Insulti razzisti a Koulibaly. Maxime Mbandà: «Siamo stanchi»

In seguito al vergognoso episodio di razzismo subito dal giocatore del Napoli il terza linea azzurro lancia un forte messaggio sui social

In seguito al vergognoso episodio degli insulti razzisti a Koulibaly il terza linea azzurro Maxime Mbandà lancia un forte messaggio.

In seguito al vergognoso episodio degli insulti razzisti a Koulibaly il terza linea azzurro Maxime Mbandà lancia un forte messaggio sui suoi social.

Un messaggio forte, importante, quello di Maxime Mbandà. «Siamo stanchi» scrive il giocatore delle Zebre sui suoi canali social, commentando l’ennesimo caso di cronaca che ha visto come poco gradito protagonista il razzismo: quello che ha coinvolto il difensore del Napoli, Kalidou Koulibaly che la scorsa settimana, al termine di Fiorentina-Napoli, è stato insultato mentre rientrava negli spogliatoi dopo aver rilasciato un’intervista a bordo campo.
Un episodio vergognoso sul quale sono state avviate immediate indagini che hanno portato (per ora) all’identificazione di un responsabile che è stato denunciato per atti di discriminazione razziale (ricevendo un DASPO di 5 anni, il massimo della pena per un incensurato).

La notizia ha colpito molto Maxime, “non ci ho dormito la notte” ci ha ha detto quando lo abbiamo sentito nei giorni scorsi anticipandoci del messaggio che avrebbe pubblicato e che riportiamo qui sotto integralmente perché abbia la massima risonanza possibile:

Siamo stanchi.
È diventata quasi la quotidianità.
Siamo nel 2021, e, al posto che pensare a cosa indossare quando arriveremo su Marte, stiamo ancora lottando contro noi stessi.
Perché?
Quando sei nato non sapevi neppure cosa fosse l’odio.
Se da bambino ti avessero chiesto di collegare il tuo idolo sportivo, magari di un’altra etnia, ad un’immagine, avresti sicuramente scelto quella del Supereroe.
Non quella della scimmia.
Quindi, per forza, crescendo deve esserti successo qualcosa.
Qualcosa di brutto.
La tua “cotta” storica era innamorata di un bambino peruviano?
Un giorno una studentessa senegalese davanti a te nella fila ha comprato l’ultimo panino al bar della scuola?
Probabilmente, oggi, fai un lavoro in cui ti ritrovi a contatto con persone che vengono da altri Paesi, che poi sono le stesse persone che incontri sui mezzi pubblici, nei ristoranti o che forse fanno addirittura parte nella tua compagnia.
E mi chiedo: passi il tempo ad insultarle?
Non riesco neanche a biasimarti.
Ormai la maggior parte delle notizie che trovi sui canali di informazione, prima di riportare i dettagli di un reato, si affrettano a mettere in evidenza la provenienza di chi l’ha commesso.
Non dovresti, però, fare di tutta l’erba un fascio.
Perché quando esci da casa ti trasformi?

Potresti essere proprio tu a diventare quel “Supereroe” ed invece scegli di diventare l’acerrimo nemico.
È proprio vero che il gruppo rende l’uomo stupido.
E non si parla solo di stadi e di impianti sportivi, ma anche di luoghi di lavoro e spazi pubblici.
Ma ciò che lo rende grave è che lo stadio è pieno di bambini, e di genitori che sono lì soltanto per trasmettere loro la passione per lo sport che si portano da una vita intera.
E, chissà, magari anche tu sei genitore.
Pensaci meglio: non rovinare quel momento sacro, perché non se lo meritano né i giocatori, né gli spettatori.
La critica fa parte dell’uomo, è nella nostra natura.
Ma il troppo, “stroppia”.
Perché decidi deliberatamente di ferire qualcuno?
Anche perché la famiglia del giocatore che stai insultando, molto probabilmente, è allo stadio a supportarlo.
Da figlio, oppure da genitore, da zio, da nipote, da amico: cosa sentiresti dentro se quella persona presa di mira fosse tuo padre, tua madre od uno dei tuoi figli?
Ci sono le telecamere, le riprese.
Non vorrai mica che la gente sappia che sei un razzista!
Cerca di divertirti e goderti la partita e l’atmosfera.
E sappi che nessuno qui sta cercando di cambiare le tue idee anche se, effettivamente, dovresti guardarti dentro per cercare di capire da dove arriva tutta questa rabbia per il diverso.
Che alla fine ammala solo te.
Ti sto solo chiedendo di lasciare ai bambini presenti allo stadio, oppure davanti alla tv, la possibilità di crescere senza essere condizionati dalle tue parole.
Non voglio ridurmi a dover insegnare a mio figlio fin da piccolo, come ha fatto mio padre con me, che quando crescerà ci sarà qualcuno che lo offenderà per il colore della sua pelle o per qualsiasi altra espressione del suo essere.

Non voglio dovergli insegnare a farsi scivolare addosso le cattiverie.
Quindi, se vuoi proprio sfogarti perché ti rende felice, fallo a casa tua o in un luogo deserto.
Poi, se invece vuoi fare qualcosa di utile, allora potresti iniziare opere di volontariato, o anche soltanto impegnarti a scrivere, leggere, suonare, pitturare, fare sport.
Ci sono un sacco di cose da fare che asciugherebbero il veleno che ti porti dentro.
L’odio non porta altro che odio.
Io mi sono fatto la promessa di cercare di lasciare il mondo meglio di come l’ho trovato.
Non sempre ci riesco, ma ogni giorno ci provo.
E tu?
Te lo sei dato uno scopo nella vita?

Per chi conosce Maxime, la sua sensibilità, la sua voglia di fare, il suo impegno nel sociale (che gli è valso anche l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana), non sarà difficile immaginare che questa sia solo la prima (e immediata) iniziativa a cui il terza linea di Zebre e Nazionale sta lavorando e a cui la redazione di Onrugby darà ogni volta il massimo sostegno possibile.

 

 

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