Jonny Wilkinson di ritorno a Tolone: “Non ho mai conosciuto un gruppo così”

Aneddoti e impressioni sulla vita post carriera nelle parole del leggendario mediano di apertura

L'albo d'oro della Champions Cup

ph. GEOFF CADDICK / AFP

Il rugby a Tolone è una cosa seria. Lo racconta una storia lunga 115 anni e un palmares arricchito da 3 Champions Cup e 4 titoli di campione di Francia. Una squadra che negli ultimi anni ha forse faticato a imporsi, ma che giusto 10 anni fa entrava nell’Olimpo del rugby internazionale.

Il 18 maggio del 2013 la società guidata dall’istrionico Mourad Boudjellal conquistava la prima vittoria europea ai danni del Clermont. Una finale molto tirata, conclusa 16 a 15 per il Tolone, la formazione che in campo poteva contare su una parata di stelle, fra cui Jonny Wilkinson.

Il mediano di apertura inglese è entrato nella “Hall of Fame” del club ed è volato nel sud della Francia per una serata di gala che il 18 aprile 2023 riunirà un parterre eccezionale di leggende e personalità del rugby di tutto il mondo.

A margine dell’evento, Wilkinson è stato intervistato dal portale francese Rugbyrama ed ha ripercorso alcune tappe della sua carriera in rossonero, fra cui il primo trofeo messo in bacheca una decade fa. Da quel momento la squadra di Laporte avrebbe conquistato altre 2 Champions consecutive.

Il Tolone di Wilkinson, una squadra da record

“Abbiamo creato un legame molto intenso tra di noi. Sono state esperienze difficili, sfide, ci sono stati momenti di debolezza. È un’esperienza magica rivedere tutti i grandi membri di quel team.” – Ha spiegato Wilkinson facendo riferimento alla grande reunion che ha visto coinvolti fra gli altri Matt Giteau, Bryan Habana, Drew Mitchell, Carl Hayman e altri fuoriclasse – “C’è ancora tanta emozione. È strano tenere una conferenza stampa dopo così tanto tempo. Lo spirito è lo stesso di sempre. Questo è ciò che è interessante. Sono tornato a casa e non è cambiato nulla. Con tutto quello che abbiamo vissuto, con tutti gli anni alle spalle, ci ritroviamo come se dovessimo andare in campo o ad allenarci.”

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Il Tolone allenato da Laporte è stata una vera e propria squadra di “galacticos”, in ogni ruolo c’era grande profondità e profili con esperienza internazionale di altissimo livello. Una situazione invidiabile sulla carta, ma non facile da gestire.

“Non voglio dire che sia stato solo divertente. Ad essere onesti, ci sono stati momenti difficili. Non è stato sempre divertente. Questo è uno dei motivi, infatti, per dire che le sensazioni sono più belle con il passare degli anni. Ci sono stati momenti difficili in cui Bernard Laporte era furioso. Ci siamo posti grandi interrogativi. C’era una elemento speciale: il fatto che volevamo farlo insieme.”

Messe insieme le pedine, poi l’alchimia è arrivata di conseguenza

“Non ho mai conosciuto un gruppo così. Eravamo lì per vincere. Eravamo lì per esplorare il talento individuale e collettivo. Avevamo giocato tutti l’uno contro l’altro con le nostre nazionali e quando giocavamo insieme diventava una competizione. Volevamo mostrare chi eravamo. Bakkies Botha era l’avanti più forte del mondo, voleva mostrarci la verità. Non c’era mai un momento di riposo. Volevamo mostrare chi eravamo. L’equilibrio fra invidia e rispetto ha creato un buon mix.”

La vita dopo il professionismo

“Matt Giteau Drew Mitchell sono in forma, mentre tutti gli altri giocatori hanno preso qualche chilo. Tutti hanno accettato una nuova sfida. Tutti dovranno padroneggiarlo. Nel post carriera, c’è un buco. Stiamo cercando di capire una nuova dimensione, è qui che scopriamo la nostra individualità. Joe Van Niekerk ha preso una strada, Carl Hayman ne ha presa un’altra… È interessante. Quando ci incontriamo, condividiamo molto e vediamo il percorso che abbiamo intrapreso. Nel complesso, le personalità sono più calme. Ho l’impressione che sia il fatto che non ci siano più partite da giocare. È bello vedere tutti più calmi. Siamo più a nostro agio con tutti. In campo volevamo modificare ogni cosa, attaccare ogni pallone, oggi non più. Il rugby non è uno sport per quarantenni.”

Infine un anedotto sulla finalissima del 2013, decisa come spesso è accaduto da un calcio piazzato di Wilkinson.

“Prima della partita contro il Clermont ho finito il riscaldamento, non stavo per niente bene. Avevo difficoltà a colpire la palla. Stavo per crollare. Ho tenuto duro e mi sono detto: “cosa faccio? ” Sono andato in bagno, ho preso il cellulare, che in uno spogliatoio non è gradito, ho chiamato il mio allenatore. Non sapevo cosa mi avrebbe detto. Sono stato preso dalle emozioni. Joe Van Niejerk stava facendo il discorso. Mi ha chiesto dov’ero. Sono entrato nel cerchio, mi ha colpito. Lì, ho dovuto prendere una decisione. Dovrei seguire il sentimento, questo desiderio collettivo? Dovrei essere rassicurato? Joe parlò e i ragazzi erano pronti. Soffrivo all’idea di dire a me stesso che dovevo salvare la squadra con i calci fra i pali. Mi sono detto: “Dai, andiamo a vincere. Se ci siamo impegnati fino alla fine, è stato su questa partita. È un aneddoto divertente, ed è importante raccontarlo perchè è stato lì che avevo bisogno dei miei compagni. Non so se Joe abbia sentito quel momento, ma con le sue parole ho sentito che tutto era possibile. Valeva la pena andare oltre. Clermont ha dominato per 70 minuti e noi abbiamo colto l’occasione. Ho visto la loro delusione negli occhi. Abbiamo dovuto rispettare quel momento, ma noi abbiamo trovato un modo per vincere che ha cambiato il nostro percorso come squadra. Dopo la Coppa del 2013, le finali erano diventate le nostre partite.”

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