Limerick, nella prima conferenza stampa dopo la morte dell’amato Foley, capace di restaurare quel Munster Pride perduto negli anni recenti, sarà Peter O’Mahony, il capitano nei quali tanti hanno rivisto le stigmate dello stesso Foley, a prendere la parola a nome dei giocatori.
E come avrebbero potuto perdere questa partita, contro Glasgow? La curva mostra il numero 8, quello di Anthony Foley, e il soprannome Axel, tratto dal film Beverly Hills Cop (Eddie Murphy è Axel Foley). CJ Stander indossa la 24, lasciando negli spogliatoi la otto di Foley. Guardate O’Mahony: la mano che stringe il collo di un commosso Simon Zebo durante il minuto di silenzio, la risolutezza di chi, nel dolore, ha oltrepassato il lutto e vede davanti agli occhi la possibilità di offrire un tributo. Non c’è dubbio che Peter O’Mahony sia stato, quest’anno, un uomo in missione
E’ stato chiaro a tutti quanti che la stagione del Munster, dalla dipartita dell’allenatore in poi, abbia avuto una ferocia e un ardore inevitabilmente collegati alla tragedia subita. Nel dramma, è bello vedere come certi intangibles abbiano ancora un valore importante all’interno di una partita, di un’intera stagione ovale.
Peter O’Mahony è stato un capitano esemplare, sulla scia dello stesso Foley e su quella del suo erede, Paul O’Connell. Tutta la storia della sua formazione, della sua carriera, dei momenti che la hanno popolata sono profondamente intrisi dalla cultura della appartenenza tipica della provincia di Munster. Appartenere alla squadra di quella particolare porzione d’Irlanda infonde una sorta di urgenza, di bisogno di non deludere le persone che conosci, quelle che ti hanno sempre supportato e sostenuto fin dove sei arrivato, con la precisa coscienza di sapere da dove sei venuto, senza mai credere di essere arrivato.
Un concetto che per certi versi Munster ha in comune con la Nuova Zelanda: gli All Blacks parlano spesso del fatto che indossare la maglia nera significhi giocare per tutti coloro che l’hanno indossata in precedenza. Anthony Foley la maglia dei Lions non l’ha mai indossata, eppure, quando O’Mahony se la calerà addosso, non potrà non passare nei suoi sensi una reminiscenza della casacca rossa del Munster, quella che indossa da una vita, per elezione naturale. La stessa con cui indossa, da sempre, la fascia di capitano.
Sabato i Lions affronteranno i Maori All Blacks (kick off ore 9.35, diretta Sky Sport), a sette giorni dal primo contatto con l’avversario vero e proprio della serie, la nazionale neozelandese. La selezione maori rappresenta un test di altissimo livello, e le convocazioni di coach Colin Cooper lasciano intendere che l’intenzione è quella di dare battaglia vera, in una battaglia campale che promette notevoli fuochi d’artificio.
La squadra maori potrà contare su alcuni giocatori di esperienza internazionale, su tutti l’ex All Black Liam Messam e il mediano di mischia Tawera Kerr-Barlow, al quale è stato dato il via libera dallo staff degli All Blacks per unirsi al team. Allo stesso modo, Hansen e soci hanno consentito ai fratelli Ioane, Akira e Reiko, di aggregarsi al gruppo, con la concreta possibilità di vedere almeno uno dei due figurare contro i Lions con tre maglie diverse (Blues, Maori All Blacks, Nuova Zelanda).
A Rotorua, dove si terrà la partita, si intrecciano molte storie: Messam e il numero nove di belle speranze degli Hurricanes Te Toiroa Tahuriorangi (non a caso detto Triple T) sono di casa a Rotorua, essendoci nati e cresciuti; Charlie Ngatai è stato incluso nel gruppo, nonostante il talentuoso giocatore continui ad accusare sintomi riconducibili alla concussion che lo ha tenuto fuori per un anno e che sono tornati a manifestarsi dopo il suo recente ritorno in campo; il mediano Bryn Hall, il già citato Te Toiroa Tahuriorangi e il centro Rob Thompson sono i selezionati in attesa di vincere il primo cap per i Maori All Blacks.
Per questo sabato, però, l’attenzione si sofferma su tre giocatori in particolare, quelli che l’head coach Cooper ha segnato nella lista dei convocati come outside backs, e che potrebbero comporre un letale triangolo allargato: si tratta del redivivo Milner-Skudder, dell’astro nascente Damian McKenzie e del futuro oversea James Lowe.
Lo stile di gioco dei Maori All Blacks è fatto di corse pericolose, offload e contrattacchi. Ammirate la seconda meta nel match dello scorso novembre con il Munster (poi vittorioso). I Lions troppo spesso sono stati imperfetti nel loro gioco al piede, che sabato dovrà essere chirurgico per non essere fatti a fette così
Nehe Milner-Skudder
Solamente qualche manciata di giorni fa Nehe Milner-Skudder, stella degli All Blacks campioni del mondo 2015, ritornava finalmente al Super Rugby dopo una lunga pausa forzata, dovuta ad una serie di infortuni che gli hanno consentito di disputare solo poche partite.
Fuori da marzo per una frattura al piede, ultimo degli incidenti occorsi al brillante trequarti ala, Milner-Skudder ha giocato 26 minuti nello scontro fra i suoi Hurricanes contro Western Force, impressionando a tal punto da essere, nelle parole di Steve Hansen, “molto molto vicino” a essere incluso nella lista dei convocati per la serie.
Così si ripresentava a marzo, prima di infortunarsi nuovamente
Con otto mete in otto presenze con gli All Blacks, Milner-Skudder si è messo in mostra come arma letale del XV in nero alla Rugby World Cup del 2015, dove ha segnato due mete a Tonga e Namibia e una ciascuno a Francia e Australia.
Nonostante le ridotte dimensioni fisiche, il 26enne degli Hurricanes ha delle doti di esplosività, velocità e capacità di cambiare direzione in un passo che lo rendono un attaccante formidabile, sia come numero 14 che come numero 15. Sebbene infatti in nazionale abbia sempre occupato lo spot di ala, gli Highlanders lo hanno spesso schierato estremo, concedendogli quindi diverse situazioni dove poter mettere in mostra i suoi step unici con il campo aperto a disposizione. Un piede sufficientemente educato gli permette di non avere veri e propri sostanziali difetti come estremo, fatta eccezione la statura inferiore a tanti avversari, che potrebbe esporlo a difficoltà nelle contese aeree, ma il giocatore sa il fatto suo e se l’è finora sempre cavata. Per questo sabato, però, Colin Cooper lo ha schierato all’ala, dove si troverà di fronte George North, in una sfida tra opposti golosa per gli occhi.
Damian McKenzie
ph. Sebastiano Pessina
Al fianco del pericoloso Milner-Skudder potrebbe giocare Damian McKenzie, la rivelazione del Super Rugby nelle ultime due stagioni, dove con i Chiefs sta facendo sfaceli. Escluso illustre delle selezioni All Blacks, con i quali ha esordito lo scorso anno in Italia, McKenzie ha giocato soprattutto estremo nel Super Rugby, dopo essere stato l’estremo dei Baby Blacks al mondiale under-20 del 2014, ma è inizialmente cresciuto come numero dieci.
Nonostante la sua grande stagione, già 5 mete all’attivo con i Chiefs, McKenzie è stato escluso sostanzialmente per fare spazio a Jordie Barrett, che ha sfoderato prestazioni sempre più sorprendenti nel ruolo di estremo per gli Hurricanes.
Damian McKenzie è uno dei giocatori più divertenti dell’intero Super Rugby: piccolo fisicamente, supplisce alle carenze con una insospettabile forza. Ama attaccare, dotato com’è di una corsa elusiva e brillante che instilla un immediato panico fra le fila della difesa avversaria, il tutto condito da un pizzico di fantasia e grandi doti tecniche.
L’impressionante 2016 di Damian McKenzie
Piede preciso e piazzatore affidabile, il ventiduenne McKenzie si trova a un bivio della carriera: Aaron Cruden passerà al Montpellier la prossima stagione, e i Chiefs potrebbero decidere di affidare permanentemente le chiavi della regia al giovane. Cosa che peraltro pare richiedere anche lo staff tecnico degli All Blacks, che vede rosee prospettive per il ragazzo nell’evoluzione verso il numero dieci. La sua inesperienza e le poche partite disputate all’apertura, infatti, sono una delle ragioni per cui non gli è ancora stato affidato un ruolo di jolly dalla panchina, capace di coprire gli spot numero 10 e 15 come Beauden Barrett alla scorsa coppa del mondo.
Un momento che, però, potrebbe non tardare ad arrivare. Già contro i Lions, McKenzie sarà come numero dieci tra le fila dei Maori All Blacks, condividendo la cabina di regia con il compagno di squadra Tawera Kerr-Barlow. Una chance importante per dare un segnale definitivo ai selezionatori All Blacks, rendendosi protagonista della partita più importante e prestigiosa giocata dalla selezione maori negli ultimi tempi.
James Lowe
Rapidità e potenza hanno fatto di James Lowe il giocatore temibile che il Super Rugby ha imparato a conoscere, e sul quale ha messo gli occhi il Leinster. Lowe sarà infatti un giocatore della franchigia dublinese il prossimo anno, aggiungendo a una linea arretrata molto temibile un attaccante capace di occupare l’ala ma anche il ruolo di estremo, come ha già fatto altre volte per i Maori All Blacks.
Maori All Blacks che hanno appunto scelto di riconfermare il giocatore dei Chiefs con la maglia numero 15 con la quale l’avevamo visto giocare contro gli Harlequins e Munster lo scorso novembre. La sua è una presenza offensiva importante nei back three degli avversari dei Lions: Lowe si presenta con un biglietto da visita di 25 mete in 50 presenze nel Super Rugby e 6 mete in 5 presenze per i Maori All Blacks.
Sembra che Leinster possa incominciare a leccarsi i baffi per le prossime stagioni, avendo acquistato in una sola sessione di mercato Lowe e il terza linea australiano Fardy
Quello che sarebbe vicino ad essere un titolare per la maggior parte delle nazionali ovali del mondo, in Nuova Zelanda è un giocatore che non ha mai rappresentato il proprio Paese, neanche a livello giovanile. Chiuso da una generazione di talenti cristallini come quelli di Savea, Naholo, Ioane e dallo stesso Milner-Skudder, Lowe ha preferito monetizzare i suoi talenti già a 24 anni, emigrando nel Vecchio Continente.
Alla decisione ha contribuito anche l’essere affetto da artrite reumatoide giovanile, diagnosticatagli quando ancora adolescente, e solo grazie a determinazione, abnegazione e l’aiuto della medicina è riuscito a costruire una carriera rugbystica di successo. D’altronde il suo corpo, dolorante e al quale serve un po’ più di recupero del normale, gli ha donato anche un piede sinistro molto potente, grande velocità e un’ottima capacità di riciclare il pallone dopo il contatto. Un’arma temibile che i Lions dovrebbero temere assai, vista anche l’episodica imprecisione del loro gioco al piede, che potrebbe risultare disastrosa contro una squadra che fa del contrattacco la sua fonte di ispirazione primaria.
Lo scorso sabato si sono chiusi praticamente tutti i campionati europei, con le finali di Eccellenza, Pro12 e Premiership. Con le coppe già concluse, la stagione boreale si concluderà definitivamente con la finale di Top 14 di domenica. Che cosa emerge dalla scorpacciata ovale della scorsa settimana?
1. Il rugby inglese è in gran forma
Bella scoperta, direte voi. Ci sono delle osservazioni da fare, di numeri e di sostanza.
Mentre infatti in Inghilterra Chiefs e Wasps si battevano all’ultimo sangue per conquistare il titolo nazionale, in Francia si assisteva alla disputa per accedere alla finale. Da una parte il Clermont usciva vittorioso nonostante l’uomo in meno dallo scontro contro il Racing, guadagnandosi la possibilità di perdere la sua ventunesima finale su ventidue disputate (si scherza), mentre il Tolone batteva La Rochelle, a sua volta rimasta in quattordici uomini per un cartellino rosso comminato ai danni di Pierre Aguillon.
ph. Reuters
Ed eccoci alla questione dei numeri: dei trenta giocatori scesi in campo a Twickenham con i numeri dall’1 al 15, ben ventitré sono eleggibili per la nazionale della Rosa. Nelle semifinali di Top 14, un totale di 32 giocatori sui 60 scesi in campo sono invece eleggibili per i Galletti, equamente suddivisi in 16 per partita. Numeri pesanti che spiegano la differenza fra i due movimenti che per numeri e mezzi sono i punti di riferimento del rugby boreale.
C’è di più: solamente cinque dei giocatori inglesi arrivati a giocarsi la finale di Premiership hanno fatto parte della rosa dell’Inghilterra campione, il che è un’ottima notizia se con questo dato vogliamo misurare lo stato di salute del movimento inglese: ci sono diciotto eleggibili che sono stati più che all’altezza della finale di uno dei massimi campionati europei, e che comunque vedono la loro strada verso il palcoscenico internazionale per il momento chiusa da chi, invece, il Sei Nazioni l’ha disputato.
In tutto questo, non una brutta partita a Londra: Exeter avanti, Wasps che rimontano,
e infine i supplementari. Una finale da libri di storia
2. Nemmeno Jonathan Davies sembra stare tanto male
Al diciannovesimo del primo tempo della finale di Pro12 fra Scarlets e Munster, con il punteggio che vedeva i gallesi sopra per 8 a 3, questi ultimi allargano un pallone, attaccando da ben dentro la propria metà campo.
ph. Sebastiano Pessina
La difesa di Munster sale molto aggressiva, ma stretta. Evans e Beirne, pilone e seconda linea Scarlets, sono abili a giocare fuori il pallone nonostante la pressione e la palla finisce nelle mani di Jonathan Davies. La sua sagoma è più in tiro del solito, si può anche non capire che sia lui se non si conosce la formazione in precedenza.
Davies sprinta facilmente all’esterno del tallonatore avversario Ryan, fissa Conway e serve il compagno al largo. Continua quindi la sua corsa splendidamente in sostegno, e viene premiato: il pallone torna nelle sue mani. Zebo rinviene su di lui, ma Davies con un ottimo gioco di piedi esterno-interno libera le braccia e serve nuovamente l’ala Evans per la seconda delle sei mete con cui gli Scarlets schianteranno il Munster nella finale celtica. Più tardi Jonathan Davies si renderà autore di un più semplice assist, per mandare ancora in meta i compagni.
Una notizia interessante quella della forma del numero 13 degli Scarlets e del Galles, soprattutto per Warren Gatland, che lo ha preso in custodia. Potrebbe essere il favorito per lo spot di secondo centro in uno dei Test, nonostante la selezione di Jonathan Joseph per il primo match, dovuta più che altro ai differenti impegni recenti dei due.
Liam Williams saluta i tifosi di Llanelli con la prima meta dell’incontro. Andrà ai Saracens
3. Cubby
C’è un altro Davies che sta stupendo, ed è un po’ il caso rugbystico del momento, lassù nelle lande nebbiose che circondano Llanelli: James Davies, detto Cubby, fratello di Jonathan.
ph. Reuters
E’ stato uno dei migliori in terza linea di tutto il torneo, costantemente fra coloro che si sono messi in luce sui campi del campionato celtico, tanto da concludere vincendo il titolo di escavatore numero uno: il numero 7 dei neo-campioni ha raccolto la bellezza di 33 turnovers durante la stagione, 5 in più di Dan Leavy del Leinster.
Il 26enne gallese ha partecipato alle scorse Olimpiadi con la nazionale britannica Seven, raccogliendo una medaglia che nessuno si sarebbe aspettato, e cominciando a far parlare di sé in ottica di nazionale maggiore, quella del XV. La sua mancata convocazione per il tour estivo di quest’anno appare a maggior ragione assurda, data l’assenza di tutti i titolari della nazionale gallese causa tour dei Lions.
Una terza linea di corsa, sostanza e sacrificio, con una buona tecnica individuale che sarebbe l’ideale per ampliare un po’ lo stantio gioco gallese di corse in percussione in mezzo al campo. Una grande stagione, quella di Davies, che meritava di essere coronata da una convocazione. Intanto, il flanker si è consolato segnando la meta conclusiva della finale dominata contro Munster, anche grazie ai suoi 16 placcaggi.
Corre, corre, corre. E poi placca, scava, recupera e non disdegna giocare il pallone.
Proprio schifo non deve fare. Potrebbe essere il caratterino…
4. Giovani eccellenti
Il man of the match della finale scudetto vinta da Calvisano sul Rovigo sabato è stato Matteo Minozzi, classe 1996. Il ragazzo è piccolino, ma fisicamente c’è. Rapido di gambe, è stato utilizzato come estremo in occasione della partita valevole per la conquista dell’Eccellenza dal coach di Calvisano Brunello, ma altre volte quest’anno ha giocato ala, come contro Viadana in stagione regolare, quando ha rifilato alla squadra di Frati una sonora tripletta.
Minozzi è uno dei prospetti più interessanti del rugby italico, già convocato da O’Shea nel ritiro della nazionale maggiore per le ultime due partite del Sei Nazioni, in modo da fargli saggiare l’atmosfera. La maglia azzurra Minozzi se l’è già guadagnata sia con la nazionale Under 20 che con gli Emergenti, con i quali disputerà l’imminente Nations Cup in Uruguay.
Una stagione da incorniciare per l’estremo di Calvisano, che guarda dall’alto in basso tutti nella classifica dei metaman ed è anche uno dei giocatori ad aver ottenuto più premi come man of the match dell’intera eccellenza.
Come ormai tutti sanno, Billy Vunipola ha annunciato che non parteciperà al tour dei Lions che incomincerà fra meno di due settimane. Il terza centro inglese, quotato come uno dei migliori al mondo nel suo ruolo, è costretto a dare forfait a causa di un infortunio a una spalla, già acciaccata da mesi, aggravatasi poi nella semifinale di Premiership persa dai Saracens contro gli Exeter Chiefs.
Un brutto colpo per i British and Irish Lions, che al posto di Vunipola hanno selezionato l’esperto James Haskell per aggregarsi alla selezione.
Il ruolo di Vunipola e le 3 alternative
Il ritiro dalla selezione del terza centro inglese è sicuramente una brutta notizia per Warren Gatland, ma quanto impatto avrà concretamente sul gioco e sul livello complessivo della formazione in maglia rossa?
I media ovali e i fans si sono divisi fra chi si è abbandonato all’isteria da disastro totale, annunciando la sicura disfatta dei Lions e chi, come Sean Fitzpatrick e il Telegraph, riconosce la gravità della perdita ma vede ancora tante frecce nella faretra di Gatland per comporre una terza linea temibile.
Le alternative a Vunipola sono tre: il più quotato sembra essere Taulupe Faletau. Il gallese viene da una stagione tormentata dagli infortuni, ma proprio per questo sembra aver conservato una freschezza superiore ad altri giocatori e le sue ultime belle prestazioni per Bath lo danno come vicino alla forma migliore, quella che lo ha messo sui radar del rugby mondiale.
Più usurato dalla stagione del suo Munster, eppure con quotazioni drasticamente in crescita proprio per la speciale annata dalla quale proviene, CJ Stander è l’altro concorrente al ruolo. Il terza linea della nazionale irlandese potrebbe essere schierato sia alla base della mischia che come flanker dal lato chiuso, dove ha giocato gran parte del Sei Nazioni.
Infine, un gradino più sotto c’è il terza linea di Gloucester e della nazionale gallese Ross Moriarty, anch’egli alternativa valida sia a numero sei che a numero otto. Moriarty darà probabilmente tregua ai suoi due compagni nel fitto calendario di Giugno dei Lions.
Semifinale di Champions Cup fra Saracens e Munster, sale in cattedra il professore Vunipola. Apprezzate il gioco di piedi che gli consente di uscire dal frontale, sbilanciando l’avversario quel tanto che basta da eluderlo poi definitivamente grazie alla straripante prepotenza fisica. Da non sottovalutare nel gioco aereo, dove sovrasta di gran lunga i colleghi che ambiscono al suo posto
Billy: la potenza a servizio del piano di gioco
L’importanza di Vunipola, rispetto ai tre giocatori in lizza per prendere il suo posto, risiede principalmente nella sua completezza e nella sua capacità di essere il centro focale del sistema d’attacco di una squadra.
Date le proporzioni fisiche di Vunipola, è chiaro che la sua abilità principale è quella di essere il primo ball carrier della squadra. Le gambe di dimensioni impressionanti e il baricentro basso rendono molto duro metterlo a terra, ma mentre questo è un tratto comune anche agli altri candidati – in particolare a Stander, abbonato agli autoscontri – Vunipola ne fa solo il punto di partenza sul quale costruire le proprie peculiarità sul campo.
ph. Sebastiano Pessina
Unita infatti alla propensione al gioco fisico c’è l’abilità di utilizzare il pallone, di cui è un ottimo trattatore, prima o dopo il contatto. Nel primo caso attira la difesa, spaventata dalla sua pericolosità in penetrazione, per liberare un compagno vicino o far giocare la linea arretrata con un passaggio profondo (vedi video qui sotto) nel secondo sfrutta la propria esuberanza per liberare le braccia e servire i compagni, accelerando il gioco in verticale.
La sua sola presenza basta a catalizzare il lavoro della difesa avversaria, che si stringe automaticamente intorno a lui quando Vunipola si presenta sulla linea di passaggio di un compagno, lasciando quindi spazi più larghi da esplorare al suo esterno.
Nello schema offensivo che era previsto per questa versione dei Lions, il classe ’92 nato a Sidney rappresentava quindi il fulcro del gioco offensivo, al quale si abbina l’esplosività degli impatti difensivi e l’inamovibilità quando le mani vanno in caccia del pallone al breakdown.
Loop giocato con Vunipola che finta di entrare fissando la difesa
Faletau: opzione in più in touche ma meno sul campo
Fra coloro deputati a sbrogliare la questione numero 8 per Gatland il più simile alle capacità di Vunipola è il suo amico d’infanzia Toby Faletau. Cresciuti insieme dalle parti di Pontypool, i due non condividono soltanto le ascendenze isolane. Faletau è una terza linea rapida ma allo stesso tempo di grande impatto fisico, sia in attacco che in difesa. La potenza di Faletau si combina con un ampio raggio d’azione, in grado di coprire anche porzioni di campo più vaste rispetto a Vunipola, ma senza la stessa abilità manuale.
Faletau è una risorsa in più in rimessa laterale, essendo un saltatore credibile come terza alternativa in una touche, cosa che Vunipola non sarebbe potuto essere, costringendo Gatland ad inserire giocoforza una terza linea in grado di dire la sua in rimessa laterale (vedi alla voce O’Mahony).
Non è che poi Faletau ci abbia abituato malissimo in termini di manualità. Qui un breve, ma significativo saggio dal manuale di come rompere le uova nel paniere agli inglesi
CJ Stander: placcaggi e autoscontri
ph. Sebastiano Pessina
Escludiamo Ross Moriarty, che dei tre è chiaramente il meno papabile per la maglia numero 8 in uno dei tre Test, e che è del lotto il giocatore più monodimensionale: solido, presente, ma anche dotato di un talento inferiore. Rimane forte la candidatura di CJ Stander, giocatore ruvido e dalla presenza fisica stellare, nel senso delle stelle che vedono gli avversari dopo aver provato ad arrestarne l’avanzamento. Il ragazzo sudafricano trapiantato a Limerick rappresenta una minaccia piuttosto terrificante quando può lavorare dalla base di una mischia stabile e muscolare come quella che sta provando a preparare Graham Rowntree. In difesa è difficile sfuggire ai suoi placcaggi devastanti e rappresenta anche una costante insidia al mantenimento del possesso di palla per gli avversari.
Sono ancora negli occhi di tutti le prestazioni di Stander al Sei Nazioni 2017, con le sue cariche logoranti scandite dai passaggi di Murray. Ha chiuso il torno con il maggior numero di carries, 103, per un totale di 234 metri guadagnati in avanzamento. Fa una media di oltre 20 a partita.
Stander potrebbe con ogni probabilità guadagnarsi in ogni caso una maglia da titolare, ma in questo momento è in pole position per il ruolo di terza ala piuttosto che per quello di numero otto. D’altronde una terza linea che annovera Faletau, Stander e il capitano Warburton ha una flessibilità notevole, risultando pericolosa in tutte le situazioni di gioco e dando alla squadra quel punch che è prevedibile Gatland voglia dare ai Lions, nel tentativo di portare la sfida su un terreno più muscolare che tecnico, dove è più facile sfidare lo strapotere neozelandese.
Sai sempre che cosa CJ Stander sta per fare: abbassare la testa e spingere sulle gambe.
Ecco, il problema comincia quando poi cerchi di fermarlo. Qui una piccola, grande dimostrazone di testardaggine a Chicago, proprio contro la squadra che lo attende il prossimo 24 giugno
Quello che è sicuro è che, alla vigilia di un tour già di per sé infinitamente duro e complesso, un Billy Vunipola in meno è una ferita sanguinante ancor più per il morale che dal punto di vista tecnico. La convocazione di un giocatore esperto come James Haskell sembra proprio quel tipo di decisione presa per aggiungere carisma, coesione e carattere all’interno dello spogliatoio. E chissà che togliere una certezza a Gatland non sia anche il modo per vederlo provare qualcosa di nuovo.
Uno degli undici quartieri di Kyoto, quello che ospita edifici di spessore come il palazzo imperiale e le scuole Omotesenke e Urasenke per la cerimonia giapponese del té. Dall’aprile 2005 ospita anche i sedicimila metri quadri della Kyoto State Guesthouse, una ampia struttura costruita ricalcando la tradizione giapponese e dedita agli incontri fra vertici internazionali. L’edificio ha infatti ospitato il G7 lo scorso anno e durante il novembre scorso, Aung San Suu Kyi vi si è recata nella sua visita alla città imperiale giapponese, simbolo principale della cultura e della tradizione nipponiche. La Kyoto State Guesthouse sarà domani, mercoledì 10 maggio, teatro del sorteggio per la prossima Coppa del Mondo di rugby.
Sarà la prima volta che il sorteggio si terrà al di fuori del Regno Unito, peraltro in una città che, nonostante la rilevanza, non verrà interessata direttamente dalla manifestazione. Sarà anche l’occasione per World Rugby di riunirsi in un’unica sede per arrivare finalmente al vaglio di una proposta da lungo tempo in bacino di carenaggio: l’estensione temporale a cinque anni di residenza come norma per l’equiparazione di un giocatore di nazionalità straniera, rispetto ai tre attualmente previsti.
Tanti dirigenti di World Rugby sono ex giocatori. Siamo sicuri che riescano a mettersi a sedere su quelle poltrone con il tavolino rasoterra?
The world in union
E’ dunque il 10 maggio al data prescelta da World Rugby per annunciare la composizione dei gironi iridati. Un evento planetario che sarà ospitato dal Giappone, paese emergente della palla ovale se ce n’è uno, che ha dimostrato agli ultimi Mondiali di aver allestito una squadra spavalda e senza timori reverenziali. L’ingresso dei Sunwolves nel Super Rugby testimonia quanto il mondo del rugby punti ad espandere i propri orizzonti a Oriente, soprattutto dal punto di vista commerciale, visto che da quello strettamente ovale la franchigia asiatica rappresenta una delle squadre materasso del campionato.
La Rugby World Cup 2019 prevede, come le sue immediate precedenti, la partecipazione di venti squadre, dodici delle quali già determinate dalle tre squadre meglio piazzate nei quattro gironi da cinque dell’edizione inglese del 2015. Si tratta quindi di Nuova Zelanda, Australia, Argentina, Inghilterra, Francia, Georgia, Irlanda, Italia, Giappone, Scozia, Sudafrica e Galles.
Il complesso sistema di qualificazione prevede che le dodici squadre già qualificate siano suddivise in tre fasce, a seconda della posizione nel ranking mondiale al prossimo 10 maggio. Ognuno dei quattro gironi si vedrà assegnato, casualmente, una delle quattro componenti di ciascuna fascia. Vista l’assenza di prove internazionali in questo periodo dell’anno, il ranking mondiale preso in considerazione è il medesimo post Sei Nazioni: non vedremo dunque affrontarsi nelle poule le teste di serie Nuova Zelanda, Inghilterra, Australia e Irlanda, mentre una di queste quattro si troverà sicuramente a doversi scontrare con il Sudafrica, attualmente settimo. Altro proiettile da evitare è l’Argentina, nona nella classifica del rugby mondiale e pertanto iscritta nella terza fascia di squadre e che sarà verosimilmente la squadra che andrà a comporre il girone di ferro dei prossimi mondiali.
ph. Sebastiano pessina
Discorso a parte per le squadre del Pacifico: Samoa, Tonga e Figi occupano rispettivamente i posti 14, 13 e 10 del ranking, ma non sono direttamente qualificate alla coppa. Dato il loro valore, la qualificazione dovrebbe essere una formalità, rendendole clienti ostici e pericolosi per chi dovesse ritrovarsele nel proprio girone. Le otto squadre non direttamente qualificate, infatti, verranno sorteggiate casualmente per occupare le rimanenti posizioni. La qualificazione si ottiene attraverso un complesso schema di incontri internazionali per area geografica, simili a quanto accade per il calcio. Il processo ha avuto il via lo scorso 5 marzo con la partita tra Saint Vincent e Grenadine e la rappresentativa nazionale giamaicana, vinto per la cronaca con un sonoro 48 a 0 da questi ultimi davanti ad un pubblico da record di mille spettatori.
Alla Coppa del Mondo andrà la squadre meglio classificata del Rugby Europe Championship che non si chiami Georgia (Romani), mente la seconda miglior classificata si giocherà un playoff di accesso alla coppa contro la terza classificata della Pacific Nations Cup. Le prime due di questa manifestazione saranno invece automaticamente qualificate. Ci sarà una qualificata africana uscente dal Rugby Africa Championship, solitamente cannibalizzato dalla Namibia. Le Americhe vedranno qualificarsi due squadre: una la vincente del doppio scontro fra Stati Uniti e Canada, l’altra la vincente del match fra i perdenti del suddetto incontro e la squadra sudamericana meglio classificata nel ranking, escludendo l’Argentina. Sì, è difficile, meglio se prendete una penna, che sta per peggiorare.
L’ultima qualificata sarà estratta da un torneo di ripescaggio che vedrà presentarsi ai blocchi di partenza la squadra perdente del playoff euro-oceanico, la perdente dello scontro americano, la seconda classificata del torneo africano e la vincente dell’apposito playoff organizzato fra la squadra arrivata prima all’Asia Rugby Championship, se non è il Giappone, e la vincitrice della Oceania Cup. Le partite di qualificazione termineranno a novembre del 2018. Con almeno 17 squadre quasi certe di partecipare, le speranze di una ventata di novità sono nelle mani di Spagna e Russia.
Quando Agustin Pichot è stato eletto vicepresidente di World Rugby in ticket con l’attuale chiarman Bill Beaumont, ha subito spinto per la promozione di una modifica alle regole di equiparazione dei giocatori stranieri, tema scottante che ha ricevuto subito numerosi consensi nonostante l’evidente sfruttamento da parte di tutte le selezioni internazionali di giocatori provenienti dai paesi esteri.
ph. Reuters
Attualmente le norme prevedono che un giocatore di nazionalità straniera, ma residente in un paese per più di tre anni e che non abbia mai vinto caps per le selezioni Seven, cadetta e maggiore della sua nazione di nascita, possa dichiararsi eleggibile per la rappresentativa del paese di residenza. Una regola la cui ratio era ed è quella di alzare il livello delle nazionali di fascia più bassa attraverso il contributo di qualche emigrato, allargare il bacino di competitività del rugby, ma nell’era del professionismo esasperato e del business, è diventata una scorciatoia per tante squadre per riuscire ad ottenere giocatori di ottimo livello in tempi brevi, tappando le falle dei propri sistemi domestici di produzione dei giocatori. E’ così che, per esempio, immaginando dei XV di giocatori neozelandesi e sudafricani che vestono la maglia di altre nazionali, si possono costruire squadre di tutto rispetto.
E’ una sfaccettatura della regola che non può non essere presa in considerazione e affrontata, poiché favorisce drammaticamente le federazioni economicamente più ricche rispetto a quelle che di mezzi finanziari ne hanno assai pochi. Estendere la regola a cinque anni ne permetterebbe uno sfruttamento meno massiccio, mantenendone comunque i lati positivi. Inoltre, la ricorrenza quadriennale della Rugby World Cup scoraggerebbe l’emigrazione dei giocatori desiderosi di partecipare all’evento più importante della palla ovale internazionale.
All’iniziativa di Pichot hanno subito risposto in maniera affermativa quelle federazioni dai mezzi economici e dalle risorse umane di una certa importanza, come l’Inghilterra, e quelle che hanno sempre fatto ricorso ai rispettivi giocatori nativi, come Sudafrica e Argentina. La procedura sembra in dirittura d’arrivo, e il voto del 10 maggio dovrebbe risultare nel cambiamento definitivo della norma, con la speranza che metta fine all’abuso dell’equiparazione. Abuso che fino all’ultimo giorno viene comunque riproposto da diverse parti, con l’Inghilterra che nega le accuse di ipocrisia dopo la selezione dell’ala neozelandese di Bath Denny Solomona, ex nazionale samoano di rugby League, e le preoccupazioni (o forse meglio dire il sollievo) dell’Irlanda a proposito del primo centro di Connacht Bundee Aki. Quest’ultimo non ha ancora completato i tre anni di residenza in Irlanda, ma è in odore di qualificazione per i prossimi Test Match. Dovessero cambiare le regole verrebbe comunque consentito un periodo di condono per non lasciare giocatori attualmente in dirittura d’arrivo del loro percorso in un limbo giuridico.
Non potrà , comunque, essere questa la panacea di alcuni mali del rugby di oggi, come lo sfruttamento di certi vivai del Pacifico.Un vero e proprio revival coloniale, con le nazioni europee impegnate a saccheggiare i più interessanti giovani prospetti di altre parti del mondo per importarli nel Vecchio Continente, fino magari a fargli acquisire la cittadinanza, essendo poi di conseguenza eleggibili a tutti gli effetti per le selezioni nazionali. Un fenomeno di impoverimento di rappresentative storiche del rugby internazionale, sempre e comunque a beneficio della cima della piramide ovale.
Questa è una storia di un amore, una storia molto personale. Ho incominciato a tifare, o forse meglio, a simpatizzare per gli Harlequins nel momento in cui Nick Evans ha incominciato ad indossare la maglia numero dieci della squadra multicolore.
Da All Black, Evans non mi aveva mai particolarmente impressionato; impareggiabile il confronto con un Carter all’apice della sua onnipotenza ovale. Ma una volta lasciate le patrie sponde per emigrare nel campionato più bello del mondo (opinione personale sulla quale non si accettano discussioni), la fantasia e lo sguardo un po’ malinconico sotto quei riccioli biondi mi hanno conquistato, grazie anche a una squadra dimenticata dal rugby inglese che dopo tanti anni tornava a vedere la luce proprio mentre io cominciavo a seguirne le gesta.
Oggi gli Harlequins hanno pubblicato un comunicato firmato dal mediano di apertura trentaseienne che annuncia il ritiro dal palcoscenico ovale alla fine della stagione, andandosi ad aggiungere a Mike Phillips, Marcos Ayerza, Kelly Brown e, ultimo cronologicamente, Drew Mitchell. Lascia il campo uno dei Preferiti, con la P maiuscola, uno di quelli che con la sua presenza è stato capace di cambiare il volto a una squadra, ingranaggio fondamentale di una macchina che tra alti e bassi ha lasciato il segno nell’ultimo decennio di rugby europeo.
From Auckland with love
“Domando genuinamente: c’è mai stato un giocatore che abbia avuto un impatto del genere sul nostro club?” ha dichiarato John Kingston, Director of Rugby dei Quins, ai media in seguito all’annuncio del ritiro di Nick Evans. Non sono solo le 206 presenze per 2217 punti (una media di quasi undici punti a partita) con il club londinese, conditi precedentemente da sedici caps con la Nuova Zelanda, a farne uno dei migliori giocatori australi ad aver calcato il palcoscenico europeo. È lo stile particolare di un giocatore dall’aspetto demodé che ha colpito l’immaginazione con le sue caratteristiche particolari dentro il campo e il suo profilo umile e professionale fuori dallo stesso: uno di quei giocatori che, si capisce lontano un miglio, riescono nelle cose che fanno perché, semplicemente, è col cervello che arrivano anni-luce prima.
Video semplicemente epico: Nick Evans e Brian O’Driscoll spiegano una giocata piuttosto semplice, ma ogni parola è una goccia di preziosissima rugiada da non lasciar cadere. A un certo punto, O’Driscoll chiede: “Che cosa guardi di lui? (il difensore esterno, rappresentato dal conduttore)”, Evans: “La situazione ideale è quella in cui riesco a guardarlo negli occhi. E così posso usare il vecchio trucco del finto sguardo dietro, così quando mi vedrà guardare il giocatore alle tue spalle non potrà seguire il taglio, mentre io so esattamente dove sarai”
Prima di approdare a Londra nel 2008, Evans aveva tentato la fortuna in patria, riuscendoci con alterne fortune. Dopo essere emerso con North Harbour nel campionato nazionale neozelandese a partire dal 2001, alternandosi fra il ruolo di apertura e quello di estremo, invero rivestito più spesso, Evans riesce ad ottenere un contratto nel Super Rugby a partire dal 2004. Sono gli Highlanders a volerlo, per impiegarlo soprattutto come numero 15, nei tre anni successivi.
È da estremo che, quell’anno, inizia la sua avventura con gli All Blacks, partendo titolare nei test match contro Inghilterra e Argentina. La stagione successiva Evans viene spostato finalmente a numero dieci sia nell’allora NPC che poi nel Super Rugby. Se momentaneamente non viene convocato nuovamente con la nazionale, è perché per il momento dietro al titolare Dan Carter gli viene preferito Luke McAlister. Quando nei test match del novembre 2005 McAlister rimane vittima di un infortunio è Evans a essere convocato, impressionando contro Irlanda e Scozia.
Nel 2006 un infortunio condiziona la sua stagione, ma l’anno successivo è convocato per la coppa del mondo in Francia come principale alternativa a Carter. Parte da titolare nel match contro il Portogallo stradominato dai neozelandesi, segnando 33 punti figli di una meta e quattordici trasformazioni.
Quella pazza partita dei quarti di finale contro la Francia, dove gli viene preferito uno zoppicante Carter, e dove Evans quando entra in campo sembra poter dare una svolta ma si infortuna a sua volta, rimarrà la sua ultima presenza con gli All Blacks. Una sconfitta per 20 a 18 che ha lasciato un segno nel rugby neozelandese, ma che probabilmente rese chiaro a Evans che sarebbe sempre stato all’ombra di uno dei migliori di sempre, Dan Carter.
Dopo un’ultima stagione di Super Rugby, stavolta con i Blues di Auckland, Evans non viene convocato per il Tri Nations dopo aver confermato di aver firmato un contratto dall’altra parte del mondo, destinazione Londra.
Arlecchino
Nel 1870 i membri dell’Hampstead Football Club non sono più solamente i locali, il club è riuscito ad ampliarsi e c’è la necessità di trovare un nuovo nome, mantenendo però il monogramma HFC.
La metà dei soci voterà per il nome Harlequin Football Club, dopo che la parola Harlequin venne letta da un dizionario presente al club. L’altra metà dei soci decise di scindersi, fondando un nuovo club londinese: sarebbero poi diventati i London Wasps.
Difficile trovare una squadra con una storia così importante e profonda nella palla ovale inglese, eppure una storia che nell’ultimo decennio è tornata a brillare dopo un breve periodo di oblio. Sebbene il nuovo millennio fosse iniziato all’insegna della doppia vittoria della Challenge Cup nel 2001 e nel 2004, nel 2005 il club subì la retrocessione dalla prima divisione inglese.
Tornati prepotentemente in Premiership la stagione successiva, gli arlecchini ricominciano un percorso di crescita grazie a un roster che si fonda sulla presenza di diversi internazionali come Nick Easter, Danny Care, Mike Brown e con l’ascesa di Chris Robshaw.
Dopo un sesto posto nella stagione 2007–2008, la proprietà decide di fare un massiccio investimento e portare in arlecchino, per la stagione successiva, il centro argentino Tiesi, il tongano Epi Taione e Nick Evans dai Blues. La squadra ha una marcia in più e chiude seconda in campionato, finendo la propria corsa in semifinale contro i London Irish.
Lo Stade Français è una delle vittime preferite di Nick Evans e degli Harlequins. Qui nel finale del match decisivo del passaggio del girone, dopo innumerevoli fasi, l’apertura neozelandese decide con un drop
È l’anno dell’exploit anche nella Heineken Cup. Dopo essere passati alla fase ad eliminazione diretta vincendo il proprio girone con una spettacolare vittoria sullo Stade Français all’ottantaquattresimo minuto grazie a un drop di Evans, già diventato uomo di punta della squadra londinese, gli Harlequins incappano nella corazzata Leinster.
Un momento alto nella storia della squadra si trasforma in uno dei più bassi dell’intero movimento ovale a causa del Bloodgate: per rimettere in campo l’infortunato Evans al fine di calciare una punizione che avrebbe potuto dare la vittoria agli Harlequins, l’ultima riserva della squadra, Tom Williams, morde una fiala di sangue fingendo di dover uscire per suturare la ferita.Una brutta storia che finirà per avere però ripercussioni solamente su Dean Richards, l’allenatore della squadra, e il medico sociale, non sui giocatori. L’addio forzato di Richards alla fine della stagione successiva, quando lo scandalo esplonde, porta un nuovo coach sulla panchina dei Quins: Conor O’Shea.
O’Shea e la squadra inagurano il nuovo corso con una discontinuità di prestazioni: la squadra non ingrana in campionato e chiude settima, ma la Challenge Cup 2011 è cosa loro: 19 a 18 contro la vittima prediletta Stade Français in finale, e i Quins diventano la squadra ad aver vinto più Challenge Cup in assoluto.
Con l’aiuto di un Robshaw formato maxi, la stagione successiva Nick Evans calcia fra i pali 20 punti per conquistare la finale della Premiership contro i Leicester Tigers con il risultato di 30 a 23.
Il coronamento di un progetto sportivo di crescita che ha messo al centro il talento di un parco giocatori invidiabile, che la società è riuscita a tenere insieme nel corso del tempo. Fra questi, guida della squadra e artefice principale dei successi, Nick Evans da Auckland, che ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo alla fine della stagione, chiudendo con questa decisione un’intera epoca per il club con le maglie a quadri.
Come altri sport, più di altri sport, il rugby è un fatto genetico. Qualcuno dice si trasmetta attraverso i globuli rossi: quelli di chi ha giocato sono ovali. Certe volte padre e figlio si trovano lontani, ma continuano a sostenersi. E’ successo a Mike Ford, il quale ha recentemente rescisso il proprio contratto con il Tolone ma ha ricevuto il pubblico plauso del figlio George, che ne ha esaltato le qualità di allenatore. Certe volte, invece, si trovano dalla parte opposta della barricata. Quante volte nell’ultima giornata del Sei Nazioni le telecamere sono andate a cercare l’espressione di Andy Farrell, padre di Owen e allenatore della difesa irlandese che ha messo sotto scacco l’Inghilterra. Da qualche giorno sappiamo che un’affascinante nuova saga familiare si è affacciata ad Ovalia: Bryn Gatland è stato selezionato per rappresentare i New Zealand Barbarians, una selezione di giocatori delle province che saranno i primi ad affrontare i British & Irish Lions su suolo kiwi il prossimo 3 giugno.
L’orgoglioso padre siederà qualche fila di poltrone più su al Toll Stadium di Whangarei, impegnato più a capire lo stato di forma della sua prima formazione in maglia rossa che a valutare l’operato del figlio 22enne, che ha da poco celebrato la prima volta in campo con la maglia dei Blues, nella sfida contro gli Hurricanes.
Il più grande successo fino a questo momento di Bryn Gatland: un drop che vale una stagione
Warren Gatland: il giocatore
Warren Gatland, molto tempo prima di essere il coach dei Lions, è stato un tallonatore solido e abrasivo. Ha ottenuto 140 presenze con Waikato prima di lasciare gradualmente il rugby giocato per diventare un allenatore. Se le sue presenze con il club sono a lungo state un record, e ancora oggi solo in pochi hanno superato quel traguardo, meno fulgida è stata la sua carriera internazionale: All Black numero 892, Gatland non ha disputato un singolo test con la maglia della nazionale neozelandese, ottenendo solamente 17 presenze da in match non ufficiali. Alla fine degli anni ottanta, infatti, le sostituzioni erano previste solamente per i giocatori infortunati e Gatland rimase in panchina per innumerevoli partite, chiuso dalla leggenda Sean Fitzpatrick.
Warren Gatland: l’allenatore
Il curriculum vitae arricchito dall’esperienza con i tutti neri, però, lo ha portato a farsi un nome in Europa, dove nel 1996 ha accettato il primo incarico da head coach per il Connacht. Dopo la franchigia, è stata la nazionale irlandese a volerlo immediatamente, in seguito alle dimissioni di Brian Ashton. Dal ’98 al 2001 Gatland riuscì a risollevare una squadra irlandese in crisi di risultati, ma questo non bastò a mantenere a lungo il posto. Fu esonerato nel 2001 e rimpiazzato da Eddie O’Sullivan, precedentemente suo assistente, concludendo con un bilancio di 18 vittorie, un pareggio e 19 sconfitte.
I successi veri che ne hanno fatto l’allenatore di successo da tutti conosciuto sono arrivati in seguito, con la firma per i London Wasps nel periodo d’oro della squadra: tre Premiership consecutive, la Challenge Cup e l’allora Heineken Cup fra il 2003 e il 2005. E pensare che l’allenatore neozelandese era entrato in carica quando la squadra languiva ultima in classifica. Dal 2007, Gatland è head coach della nazionale gallese e con i Dragoni ha ottenuto tre Sei Nazioni, di cui due ottenendo il Grande Slam, e una semifinale mondiale.
La ciliegina sulla torta di questa brillante carriera da allenatore, migliore di quella avuta sui campi da gioco neozelandesi, sarebbe replicare in Nuova Zelanda la vittoria alla guida dei Lions ottenuta nel 2013 in Australia. Il primo a mettergli i bastoni tra le ruote sarà proprio il figlio Bryn, che nel frattempo si sta affacciando con insistenza al rugby che conta.
O’Driscoll non ha ricevuto un plauso sufficiente per il suo comportamento esemplare in Australia, dice Gatland
Bryn: buon sangue non mente
Del padre, Bryn ha il collo robusto e la faccia squadrata, e anche se gioca mediano di apertura annovera fra le sue qualità freddezza e lucidità mentale che devono essere un tratto familiare, se si pensa a quanta mostra di tali caratteristiche ha fatto Warren Gatland lasciando Brian O’Driscoll fuori dall’ultimo test dei Lions contro l’Australia. Il piede destro è l’arma principale del giovane numero 10 neozelandese, ed è con quello che ha ottenuto la promozione del North Harbour nella prima divisione di Mitre 10 Cup, il campionato delle province neozelandesi: un drop a dieci secondi dal termine della finale contro Otago ha consegnato il successo alla squadra di Auckland.
Un club glorioso, il North Harbour, da cui sono passate leggende come Buck Shelford e Jonah Lomu, ma anche alcuni grandi del rugby di oggi come Luke McAlister, Nick Evans e Rico Gear. Caduto recentemente in disgrazia, la squadra è finalmente riuscita a risalire nella prima divisione del campionato domestico, dove il suo retaggio prevede. Bryn Gatland, fuggito da Waikato in cerca di minutaggio, ha collegato le sue fortune a quelle del club come chi lo ha preceduto, e adesso spera di riuscire a bucare il muro di gomma che in questa stagione lo ha lasciato fuori da qualsiasi rosa per il Super Rugby. Le prossime settimane serviranno a vedere di che pasta è fatto il ragazzo, quando probabilmente i Blues gli concederanno del game time. Intanto, a giugno, la visita di quel padre spesso lontano gli offrirà un palcoscenico che nessuno ha mai osato concedergli prima.
Dieci anni fa il rugby portoghese raggiungeva il suo momento di massimo fulgore, con la partecipazione alla Coppa del Mondo 2007 nel girone che annoverava Romania, Italia, Scozia e Nuova Zelanda. Il Portogallo era riuscito a strappare la qualificazione con una rocambolesca vittoria in aggregato per un solo punto contro l’Uruguay nell’ultimo spareggio disponibile per la qualificazione, per 24 a 23, e raggiunse l’onore delle cronache internazionali quando, dopo aver subito 108 punti dagli All Blacks, sconfisse gli stessi avversari in una partita di calcetto improvvisata dai giocatori nel dopopartita sul terreno dello Stade de Gerland di Lione.
Oggi i Lobos si stanno preparando ad affrontare una partita che potrebbe riportarli ad un successo, un decennio più tardi da quello ottenuto qualificandosi al più importante evento ovale del pianeta. Con la vittoria ottenuta per 31 a 7 sull’Ucraina lo scorso primo di aprile, hanno completato il Grande Slam del Rugby Europe Trophy, la seconda divisione del rugby europeo (il Sei Nazioni ‘C’, per capirci), ottenendo il diritto di sfidare ai playoff il Belgio, l’anno scorso neopromosso nella divisione superiore (quella di Romania e Georgia) e poi arrivato ultimo questa stagione. La vincente della sfida di Bruxelles del prossimo 20 maggio otterrà la partecipazione al Rugby Europe Championship 2018.
A Odessa, in uno stadio non esattamente esaurito in ogni ordine di posto, il Portogallo recitava la parte di Golia contro un Davide al quale era stata pure rubata la fionda. Nel corso del torneo, iniziato lo scorso settembre e che si concluderà definitivamente solo a fine aprile, la formazione lusitana ha vinto tutte le partite ottenendo anche il bonus, fatta salva la prima giornata contro la Svizzera, mentre l’Ucraina, attualmente trentacinquesima forza del ranking mondiale, ha fatto esattamente il percorso opposto, perdendo sonoramente tutte le partite. Fra le sconfitte, anche quello che era una sorta di spareggio salvezza contro la Moldavia, che insegue al trentaseiesimo posto del ranking, ma che ha affossato la squadra del CT Valerii Kochanov per 54 a 15, otto mete a due.
Il rugby portoghese, invece, ha affrontato un lento declino: dopo aver mancato nel 2010 la qualificazione allo spareggio per la Coppa del Mondo, il terzo posto nel Championship dell’anno seguente è stata l’ultima fiamma della candela, che si è spenta definitivamente la scorsa stagione, quando il sesto posto con cinque sconfitte su cinque ha condannato i lusitani alla retrocessione nella divisione europea inferiore.
Uno dei giocatori militanti all’estero è Aderito Esteves, già stella del Seven lusitano e oggi ala del Tarbes, che naviga a metà classifica in Federal 1. Oltre alle 100 mete marcate con la nazionale a sette, Esteves ha racimolato anche 31 caps con i Lobos.
La partita
Nonostante il punteggio rotondo, il Portogallo non ha affondato l’Ucraina come ci si poteva immaginare e, anzi, ha chiuso il primo tempo in vantaggio solamente per 14 a 7, frutto delle mete di Francisco Pinto Magalhaes, capitano e mediano di mischia, e Afonso Rodriguez, al suo secondo cap con la nazionale.
Inizialmente l’aggressività della formazione di casa è riuscita a nascondere le lacune tecniche, e entrambe le squadre hanno scelto di giocare molto al piede, consapevoli dell’inaffidabilità delle reciproche rimesse laterali e quindi dei palloni che avrebbero potuto recuperare in una buona posizione di campo. Il Portogallo ha marcato per primo dopo poco più di dieci minuti, a seguito di un’azione insistita degli avanti coronata da un ingresso nelle vicinanze del raggruppamento del numero 9 Pinto Magalhaes. Dopo un facile calcio sbagliato dai padroni di casa, l’Ucraina ha perlopiù subito l’iniziativa avversaria, provando occasionalmente qualche azione d’attacco con un buon movimento di palla e uomini sui trequarti.
Neanche al trentesimo, però, il numero 11 Kosariev riusciva a trovare la via dei pali, da posizione centrale. Poco dopo, un break centrale del primo centro lusitano Vilela Pereira trovava impreparata la difesa dei padroni di casa, e Rodriguez andava poi a segnare indisturbato. La reazione dell’Ucraina è immediata: con una azione lunghissima e il pallone portato avanti letteralmente a forza di craniate, la squadra arriva a segnare sotto i pali con il flange Lytvynenko. La meta, trasformata, vale il -7 sul quale si va al riposo.
La ripresa si distingue per l’imprecisione di entrambe le squadre e per il gioco spezzettato, fino a che, intorno all’ora di gioco, l’Ucraina non rimane in 14 per dieci minuti, a causa di un cartellino giallo per fallo professionale in occasione di uno dei pochi attacchi convincenti della nazionale portoghese. Se i padroni di casa resistono alla prima inferiorità numerica, la seconda, praticamente consecutiva, è loro fatale: un calcio di punizione battuto veloce da Pinto Magalhaes dietro la metà campo si trasforma in un’occasione da meta, segnata da Gonçalo Foro, il veterano della squadra già presente anche dieci anni fa alla coppa del mondo. La meta abbatte le speranze e le forze dell’Ucraina, fino a quel momento ottima nel resistere agli avversari, più esperti e dotati tecnicamente. Negli ultimi minuti il Portogallo segna ancora con Lino e Penha e Costa. Finisce 31 a 7, con un risultato eccessivamente punitivo per i padroni di casa che avrebbero meritato l’onore delle armi contro un Portogallo sornione e poco convincente.
Gli highlights non danno solo un’idea del corredo tecnico un po’ scarso delle due squadre, ma anche del contesto particolare dello Spartak Stadion di Odessa, con qualche spettatore che si gode la partita seduto sulle panchine dell’adiacente campo da calcetto
Ultima frontiera
Una partita di questo calibro non è molto diversa dallo spettacolo al quale possiamo assistere ogni settimana sui campi della nostra serie A. Ci sono talenti fisici e atletici forse migliori, alcune individualità apprezzabili, ma ciò è bilanciato da macroscopici errori tecnici.
Eppure stiamo parlando delle nazionali numero 23 e 35 del ranking mondiale. Se prendiamo gli altri due sport di squadra più seguiti, il calcio e la pallacanestro, ai corrispondenti gradini troviamo Islanda e Irlanda del Nord nel ranking FIFA (entrambe reduci da un grande Europeo) e Angola (una delle migliori squadre africane, regolarmente presente a Olimpiadi e mondiali) e Italia nel ranking FIBA, squadre che se la possono battere con l’élite del rispetto sport.
Questo ci dà una dimensione di quanto oggi il rugby sia uno sport per pochi, pochissimi eletti, viste anche le abissali differenze che si riscontrano fra le prime venti squadre del ranking, quelle che prevedibilmente dovrebbero partecipare alla prossima coppa del mondo.
Guardando a Rugby Europe, la ex Fédération Internationale de Rugby Amateur – Association Européenne de Rugby (FIRA-AER) che nel 2014 ha cambiato nome per rendersi più riconoscibile e snellire una nomenclatura che ormai apparteneva alla generazione ovale precedente, quello che colpisce è la diffusione del dilettantismo: delle 47 federazioni facenti parte di Rugby Europe, 8 non fanno parte di World Rugby, mentre ci sono 5 nazioni che stanno facendo richiesta di ingresso, fra cui l’Armenia, precedentemente sospesa per inattività. Tra queste, solo le federazioni del Sei Nazioni vantano un campionato domestico professionistico, mentre Spagna e Germania stanno crescendo, ma sappiamo quant’è difficile continuare a farlo fino ad arrivare nei salotti buoni.
Oggi World Rugby conta 103 membri, di cui quattro quinti appartenenti ad un indistinto terzo mondo ovale le cui possibilità di mobilità verso le classi sociali più abbiente sono irrisorie. La missione della federazione internazionale dovrebbe essere quella di diffondere il verbo rugbystico e ampliare sempre di più i confini del gioco, ma la realtà delle cose è che chi è riuscito ad ottenere una fetta di benessere non ha nessuna intenzione di aprire le porte di El Dorado a tutti gli altri. L’entrata dell’Italia nel Sei Nazioni prima e nel Pro12 poi, l’ampliamento del Super Rugby e del Rugby Championship sono buone iniziative, ma coinvolgono solamente paesi che fanno parte dell’aristocrazia di questo sport.
Se vogliamo un rugby che aumenti il suo livello di competizione, che sia più incerto e quindi anche più attraente, che rappresenti davvero le parole The World in Union, il motto della Coppa del Mondo, ci vuole un impegno di lungimiranza da parte delle federazioni che oggi detengono non solo i primi posti nelle classifiche, ma anche le leve decisionali delle istituzioni. Sacrificare qualcosa oggi nell’interesse altrui è in realtà un modo per assicurarsi di fare il proprio interesse, con in testa una visione prospettica che mette il prosperare di questo splendido gioco al centro delle necessità individuali e collettive.