Come si articola il nuovo percorso formativo degli atleti, tra poli, cdfp ed accademie legate alle franchigie?

Ne abbiamo parlato con Maurizio Zaffiri, coordinatore del progetto di formazione élite

La riforma della formazione, dai poli alle accademie legate alle franchigie

La riforma della formazione, dai poli alle accademie legate alle franchigie ph. Ettore Grifoni

La scorsa settimana, la federazione italiana rugby ha annunciato il nuovo piano legato alla formazione, con un sistema misto tra Centri di Formazione Permanente (resteranno attivi i due di Roma e Milano) e dieci nuovi poli di formazione, con una rinnovata filiera di identificazione e sviluppo del talento, dall’Under 17 sino al professionismo (anche se non a livello formale) di Benetton e Zebre (con il quale approcciarsi tramite la nuove accademie Under23 collegate alle due franchigie).

La volontà del Presidente e della maggioranza Consiglio è quella di trasmettere ai club – riuniti sinergicamente in poli operativi (costituiti da più società limitrofe) il know-how acquisito in questi 4 anni e mezzo di attività all’interno dei cdfp dopo il riallineamento del 2017.

L’attività dei poli, però, è cosiddetta di “sviluppo”, non è considerabile come attività di élite. Gli obiettivi da raggiungere e i mezzi a disposizione per raggiungerli, rispetto all’elité, sono diversi. Ce lo spiega Maurizio Zaffiri, Coordinatore del progetto di formazioni élite, il quale raggiunto da OnRugby ha fatto il punto della situazione sulla riforma posta in essere.

“I requisiti dell’attività élite sono selezione (120 atleti sono attualmente nei centri, su un totale di 4700 tesserati circa, dell’età in questione), con tecnici e strutture adeguate per il più lungo tempo possibile.

La nuova attività è di sviluppo, invece, non è strettamente legata – almeno inizialmente – al percorso di formazione degli atleti élite, bensì alla volontà della nuova governance federale di avviare un processo di responsabilizzazione (e supporto) dei territori (e dei loro club) sul tema della formazione, con un sistema improntato sulla sinergia dei club situati in zone limitrofe”.

Hanno qualcosa in comune i due percorsi?

C’è la volontà di creare maggiori attività formative per gli atleti: i contesti sono separati, ma va sottolineato come l’uno non esclude l’altro. In partenza ci si basa sul livello legato all’attività nel club. Nel breve termine, nessun riferimento immediato allo standard dell’attività élite, ma attivazione di un processo virtuoso in grado di generare nel tempo percorsi supportivi anche per lo sviluppo degli atleti di élite.

Si farà un’analisi sul singolo polo per far sì che tenda al modello dei CDFP. Si passerà per una fase di transizione: sfida che la governance ed i club hanno deciso di accettare. Non è detto che nel breve termine ci si debba aspettare gli stessi risultati degli ultimi tempi. Le attività sono diverse, soprattutto in quelle zone dove sono stati chiusi i Centri (anche se di contraltare sono anche le stesse dove ci sono club più strutturati, con maggiori possibilità di interazione e maggiore numero di tesserati). Si parte dove ci possono essere i presupposti, in un certo tempo – che sia il più breve possibile -, per sviluppare il progetto. L’idea di fondo è quella di rendere il percorso verso l’alto livello il più accessibile possibile, allargando la base degli atleti coinvolti.

Quali sono i punti di forza?
Porre il club al centro della formazione, accettando la sfida e facendosi responsabile della formazione. Creare collaborazione (e contestuale rafforzamento) tra club limitrofi.

Non c’è il rischio di scontrarsi con il campanilismo?
La responsabilizzazione è dei club, sono loro che lavorano in prima persona sull’organizzazione che la fir supporta: requisito primario è la volontà dei club di interagire. Campanilismi superati solo se al centro viene posta la formazione degli atleti.

Cosa riceve il club che diventa centro del polo?
Apporto su tre livelli: tutoraggio federale volto alla formazione continuativa, supporto economico per le spese organizzative e l’implementazione di sistemi di sviluppo degli atleti.

Come si sceglieranno i poli?
Ci saranno analisi su aspetti legati a strutture logistiche (campi, palestre sale riunioni e fisioterapiche), risorse umane (area tecnica, medica ed educativa) e numero di atleti tesserati coinvolti. Ce ne saranno fino a un massimo di 10.

Come funziona nello specifico l’attività settimanale di un polo?
Si parte dalla progettualità dell’attività del club singolo. Quella del polo, poi, va a potenziarla, sviluppando un programma in grado di aggiungere allenamenti e confronti.

Esempio pratico: in un’area confluiscono tre club (territorialmente vicini). Ognuno di essi svolge i propri allenamenti canonici, poi, parlando per principi generali, si organizzano, in due giorni congeniali a tutti, un paio di attività settimanali congiunte di alta qualità.

Chi potrà parteciparvi?
La grossa differenza rispetto all’élite sta nella disomogeneità del parco atleti dei club, con i giocatori che si dividono in 3 categorie: con potenziale, con potenziale moderato e senza potenziale (che però hanno desiderio di giocare a rugby e provano gioia nel farlo). Noi dobbiamo rispettare tutte queste esigenze diverse ma altrettanto nobili, con il polo che darà ai giocatori con motivazione alta un’attività aggiuntiva di qualità. Ad ogni modo, la proposta dell’attività sarà modulata sul singolo polo. Viene rafforzato il concetto dell’opportunità formativa, senza la necessità di spostamenti logistici.

Filiera giovanile

Qual è l’età che riguarda le attività dei poli?
Under 17 e Under 18. Per quanto concerne gli Under 19, invece, saranno coinvolti nell’attività élite laddove selezionati se in territori afferenti ad un CDFP (i due rimasti in vigore continueranno a lavorare con le modalità attuali) oppure impegnati nell’attività Juniores o di prima squadra del loro club. Per loro l’attività di polo potrebbe essere riduttiva. Lavoriamo inizialmente su queste due annate che sono anche propedeutiche per i livelli successivi.

I CDFP restano possibilità esclusiva per atleti che vivono nel territorio afferente?
I CDFP, in linea di massima, sono legati alla territorialità, ma nello specifico si analizza il singolo caso. Se contesto e potenziale dell’atleta rendono preferibile che vada in un CDFP anche se il ragazzo non è di un territorio afferente, nulla vieta che questo ci possa entrare.

Come saranno seguiti gli Under19 fuori dai CDFP?
Dal prossimo anno ci sarà un programma nazionale under 19, anche con frequenza mensile. Ci stiamo lavorando, per garantire momenti di confronto internazionale, anche per gli atleti non coinvolti nella selezione Under 20, ma che possono diventarne protagonisti a breve.

Prima del possibile approdo nelle Accademie Under 22 legate alle franchigie?
L’attuale governance sta effettuando un’altra grossa scommessa, andando a potenziare il segmento di formazione dall’attività Under20 in avanti.

Con la chiusura dell’accademia nazionale, e la formazione degli atleti under 19 demandata ai centri di formazione e ai club, permetteremo il conseguimento del diploma della scuola media superiore evitando il cambio d’istituto, ma allo stesso tempo, rallenteremo sul processo di maturazione degli atleti Under 19. La conseguenza diretta è che avremo sempre più Under 20 che parteciperanno all’attività internazionale e meno Under 19. Già quest’anno siamo passati dal 50% di atleti convocati Under 19 a poco più di un quarto della rosa. Questo è un primo check sul cambio di percorso in tal senso.

La seconda fase del percorso di formazione giovanile della FIR prevederà tre cicli di lavoro divisi in tre annualità (Under 20, Under 21 ed Under 22), all’interno di accademie collegate a Benetton e Zebre. I ragazzi vivranno quotidianamente attività di esposizione ed interazione con il miglior livello ovale possibile in Italia, finalizzato al loro sviluppo.

Gli staff e i giocatori di queste accademie saranno legati a un contratto centralizzato con FIR, quindi sotto controllo federale, ma in stretta collaborazione con le due franchigie. Il processo di crescita, in tal senso, viene considerato individuale, indirizzato alla specializzazione in un contesto collettivo professionale.

Potranno giocare nel torneo Under23 che dovrebbe lanciare l’URC?
C’è un grosso interesse a livello europeo ad effettuare una competizione specifica sull’Under 23, ma non è detto che qualcosa di strutturato in tal senso parta a breve. Ad ogni modo ci saranno sicuramente diverse possibilità di confronto con altre realtà ‘giovanili similari’, anche interne tra le due stesse accademie. I ragazzi coinvolti affronteranno così tre anni fondamentali del loro percorso di sviluppo individuale.

Come si è arrivati a questa scelta?

Dopo un’attenta ed approfondita analisi riguardante i percorsi di tutti gli atleti coinvolti nel Sei Nazioni Under 20 nelle ultime due stagioni, abbiamo constatato che il coinvolgimento con club/franchigie professionali dei ragazzi italiani è il più basso in percentuale. Il 75% degli inglesi è convolto in club professionistici, il 43,5% in Francia, mentre Scozia, Irlanda e Galles hanno una percentuale media del 15%. In Italia al momento è solo del 4%.

Consideriamo l’integrazione del lavoro tecnico con le franchigie come un importante mezzo di sviluppo per gli atleti. Al pari del minutaggio in gara.

Ragionando per obiettivi, sugli atleti Under 20 poniamo il focus sull’aumento delle qualità prestative e in termini di minutaggio nel coinvolgimento con l’attività internazionale Under 20.

Per quanto riguarda invece i giocatori appartenenti al secondo e al terzo ciclo di lavoro, mantenendo in continuità l’intensità ricercata nelle sedute di allenamento settimanali, il minutaggio verrà garantito dall’attività della franchigia o dei campionati domestici.

La Nazionale Under 20 sarà comunque aperta anche a ragazzi extra accademie?
Sì, non tutti gli Under 20 saranno in una delle due accademie. Il sistema è sempre stato concepito in maniera aperta.

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