Rainbow Cup, una finale in tre atti

Il trionfo del Benetton nasce da una migliore preparazione, organizzazione e interpretazione della partita

Edoardo Padovani Benetton Rainbow Cup

La meta decisiva di Edoardo Padovani in Benetton-Bulls, finale di Rainbow Cup – ph. Ettore Griffoni

Il successo del Benetton nella finale di Rainbow Cup sui Bulls si è fondato su una migliore preparazione della gara, una migliore organizzazione in campo e un migliore stato mentale rispetto agli avversari: ne è uscito un 35-8 largo, con una vittoria maturata in maniera decisa nella ripresa.

Il momento chiave dell’incontro, tuttavia, è arrivato alla fine della prima frazione di gioco, quando l’ex della partita, il tallonatore di casa Corniel Els ha segnato una doppietta frutto di due errori piuttosto grossolani della squadra ospite, consentendo ai biancoverdi di andare all’intervallo sopra di 12 punti e con un uomo in più.

Per come si è svolta, la partita di Monigo può essere divisa in tre atti, come fosse un’opera lirica a lieto fine.

La prima mezz’ora

Il primo atto della finale di Rainbow Cup fra Benetton e Bulls è anche quello più interessante a cui assistere, perché vi affondano le radici del successo dei padroni di casa.

Nella prima parte dell’incontro le squadre mettono la massima intensità nello scontro fisico, coscienti che sugli impatti e sul breakdown si giocherà l’incontro.

I primi impatti sono subito importanti da una parte e dell’altra, e quando Marco Zanon si fa scippare un pallone dalle mani per aver insistito nel cercare di rimanere in piede e continuare a spingere, lo spettro di un Benetton che possa andare in sofferenza proprio nell’aspetto centrale del match incomincia ad aleggiare. Non tanto per quanto riguarda dei primi minuti ad alta intensità dove lo scontro è alla pari se non positivo per i Leoni, ma sul lungo periodo, pensando al proseguimento della partita.

Sarà la stessa squadra di Kieran Crowley a dimostrare che non è questo il caso, ma sarà invece l’opposto, a partire dall’azione della prima meta dell’incontro, quella di Monty Ioane.

Il Benetton lavora alla grande con gli avanti sui due punti d’incontro precedenti la meta, dove i Bulls cercano con insistenza di mettere le mani sul pallone, senza riuscirci. In particolare ottimo lo sforzo di Els che, dopo aver caricato in prima persona, si fionda direttamente a sostenere Toa Halafihi nel punto d’incontro successivo, risultando decisivo per rimuovere la minaccia portata da Marcell Coetzee.

Els è a terra fra Cannone e Riccioni e immediatamente interviene sulla ruck successiva

Più nobile ma altrettanto notevole il lavoro di Sebastian Negri, che gioca un’ottima partita alla sua cinquantesima con il Benetton. Il numero 6 accetta di lavorare come primo uomo in piedi per giocare il pallone con le mani, non esattamente le peculiarità che lo hanno portato a essere un giocatore internazionale, ma si dimostra adeguatamente polivalente nel fissare i primi due difensori e distribuire fuori a Hayward.

L’estremo neozelandese, con la consueta qualità, legge immediatamente la disgraziata salita dell’ala avversaria Twambe e con rapide mani dà fuori a Ioane per la prima meta dell’incontro.

I primi venti minuti del Benetton sono eccellenti. La squadra funziona, il possesso è sereno e mai messo in dubbio, lo scontro fisico vinto. Tuttavia la squadra non approfitta del dominio territoriale e della possibilità di utilizzare il pallone, anche a causa di qualche sbavatura di tecnica individuale dei due centri, Zanon e Brex.

Paolo Garbisi non converte un paio di calci di punizione e quando i Bulls crescono, nella seconda parte della prima frazione di gioco, la partita è ancora a basso punteggio.

Nonostante i futuri vincitori dell’incontro subiscano al 26′ la meta del provvisorio pareggio, riescono comunque a prodursi in un paio di azioni che sono una sorta di dichiarazione d’intenti per gli avversari: al primo attacco dei Bulls Niccolò Cannone si impone con un durissimo placcaggio che fa esplodere il pallone agli avversari. Succederà in un numero esorbitante di occasioni durante il resto dell’incontro, ogni volta che il Benetton rischia di concedere una marcatura.

L’altra occasione è il placcaggio con cui Garbisi salva la marcatura avversaria sull’out di destra del fronte d’attacco sudafricano. Un intervento che dimostra come tutta la squadra sia connessa: seppure non sia un cattivo difensore, il numero 10 biancoverde non fa della forza nel placcaggio la sua caratteristica principale, eppure sull’arco di tutti gli ottanta minuti si distingue non solo per la performance in regia, ma anche per la volitività con la quale si spinge a prendersi le proprie responsabilità difensive.

La prima meta dei sudafricani, firmata da Twambe, arriva proprio su un buon intervento difensivo di Garbisi e Zanon, ma questa volta i Bulls sono scientifici: il numero 13 van Vuren interviene direttamente su Zanon per consentire al compagno di andare a terra e avere tempi rapidi di uscita del pallone, cogliendo la difesa del Benetton ancora impreparata.

Fondamentale il lavoro (placca il placcatore) del 13 in maglia blu per consentire di utilizzare quel pallone quando ancora la difesa biancoverde non è pronta a reagire alla prossima fase

È il momento più delicato della partita, sull’8-8.

Fa molto caldo: al di là della temperatura effettiva, una cappa di afa avvolge Treviso e rende una prestazione sportiva una vera e propria impresa. Su sequenze molto prolungate di ping pong tattico, non arriva grande pressione dopo il calcio di spostamento. Entrambe le squadre in campo risucchiano più ossigeno possibile per continuare.

Sarà per questo che sul calcio d’inizio successivo i Bulls inanellano una sequenza di errori incredibile: Coetzee calcola male il calcio di Garbisi e lo lascia rimbalzare, sulla successiva rimessa il saltatore sudafricano riesce solo a schiaffeggiare l’ovale, mettendo in difficoltà il proprio numero 9. L’ovale rotola in area di meta e il mediano di mischia non riesce ad alzarlo per passarlo ad un compagno: Els è il più rapido ad avventarcisi, Benetton di nuovo avanti.

Meno tecnico e più di organizzazione l’errore che porta Els a segnare la seconda meta pochi minuti più tardi: il tallonatore si ritrova un’autostrada davanti uscendo dal drive da rimessa laterale perché nessuno degli avanti sudafricani ha pensato di schierarsi come guardia dalla parte aperta.

finale rainbow cup

Ben due avanti rimangono dalla parte chiusa senza risolvere mai il problema. Intanto la difesa è rimasta schierata a dieci metri senza salire, nonostante il braccio dell’arbitro si sia abbassato dopo la fine della rimessa laterale.

Continuare ad avanzare

Il secondo atto, cruciale per la vittoria della Rainbow Cup da parte del Benetton, è l’attacco del secondo tempo. Un frangente spesso delicato per la squadra veneta, che invece in questo caso impone alla partita quell’accelerazione che le consente di mettere in cascina la partita e non far rientrare i Bulls.

Perfetta l’azione della meta di Michele Lamaro: rimessa laterale a sei uomini, doppio finto penetrante al centro del campo e palla portata fuori fino all’altro margine del campo per allargare al massimo la difesa; ritorno con Negri, ancora una volta perfetto nelle cose semplici, che avanza e libera il pallone rapidamente; calcio-passaggio col contagocce per Ioane che controlla e, prima di essere portato fuori, scarica al terza linea romano con un pizzico di fortuna.

Poco dopo il Benetton metterà il sigillo alla partita con un piazzato di Garbisi e una sequenza in difesa che mettono la pietra tombale sui Bulls: diverse fasi in avanzamento senza il possesso del pallone, con placcaggi duri che siglano l’ennesima imposizione fisica sugli avversari e un turnover di Els a coronare il tutto. Seppur Garbisi ha meritato il man of the match, il tallonatore non avrebbe sfigurato in cima alla lista dei migliori in campo.

Non lo avrebbe fatto neanche Michele Lamaro, distributore automatico di grandissime legnate (e scusate il gergo tecnico) in tutte le fasi dell’incontro: se questa squadra faceva paura soprattutto per la capacità di imporsi nello scontro, il Benetton ha risposto presente con tutti i suoi effettivi, guidati dal numero 7, divenuto capitano all’uscita dal campo di Dewaldt Duvenage.

Completare l’opera

Grazie al grandissimo lavoro operato nei primi 50 minuti, il Benetton ha messo in ghiaccio la partita ed ha potuto giocare in completa fiducia la parte finale dell’incontro.

L’entusiasmo dei biancoverdi ha fatto da contraltare alla progressiva, definitiva sparizione dal campo dei sudafricani. Ognuno dei giocatori del Benetton entrati in campo ha voluto mettere la propria impronta sulla partita, da un Lucchesi battagliero su ogni punto d’incontro a Barbini protagonista di qualche penetrazione elegante.

Proprio da un suo evasivo avanzamento nasce la quinta ed ultima meta dell’incontro, firmata da una brillante finalizzazione di Edoardo Padovani e orchestrata da un Garbisi ancora lucido nel leggere la situazione nel migliore dei modi.

La vittoria del Benetton non è solo importante per riportare entusiasmo in un ambiente come quello di Treviso, che per il resto della stagione non era stato dei migliori, né per dare un’iniezione di fiducia al rugby italiano: è anche un importante statement in vista del prossimo futuro. Care squadre sudafricane, non pensate di arrivare in Europa come se fosse terra di conquista.

Lorenzo Calamai

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