Rugby Championship: una giornata da sagra degli errori, e il Sudafrica non ha un piano B

La nostra analisi della seconda giornata

Rugby Championship: una giornata da sagra degli errori, e il Sudafrica non ha un piano B (ph. Sebastiano Pessina)

Rugby Championship: una giornata da sagra degli errori, e il Sudafrica non ha un piano B (ph. Sebastiano Pessina)

La seconda giornata di Rugby Championship ha già ribaltato i verdetti del primo weekend. Gli All Blacks hanno finalmente ritrovato il successo dopo un periodo difficilissimo, mentre il Sudafrica – favorito per la conquista del titolo – esce da questa sfida discretamente ridimensionato. Dall’altra parte, la scorsa settimana ci si chiedeva se tra Argentina e Australia fossero stati i Pumas a perdere, più che i Wallabies a vincere: la risposta è arrivata, e anche chiara.

Ciò che salta all’occhio, più di tutto il resto, è però l’incredibile quantità di errori grossolani che si è vista in queste due partite. Una serie di sviste che non rendono giustizia a quello che dovrebbe essere il livello del Rugby Championship, a cominciare da quanto visto in quella che doveva essere la partita chiave di questo torneo.

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Tra Sudafrica e All Blacks, infatti, è stata una bella gara a chi la combinava più grossa. Esempi lampanti sono i due calci concessi dagli Springboks nel secondo tempo: uno per un inutile fallo a gioco fermo di Wiese, l’altro per l’ostruzione di Hendrikse su Whitelock, che oltre a concedere 3 punti ha portato anche all’annullamento della splendida meta di Mapimpi, ispirata dal break di Am.

Rivedendo le immagini, infatti, la seconda linea neozelandese si trova davanti Hendrikse, che con un po’ di malizia non si sposta e toglie una prima volta il tempo dell’intervento all’avversario. Fin qui, probabilmente, nulla di così grave da essere sanzionato, ma a questo punto il mediano di mischia invece di spostarsi continua ad ostacolare – stavolta platealmente – Whitelock. Un fallo inutile, perché a quel punto difficilmente l’All Black avrebbe avuto la possibilità di placcare un Am già lanciato, che è costato almeno 8 punti: i 5 della meta annullata, più i 3 subiti dal calcio successivo.

Non che gli All Blacks siano stati da meno. Al di là dell’aver buttato alle ortiche 15 punti di vantaggio in un amen nel primo tempo, nella ripresa ci sono stati due episodi che da una squadra del genere mai si aspetterebbe di vedere. Al 57′, su ricezione da calcio d’inizio, Mo’unga avrebbe tutto il tempo di liberare, invece decide di attaccare palla in mano, si isola, perde l’ovale e in 10 secondi il Sudafrica segna.

L’errore commesso al 66′ è ancora più grossolano: passaggio folle di Whitelock sull’esordiente Newell, che non controlla l’ovale. Hendrikse ci si avventa e lo calcia, e viene platealmente placcato da Beauden Barrett senza palla. Giallo e calcio di punizione. Un fallo sciocco sia per come è arrivato, sia perché Mo’unga dietro era chiaramente in vantaggio su quel pallone.

Per gli Springboks, però, la sconfitta non è arrivata solo a causa dei tanti errori tecnici commessi. La sensazione, e non è la prima volta, è che la coppia Nienaber-Erasmus abbia messo a punto un piano di gioco lineare e concreto, che però non prevede alcuna possibilità di adattarsi ai cambiamenti. Non è un caso che spesso il Sudafrica abbia sofferto con un’Australia che seppur non sempre esaltante è la più imprevedibile delle avversarie del Rugby Championship.

Certo, il tecnico sudafricano – già a corto di ali – ha dovuto fare a meno di Kriel dopo un minuto, ed è stato costretto a ridisegnare il reparto trequarti. Ma quando gli All Blacks, pur nelle loro difficoltà, sono riusciti a trovare le contromisure adatte, il Sudafrica ha dimostrato ancora una volta di non avere un piano B, trasformando in una partita da 50 e 50 un match che sulla carta li vedeva strafavoriti.

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A San Juan non è andata meglio all’Australia, letteralmente scomparsa dal campo dopo 20 minuti. Sette mete concesse, alcune di queste imbarazzanti per la facilità con la quale l’Argentina ha potuto marcare. La prima nasce da un’incomprensione tra Petaia – che spara un pallone suicida su Wright – e l’estremo australiano che non lo controlla e lo regala a Imhoff. Succede una cosa simile con la quarta meta, quando White si addormenta (e forse cerca un’ostruzione tanto plateale quanto inutile) e lascia rimbalzare il pallone, Wright ci arriva in ritardo e sbilanciato, e Gonzalez Samso ha tutto il tempo per marcare indisturbato.

Ma la meta che più di tutte è rappresentativa dello stato di questa Australia è la terza: non c’è un vero e proprio errore, perché fondamentalmente non succede nulla. De la Fuente ha tempo e modo di fare quello che vuole, australiani completamente fermi, e quando Koroibete prova a metterci una pezza ormai è tardi.

Dopo due giornate, è tutto apertissimo: Argentina e Australia hanno 5 punti a testa, Sudafrica e All Blacks 4. I neozelandesi ospiteranno due volte i Pumas, mentre gli Springboks dovranno andare in casa dei Wallabies. Adesso, tutto è davvero possibile.

Francesco Palma

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