Quintin Geldenhuys, il silenzio e gli applausi

Nel 2016 si ritira dall’azzurro Quintin Geldenhuys, seconda linea silenziosa, ma con tanti applausi alle spalle

Quentin Geldenhuys

Quentin Geldenhuys -ph. Sebastiano Pessina

Contro Tonga nel 2016 va in scena l’ultimo atto di Quintin Geldenhuys in azzurro. L’Anonima Piloni vi racconta la storia di una seconda linea silenziosa, ma che ha sempre lasciato il segno. Anche sugli avversari.

C’è applauso e applauso. Il battere le mani non è sempre uguale a sé stesso, se state attenti non ce n’è uno uguale ad un altro. C’è l’applauso fatto così, tanto per fare, viene meglio quando fa freddo e senti il bisogno di scaldare le mani. Di solito, allo stadio, lo dedichi all’avversario che quel giorno non ha inciso più di tanto. C’è l’applauso fatto apposta per il tuo idolo, quello che appena i tuoi occhi intravedono in campo mandano un messaggio al cuore. E questo, nel dubbio, pompa un po’ di più. Poi c’è l’applauso che lo senti benissimo che non ce ne saranno altri di simili, anche se non ne hai la certezza. È paragonabile al momento in cui saluti un tuo amico in stazione, al momento in cui vi ripromettete di rivedervi, ma in fondo lo sapete entrambi che sarà durissima.

Ecco, se a novembre 2016 eravate a Padova, zona stadio Euganeo, e se siete bravi con le sensazioni, forse verso il 47′ un applauso del genere l’avete sentito. E ne avete fatto parte. Perché tutti hanno applaudito, ma nessuno lo poteva sapere ufficialmente. Lo dirà solamente il diretto interessato al termine del match, lontano dai riflettori. ma quella è stata l’ultima uscita di scena in azzurro. Quintin Geldenhuys, nome di battesimo e lineamenti da centurione romano dice basta con l’azzurro. È un’avventura che finisce dopo sette anni e rotti e 67 caps, il ragazzone ha 35 anni e ha detto che i giovani per sostituirlo ci sono.

E un po’ bisogna fidarsi del buon Quintin, nato a Krugersdorp, Sudafrica, nel 1981, perché nel 2002 è sul tetto del mondo con una coppa in mano, visto che dà una bella mano ai baby Springboks a vincere la prima edizione della Coppa del Mondo under 21. In casa, per giunta. Il Sudafrica, se si dà un’occhiata alla rosa, è uno squadrone: ci sono Steenkamp, Wannemburg, Jean De Villiers, Fourie du Preez in panca per far posto a Enrico Januarie, Schalk Burger, Odwa Ndungane, JP Nel, il povero Francois Swart, piede infallibile quasi quanto il destino, all’apertura.

L’allenatore risponde al nome di Jacob Westerduyn, che a guardarlo e a pronunciarlo così non dice molto. Beh, provate alla voce “Jake White” e poi fate sapere. Vincono in semifinale contro i Baby Blacks (che non perdevano un match dal 1999) e poi battono in finale all’Ellis Park i Wallabies di Brock James e di un giovanissimo Mat Giteau. Da qui molti di quegli Springboks si costruiscono una grande carriera, in molti alzeranno la Coppa del Mondo del 2007, altri si perderanno, che quel livello sembra quasi lo toccheranno altre volte ma non sarà più lo stesso.

Quintin, che si era diplomato alla Monument School e che si è formato nell’Accademia degli Sharks, nel 2002 passa ai Pumas, squadra di Nelspruit che compete per la Currie Cup. Il livello è alto e la sensazione principale è che, almeno per il reparto delle seconde linee, la strada sia bella in salita. Gli Springboks titolari nel ruolo sono due mostri come Viktor Matfield e Bakkies Botha, che sono intoccabili e hanno solo qualche anno in più. La competizione è serratissima per il ruolo a livello nazionale, ma pure a Nelspruit. Ci sono un giocatore come Johan Van Zyl, il monumentale Jacques Botes, poi un altro gigante di due metri, anch’egli col nome di un generale romano e vero leader in campo: si chiama Casparus Cornelius van Zyl, passerà ai Cheetahs e finirà la carriera gestendo le touche a Treviso. I Pumas vinceranno la Currie Cup First Division nel 2005, poi però parte la diaspora, non ci sono più le condizioni economiche per continuare. Tanti se ne vanno, a Quintin arriva un’offerta da Viadana, Italia. Un anno. Con lui parte anche l’estremo Jacques Schutte, e non è un caso che forse a spingere perché i due andassero da quelle parti ci fosse Casper Steyn, loro compagno ai Pumas e uno degli artefici dello scudetto del Viadana del 2002. L’anno passerà in fretta, diventeranno due, poi tre.

Quintin in campo non lo vedi, non è appariscente, ma in tanti si ricordano di lui, soprattutto gli avversari, soprattutto il giorno dopo.

In campo non spreca parole, si fa piccolo e silenzioso nonostante i due metri e il quintale e passa che si porta appresso, ma cavolo quant’è efficace. Arriva un’offerta degli Stormers, ma a Viadana ormai ha messo su famiglia e declina. Ma non si accorgono di lui solo a Città del Capo. A chiamarlo è un altro sudafricano che in comune con Quintin ha un bel passato in mischia e che da qualche tempo è in Italia per lavoro. Si chiama Nicholas Vivian Howard Mallett, di professione fa il commissario tecnico della Nazionale Italiana. Lo vuole in azzurro, dopotutto sono passati i tre anni necessari per l’equiparazione. In seconda linea in Nazionale ci sono già Carlo Del Fava, Santiago Dellapé e Marco Bortolami, ma uno così fa parecchio comodo.

Quintin accetta e debutta nella tournée australiana del 2009. In silenzio, chiaramente, anche perché il suo debutto coincide con quello di Craig Gower. Collezionerà botte, delusioni, gioie come le due vittorie con la Francia e quella contro l’Irlanda. Vede gli altri azzurri battere i suoi Springboks dalla tribuna, ma può andar bene anche così. Lavoro sporco in quantità mostruose, nessuna meta. Segnerà però con la maglia dei Barbarians, convocato sempre da Nick Mallett, contro il suo Sudafrica. In Italia giocherà ancora per Aironi e Zebre, alle quali continuerà a dare una mano in Europa. Nel frattempo inanella il cap numero 67 con gli azzurri, a Padova contro Tonga. Poi lascia il posto a George Biagi. Il pubblico applaude, ma lo senti che non è un applauso come gli altri. In tanti si alzano in piedi, applaudono ancora più forte. Lo senti benissimo che non ce ne saranno altri di simili, anche se non ne hai ancora la certezza.

Se a novembre del 2016 eravate a Padova, zona stadio Euganeo, e se siete bravi con le sensazioni, quell’applauso l’avete sentito anche voi.
L’ho sentito anch’io.
Ne abbiamo fatto parte insieme.
Giù il cappello, è passato Quintin Geldenhuys.

Cristian Lovisetto – Anonima Piloni

 

Tutte le precedenti puntate di Anonima Piloni le trovate qui.

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