Spagna – Portogallo, il ballo dei debuttanti

Domenica le due iberiche, giocano il recupero di Rugby Europe Championship, un match sentito che nel ’99 valse un posto alla RWC

Spagna rugby

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Domenica Spagna e Portogallo si affrontano nella quinta e ultima giornata del Rugby Europe Championship 2020 (sospeso lo scorso marzo). Quella tra le due formazioni iberiche, attualmente seconde a pari merito nel Torneo, è una sfida molto sentita che nel 1999 valse addirittura una prima storica qualificazione alla Rugby World Cup in Galles (Francia, Inghilterra, Irlanda e Scozia). Anonima Piloni ci racconta di quella sfida nel freddo di Murrayfield.

Mica male, giocarsi un biglietto per la Coppa del Mondo.
Mica male davvero, se te lo devi giocare a Murrayfield. Non capita tutti i giorni.

Soprattutto se nessuna delle due contendenti è mai andata nemmeno vicino a giocarsi un posto così, al sole. Perché Spagna e Portogallo, nel deserto che può essere Murrayfield quando fa freddo e non giocano compagini scozzesi, non sono mai state a così pochi passi dalla fase finale di una Coppa del Mondo. Un Mondiale strano, l’ultimo in cui alcune nobili europee hanno dovuto conquistarsi sul campo la qualificazione. Francia e Galles, paesi organizzatori, stanno a guardare. Inghilterra, Irlanda e Scozia devono sudare un’ultima volta ospitando un triangolare – una partita a settimana – con le migliori qualificate della terza fase europea, a loro volta suddivisi in tre gironi. Dal girone 1 si qualificano Italia e Georgia, dal 2 la Romania e l’Olanda. Nel girone 3 le grandi favorite sono, appunto, Spagna e Portogallo. Nel gruppo ci sarebbero anche Andorra, Repubblica Ceca e Germania, ma le gerarchie sono abbastanza chiare. Il match decisivo si svolge nel maggio del 1998 a Elche, nella Comunità Valenciana, con i padroni di casa in grado di rimontare e di battere i lusitani per 33 a 22. Non è una vittoria da poco per gli uomini di Alfonso Feijoo, perché finire primi in classifica permette di evitare nei gironi a tre due squadre estremamente difficili da battere come Italia e Romania. Ironia della sorte, il sorteggio non divide le due iberiche, costrette a vedersela con la Scozia per la qualificazione. E con due qualificazioni dirette su tre, il derby iberico diventa decisivo. Nel primo match del girone uno dei grandi protagonisti diventa a sorpresa Rohan Hoffmann, estremo australiano che si è rifatto una vita sportiva in Portogallo dopo aver debuttato nella Premiership inglese. Si guadagnerà ben presto l’appellativo di Mister Canguru e una buona carriera di arbitro internazionale, ma a Murrayfield si inventa una meta di 90 metri e un drop. Numeri così, da quelle parti, forse solo gli All Blacks, e neanche sempre. Nonostante ciò, la Scozia segna 85 punti e fa capire a tutti che Spagna-Portogallo, la seconda partita del gironcino, sarà decisivo per la qualificazione.

E se il derby di Elche era stata una partita sentita e tesa, figuratevi cosa può diventare ora, a chilometri di distanza dalle rispettive case e con una posta in palio nettamente più alta.

Il 2 dicembre del 1998, in un Murrayfield gelido e deserto, va in scena il derby iberico allo stesso tempo più importante e più surreale dell’intera storia delle due federazioni. E le due squadre non si fanno trovare impreparate, visto che per l’occasione decidono di rinforzarsi il più possibile. Prendete il Portogallo, per esempio: è una squadra costruita sulle fortune del rugby a 7, ha gente con gambe pirotecniche, ma è troppo leggera davanti e con una mediana dalle idee, a volte ,forse un po’ troppo garibaldine. La Federazione si muove e riesce a convincere Thierry Teixeira e Nelio de Sá. Il primo è un mediano di apertura figlio di portoghesi emigrati in Francia, gioca nelle serie cadette transalpine. Non è fisicamente il più tonico della compagnia, ma ha piede e visione di gioco di alto livello. Il secondo è un pilone destro già nazionale giovanile sudafricano e con parecchi minuti nei Cheetahs, giocatore massiccio e punto di forza in chiusa.

La Spagna ha meno bisogno di rinforzarsi. Chiariamoci, non è neppure lontanamente al livello della Scozia e non è così più forte dei lusitani, ma ha punti deboli meno netti e clamorosi di quelli dei portoghesi. Deve fare a meno di Oriol Ripol, una delle ali europee più decisive del primo decennio del ventesimo secolo, ma dietro è ben coperta. Ha un buon zoccolo duro di ragazzi nati nel 1974 e 1975 e un capitano, il catalano Alberto Malo, che parla poco e dà l’esempio. E l’esempio di un veterano chiamato a giocare in Nuova Zelanda ad inizio anni ’90, quando i rugbisti europei da quelle parti erano ben pochi, lo devi seguire per forza. In Federazione riescono a convincere a vestire la maglia rossa José Diaz, valenciano di 35 anni. È uno dei giocatori spagnoli più forti di sempre, pilastro del Castres nel campionato francese. Non ha mai accettato le convocazioni da parte della Spagna, ha sempre messo in cima alle sue preferenze una eventuale chiamata della Nazionale Francese, mai arrivata nei suoi anni migliori. È un giocatore feroce nei placcaggi, incredibile nei raggruppamenti. Non lo vedi mai, lo senti sempre, soprattutto il giorno dopo.

Con uno così la Spagna guadagna in abrasività, di sicuro.

Solo che, almeno all’inizio, la cosa non sembra essere così chiara.

Anche perché le mischie sono tutte nettamente portoghesi e, al primo minuto, Teixeira apre le marcature con un piazzato. Gli uomini di Feijoo sentono la partita, commettono errori alla mano abbastanza inusuali, ma riescono a non uscire dalla partita. A ribaltare il risultato ci pensa Andrei Kovalenco, e questa sì che una bella storia da raccontare. A sedici anni è apertura titolare nel suo club a Kiev, poi va a fare il servizio militare a Mosca. Qui si rendono conto della forza del ragazzino e lo fanno debuttare con la Nazionale dell’Unione Sovietica, che è una signora squadra. Poi la Storia ha il sopravvento e torna a giocare in Ucraina. Nel 1993, però, riceve una chiamata da tale Rafael Canosa, che è presidente e allenatore del Rugby Canoe, squadra della massima serie spagnola, di stanza a Madrid. Canosa si ricorda di quanto quel numero 10 avesse fatto male ai suoi connazionali e gli propone di trasferirsi nella capitale iberica. Non è che ci metta troppo, il buon Kovalenco, a farsi convincere, a settembre arriva. E ben presto comincia ad essere convocato con la Roja. E ci mancherebbe altro. È nettamente il giocatore più talentuoso in campo. Ha una varietà di gioco da lasciare impalliditi e un gioco al piede di livello superiore. Centra i pali due volte, e con il Portogallo che va avanti a folate (Hoffmann per due volte si fa 50 metri di campo), sembra sia solo questione di tempo. Sembra, perché gli spagnoli si tirano la zappa sui piedi: Diego Zarzosa, il tallonatore, cerca di placcare il mediano di mischia portoghese prima che il pallone esca dal raggruppamento. Fuorigioco grande come una casa. Steve Lander, arbitro inglese, fischia il fallo e mostra il cartellino a José Diaz, giocatore sì guardato con legittimo sospetto, ma in questo caso incolpevole. Lander estrae il giallo, ma Diaz, congedandosi, si lascia scappare un paio di epiteti non equivocabili con complimenti. Luci bianche della retromarcia, Lander estrae il rosso.

Sono passati solamente 25 minuti dall’inizio.

E tre minuti dopo Teixeira fuori dai 22 spagnoli finta fuori dagli scarpini i due avversari diretti, buca i placcaggi, scavalca l’estremo spagnolo con un sombrero e schiaccia in mezzo ai pali. Una meta di stordente bellezza e, forse, l’inizio della fine per le speranze della Roja.

Perché un conto è giocare in 14 per dieci minuti, un conto è farlo per un tempo. Di solito una squadra scafata, in caso di rosso sventolato in faccia agli avversari, si siede e attende che passi il cadavere del nemico. Tanto, prima o poi, la fatica di reggere e gli sforzi per tenere botta presentano il conto. I portoghesi però hanno fretta e tentano di chiudere subito i conti, nonostante i tanti errori alla mano.

E Teixeira comincia a perdere colpi con il piede.

Kovalenco, invece, non tradisce. Prima accorcia, poi sorpassa allo scadere.

L’intervallo di solito è un tirar di somme. Si vede quante energie mancano per raschiare il serbatoio, si cerca di pensare a certi errori per non ripeterli mai più. Si cerca, in caso, di cambiare tattica in caso la situazione sia sfuggita di mano, sia in positivo che in negativo. Molto probabilmente, nello spogliatoio spagnolo, ci si appella al primo emendamento ovale: “tolgo la palla al mio avversario e vendo la mia metà campo”.

Ed è quello che fanno nella ripresa. Kovalenco calcia lunghissimo quasi sempre e comunque, i portoghesi ripartono alla mano, li si va a prendere con la rete difensiva il più avanti possibile. È una mossa altamente suicida, perché uno come Mister Canguru ha le gambe e la testa per far veramente male. E neppure le ali portoghesi sono propriamente ferme in volata. Feijoo però ha letto benissimo i difetti dei suoi avversari: se non provoco falli gratuiti loro saranno costretti a ripartire alla mano. E nel primo tempo di errori gratuiti ne hanno commessi parecchi. A questo si aggiunge la miopia tattica portoghese, che potrebbe far valere una mischia pesante e avanzante, ma non lo fa quasi mai.

Mica male, giocarsi un biglietto per la Coppa del Mondo.

Mica male davvero, se te lo devi giocare a Murrayfield. Non capita tutti i giorni.

E allora ci sta che la partita sia tutto, ma proprio tutto, fuorché bella e spettacolare.

Ne viene fuori una battaglia campale a metà campo, con gli spagnoli che rischiano giusto un paio di volte, ma che non si fanno mai prendere dal panico. Lo spettacolo, mai veramente dato per certo, ne risente parecchio, la posta in gioco è troppo alta, la vis pugnandi pure. Capitan Malo sale in cattedra nei raggruppamenti e porta sempre avanti il pallone, a volte pure qualche avversario. L’esempio di un veterano chiamato a giocare in Nuova Zelanda ad inizio anni ’90 lo devi seguire per forza. E con i lusitani che, sorpresi dalla tenacia avversaria, si lasciano andare alla frustrazione. Sembrano loro, quelli in inferiorità numerica. Kovalenco, dalla piazzola, ringrazia. Ne mette due di importanza capitale, perché manda i suoi sopra il break, sbagliando forse il calcio più semplice.

Poi sale in cattedra Alberto Diez, primo centro.

È uno della covata del 75, ha ventitré anni ed è da inizio partita che cerca di placcare qualsiasi cosa gli si pari davanti. Ad eccezione di un tentativo di drop stampatosi sulla traversa, ha fatto sempre e solo da diga in difesa. Diez vede che i suoi sono stanchi e urla “Eje!” al suo mediano di mischia.

È una chiamata codificata, il numero 9 si gira e passa.

Il numero 12, senza pensarci due volte, prova ancora il drop.

Saranno sì e no 45 metri dal punto di caduta ai pali, ce ne vuole di incoscienza.

E pure di coraggio.

Dentro, 21 a 10, mancano cinque minuti alla fine.

I portoghesi, disperati, si gettano in avanti ancora con più veemenza. Sanno benissimo che il loro destino li sta portando ai ripescaggi contro l’Uruguay, squadra nettamente più forte. Ma ci provano. Sbagliano, perdono palloni, imprecano, ma ci provano fino alla fine. Allo scadere Hoffman varca la linea quasi in bandierina, la partita finisce qui. La Spagna si qualifica ad una fase finale della Coppa del Mondo per la prima volta nella sua storia, negli spogliatoi spunta qualche bottiglia di champagne, cantano tutti.

Perché lo sanno che contro la Scozia non si potrà che perdere.

Ma è altrettanto vero che lì, nel bel mezzo del campo di Murrayfield, hanno scritto la loro più bella storia ovale in uno dei più concitati, sgarruppati e lancinanti balli dei debuttanti che il mitico stadio di Edimburgo abbia mai visto. Perché non si sono mai visti così tanti piedi pestati come in quella pista da ballo scozzese.

Ma, in fondo, la prima e unica Coppa del Mondo di una carriera vale molto più di un qualsiasi valzer venuto bene.
O almeno, non si è ancora trovato chi farebbe a cambio.

Cristian Lovisetto – Anonima Piloni

La scorsa puntata della rubrica Anonima Piloni: Quella volta che a Grenoble si aprirono definitivamente le porte del Sei Nazioni.

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