Quella volta che a Grenoble si aprirono definitivamente le porte del Sei Nazioni

La nuova rubrica di Anonima Piloni inizia con la storia di una delle vittorie fondamentali del nostro rugby

Quella volta che a Grenoble si aprirono definitivamente le porte del Sei Nazioni

Quella volta che a Grenoble si aprirono definitivamente le porte del Sei Nazioni

Con il Sei Nazioni 2021 alle porte la nuova rubrica di Onrugby, curata da “Anonima Piloni”, non poteva che partire da lì  dove tutto è cominciato quasi 24 anni fa. La prima vittoria in una gara ufficiale contro la Francia avvenuta a Grenoble il 22 marzo del 1997  e che ha definitivamente aperto le porte del Torneo più antico del mondo alla nostra Nazionale.

“Anonima Piloni”, ovvero Cristian Lovisetto, racconta storie di rugby, viaggi e avventura, di attualità e amarcord. E di vita vera. Con il suo stile inconfondibile che coinvolge il lettore come in un romanzo dalle immagini vivide, Cristian ci farà fare dei viaggi nel tempo raccontandoci episodi, personaggi e momenti che hanno segnato la storia di Ovalia. A partire da questo che ci riguarda da molto vicino.

 

I Giochi del Mediterraneo del 1993, alla voce “rugby”, hanno fin dalla lista iscritti una finale già scritta. Francia e Italia sono nettamente più forti delle altre contendenti, non c’è proprio storia. Poi, casomai, ci si gioca il titolo. Francia favorita in ogni caso, certo, ma poi quella partita bisogna giocarla. E bisogna vedere chi la Federazione Francese decide di far giocare. Si gioca a Perpignan, c’è in palio una medaglia d’oro, a logica va in campo una formazione di alto livello.
Sì, ma quanto di livello?
Bisogna alzarla, l’asticella, les Italiens sono cresciuti. Li guida un figlio del loro movimento, Bertrand “Mitou” Fourcade, che sta raccogliendo i primi frutti del lavoro di un altro transalpino, Pierre Villepreux. Gli azzurri sono tosti, fisici, anche belli da vedere, non si può rischiare troppo contro di loro. Hanno seppellito di mete croati e marocchini, hanno dominato gli spagnoli, giocano bene. E sembra abbiano tenuto qualche dose di energia per il gran finale. La Francia in finale arriva con lo squadra delle feste, trasforma la città catalana in un catino bollente e ci lavora ai fianchi con un gioco duro e cattivo. Ne fa le spese Franco Properzi, pilone destro, che viene espulso già nel primo tempo. I nostri tengono, tamponano, ma nel finale la diga cede. Nel terzo tempo gli azzurri lo promettono, non succederà più. I francesi non avranno più vita facile. Seguono brindisi e festeggiamenti, sembrano parole destinate a perdersi nel vento delle sconfitte onorevoli.
È capitato qualcosa, però, in quei giorni catalani.
Durante un allenamento azzurro, per esempio, a bordo campo si presenta un personaggio quantomeno pittoresco: basso, voce profonda tendente al baritonale, sandali, bermuda, t-shirt, stecchino ciancicato in bocca. Parla un francese grattugiato, con inflessioni a volte tendenti all’iberico. Si sbraccia, si agita. Attira l’attenzione di Giancarlo Dondi, elegantissimo team manager della Nazionale. “Siete una bella squadra, ma con una mischia così non potete tenere l’apertura così profonda, perdete tutto l’abbrivio”. E questo chi è? Sembra un tifoso di quelli sanguigni e fracassoni che vedi in tribuna, ma ne sa troppo per essere un semplice appassionato. Dondi è rapito da quel personaggio, ma si fa lasciare nome e cognome. Georges Coste. Poi chiede a Pierre Villepreux, rimasto in buoni rapporti con i colori azzurri.
Conferma: Coste fa al caso vostro.
Perché il caldo, nell’estate del 1993, batte forte anche negli uffici della nostra Federazione. Si suda, a Roma e dintorni, e non c’è aria condizionata che tenga: Fourcade è al passo d’addio, serve un nuovo commissario tecnico. Si stanno battendo tante piste: ad un certo punto sembra favorito Vittorio Munari, ma non se ne fa nulla. Si cerca di insistere sulla scuola francese, e allora sul taccuino ci sono i nomi di Gajan, Aguirre e Anne. Alla fine, però, Dondi tocca le corde giuste: Coste si siederà sulla panchina azzurra.
Non può essere successa a caso, una cosa del genere.
Non lo può essere, in una Nazionale in cui il capitano al rugby nemmeno pensava. Perché a Massimo Giovanelli la palla ovale l’hanno appioppata più o meno come si fa con una multa.
Meglio: al posto di una multa.
Perché Luigi Pascarelli, poliziotto che sanguina ovale, lo ha convinto a provare a giocare nella sua squadra ad un posto di blocco. Lo aveva fermato mentre scorrazzava a bordo di una moto smarmittata. “Se vieni a giocare non ti ritiro il mezzo”. Ci guadagniamo così un giocatore che non è passato spesso nei nostri cieli: è una terza linea feroce, il primo a dare l’esempio l’ultimo a mollare la presa. I compagni lo seguono come un’ombra, prendono l’esempio di cui sopra e lo mettono in pratica a suon di placcaggi e palloni portati avanti.
Anche perché non è possibile non seguire un personaggio del genere ovunque decida di andare. Si è distrutto una gamba in un incidente stradale, gli avevano detto che forse, nella migliore delle ipotesi, sarebbe tornato a camminare.
Placcherà più forte di prima.
Fourcade si era accorto subito di chi gli fosse capitato davanti, e allora Giovanelli doveva essere il capitano. Coste nemmeno si sogna di cambiare le carte in tavola. Anzi. Più parla col suo capitano, più si rende conto che Massimo, dietro l’aspetto di un lanzichenecco, nasconde spiccate doti di fine psicologo da spogliatoio. Doti che gli torneranno utili più avanti.

Nel frattempo Georges mantiene una delle promesse estive, aiutandoci a battere la Francia in un Monigo che, per festeggiare, lancerà in campo centinaia di cuscini bianchi sotto la pioggia. È una serata leggendaria, maturata grazie ad un fenomenale Diego Dominguez, lasciato partire dagli argentini e rimpianto quando si sono resi conto che di Hugo Porta ce n’era solamente uno.

Ed è una delle prime, grandi gesta di Coste in azzurro, che nel frattempo sta costruendo qualcosa di duraturo. Inizia a lavorare seriamente sulla difesa, chiedendo di far entrare solamente due uomini nei raggruppamenti e di non rischiararsi secondo posizione. E poi decide di testare il gruppo con un tour in Australia. Si parte a fine stagione 1993-94, e c’è subito una sorpresa: Umberto Casellato, numero 9 della Benetton, viene escluso in extremis. Non è un modo di dire, aveva già il biglietto aereo. Il fatto è che Coste si è innamorato sportivamente di un giovanissimo mediano di mischia che ha colpito tutti alla sua prima stagione da titolare a Mirano. Si chiama Alessandro Troncon, debutterà in azzurro contro una selezione chiamata Northern Territory. Squadra ostica, irriducibile e disposta veramente a tutto, pur di battere gli azzurri. Nemmeno questo è un modo di dire, perché le intimidazioni sono veramente tante: Dominguez è placcato sistematicamente in ritardo, le malizie nei raggruppamenti ad un certo punto non si contano nemmeno più. Coste schiuma rabbia, anche perché l’arbitro chiude spesso e volentieri tutti gli occhi possibili. Avvicina Giovanelli, gli dice senza mezzi termini di non fare prigionieri. Detto, fatto. Ne esce una rissa di proporzione “Achei contro Troiani” che se da una parte ci mette contro tutta la stampa australiana, dall’altra riesce a cementare il gruppo. Non va tutto così bene: perdiamo Dominguez e Gardner per infortunio e Properzi per squalifica, ma arriviamo carichi e compatti ai due test contro i Wallabies. Il primo lo buttiamo via noi, con Troncon che perde il pallone del definitivo sorpasso a un nulla dalla linea. Si infortuna seriamente Gabriel Filizzola, costretto a tornare in Italia. Georges lo sostituisce a sorpresa con Ivan Francescato, che sarebbe un incredibile mediano di mischia, ma quei cavalli motore, quella capacità psicomotoria che gli avrebbero regalato fortune su fortune in tutti gli sport che avesse deciso di praticare e quella capacità di placcare basso gli potranno tornare molto utili a ridosso della mediana.

Nel corso dei mesi il ct francese lavorerà ancora sul gruppo, avendo la fortuna di poter pescare da due grandi serbatoi chiamati Milan e Benetton, proponendo grosso modo la mischia meneghina, allenata da Manuel Ferrari sul modello della grande scuola argentina. A loro si aggiungono quelli che sono sostanzialmente due conigli estratti dal cilindro. Il primo si chiama Walter Cristofoletto, professione seconda linea. Età e centimetri non potrebbero permettergli di calcare ancora certi palcoscenici in seconda linea, ma la cattiveria agonistica buttata oltre l’ostacolo sopperisce alla carta d’identità. L’altro si chiama Andrea Sgorlon, soprannominato “Ciro” da Franco Ascantini perché, nei raggruppamenti, aveva la destrezza e le abilità degni scugnizzi partenopei. Con lui e Giovanelli terze ali Coste si può permettere il lusso di schierare Julian Gardner a numero 8, che è australiano e ha già caps con i Wallabies, ma che in base alle regole del tempo può giocare per noi. È un autoblindo, magari non il più grande placcatore di sempre, ma devastante in attacco. La spunta per un’incollatura su Orazio Arancio, difensivamente più consistente, ma sprovvisto di quella cilindrata in campo aperto. L’ultimo tassello da sistemare è quello di estremo, ruolo in cui, dopo l’addio di Gino Troiani, danno il loro meglio Javier Pertile e Massimo Ravazzolo. Il primo più che correre caracolla, ma è tatticamente molto accorto e solido in difesa, mentre il bresciano è una scheggia nei contrattacchi. Coste chiama Pertile, avendo già a disposizione due ali incredibili come Marcello Cuttitta e Paolo Vaccari. Con due ali come Marcello Cuttitta e Vaccari uno così sarebbe perfetto per garantire equilibrio in caso i transalpini facessero il diavolo a quattro, il titolare è lui.

Gli azzurri scalano le gerarchie, si prendono quelle rivincite troppe volte sfiorate negli anni: il 4 gennaio 1997, nel bel mezzo dell’inverno britannico, gli azzurri stroncano l’Irlanda con quattro mete. Due le segna Paolo Vaccari, che è il più in forma di tutti.

Poi è tempo di pensare alla Francia, da affrontare il 22 marzo. Il gruppo rischia di subire una crepa mica da ridere quando Properzi, non avvertito di un imprevisto cambio albergo degli azzurri, raggiunge il raduno di Asti con qualche giorno di ritardo. Chi ha la fortuna di conoscere Kino sa che il ragazzo è buono come il pane, a patto che non gli vada giù la tendina.

E il fatto che tutti siano concordi che un Properzi con i metodi di allenamento odierni sarebbe uno dei due o tre piloni più devastanti al mondo, aiuta a capire che quella tendina è meglio tenerla bella sollevata.
A Chieri è quantomeno sotto terra.
Gli si para davanti Giovanelli.
I due si guardano in cagnesco, si rischia seriamente una lite deleteria per il gruppo e per chi dovrebbe dividere i contendenti.
Poi l’allarme rientra, si torna ad allenarsi.
E si pensa alla Francia, allenata da Pierre Villepreux. Pierre sa benissimo che i suoi quella partita la possono perdere. Vero, hanno deciso di schierare una formazione molto simile a quella che ha conquistato il Cinque Nazioni. Ci sono Merle, detto “l’uomo e mezzo”, Pelous, Miorin, Ibanez, Betsen. Fortissimi. Solo che Villepreux ha capito che giocare con la pancia piena potrebbe essere deleterio.

E poi si gioca a Grenoble, che non è un posto come tutti gli altri, se hai vissuto da entrambi i lati delle Alpi. Ci sono un sacco di friulani, siciliani, pugliesi, arrivati lì dopo la guerra in cerca di un futuro migliore. Loro sanno benissimo cosa significa a volte essere Ritals in Francia. La cosa non sfugge a Coste e Giovanelli, che sono pur sempre due fini pensatori. Decidono di accompagnare il resto della squadra in giro per la città, li fanno parlare con i connazionali. Fanno sentir loro l’orgoglio di una possibile vittoria. La cosa avrà il suo effetto.

Al resto ci pensano i tifosi che arrivano dall’Italia. Vengono da tutto lo stivale, hanno annusato un’occasione a cui è meglio assistere che rimpiangere, fanno colonna al Frejus e, appena parcheggiati, estraggono tavolini, griglie e prosecco.
Sabato Coste è compiaciuto.
Non parla troppo, non gli serve, il suo lavoro l’ha già fatto.
Sa già che quella partita difficilmente sfuggirà di mano, nonostante i francesi siano partiti fortissimo. Vogliono risolverla subito, ma non hanno fatto i conti col nostro vivere i raggruppamenti un pallone grattato alla volta. Ivan riceve un pallone al largo e non gli sembra vero che la seconda linea di difesa sia sguarnita: pianta un cambio di passo devastante e fugge in meta. Sarà l’ultima, grande accelerazione di Ivan in azzurro, costretto ad uscire per un infortunio e costretto, di lì a pochi mesi, a subire il placcaggio più tremendo di tutti, l’ultimo. Piange lui, piangeremo noi. Aveva un grandissimo talento per il tennis. D’altronde, con quelle capacità psico-motorie, avrebbe potuto essere un fenomeno ovunque. Per fortuna poi seguì i fratelli più grandi.

Non è facile, però. Soffriamo in touche, loro mettono sistematicamente Merle nel primo blocco, ce ne ruberanno quattro in 80 minuti. E soffriamo pure in mischia: i francesi schierano come pilone sinistro Marc de Rougemont, un comodino di un metro e 75 centimetri. Properzi, che ce l’ha davanti, è gli dà tredici centimetri e, giocoforza, fatica. L’arbitro non vede l’affossamento del dirimpettaio francese e concede la meta tecnica del pareggio.
Ecco, segnatevi questo momento. Da qui in avanti cercheranno la via della testuggine più volte, ma non si passa più.
Dominguez e Aucagne si scambiano colpi dalla piazzola, poi Julian Gardner sfonda sugli sviluppi di un calcio battuto veloce da Troncon e ci riporta avanti. Placchiamo fortissimo, siamo ovunque, i francesi piano piano si rendono conto che il compitino auspicato non può bastare contro quelle furie.
Non possiamo durare così per ottanta minuti.
Non l’abbiamo mai fatto, pensano.
Nel frattempo a Troncon si riapre il sopracciglio ferito contro il Milan appena una settimana prima. Il colpo, ironia della sorte, gliel’aveva dato Diego Dominguez.
Ad inizio ripresa i francesi mettono un’altra marcia e pareggiano con Bondouy, che prende un angolo clamoroso e schiaccia. Accusiamo il colpo, per qualche secondo barcolliamo. I francesi ci credono, Accoceberry vede Vaccari mal posizionato e gli mette dietro le spalle un calcetto maligno. Un calcetto con allegato, perché gli arrivano sotto Benetton e Saint-André.
Brutti quelli, se ti vengono addosso.

Paolo non riesce a controllare subito quel pallone, schizza da tutte le parti. I due gli sono alle calcagna, pronti a costringerlo quantomeno al tenuto. Il problema per loro è che Vaccari quella palla l’ha presa ed è già oltre, grazie ad un colpo di reni da Sei Giorni di Milano. La passa a Mazzariol, che ha ventidue anni appena fatti e ha dovuto sostituire Ivan. Lo accalappiano, ma la palla è ancora azzurra. Troncon, Dominguez, canale interno per Vaccari (la famigerata giocata Springboks, dal nome delle prime “vittime”). Poi fuori per Bordon e Pertile, placcato alto. Altro cambio di senso, Troncon, Dominguez e Vaccari, che stavolta la Sei Giorni la vuole vincere e brucia tre avversari diretti. I francesi sono fuori posizione, riescono a prenderlo trenta metri dopo. Palla a Marcello Cuttitta, che ricicla per Troncon. Alessandro è nei 22, lo puntano e lo stanno per prendere, ma poi cambia senso e rilascia la palla. In tv il passaggio resta senza destinatario per qualche secondo. Ti aspetti arrivi Vaccari, che si sia rialzato Cuttitta, che Dominguez sia lì a correre indisturbato come quando entrò nella leggenda chiamando la palla ai Pumas. È questione di secondi, dall’inquadratura spunta Croci Giambattista, classe 1965, di Ascoli Piceno. È una seconda linea silenziosa, alta, con una chierica che gli affibbia almeno dieci anni più di quelli che realmente ha. Ci accorgiamo della sua presenza in questo momento, ma lui c’è sempre stato. Insieme a Cristofoletto ha tenuto su una mischia in carenza di chili e ha tolto le castagne dal fuoco nell’alto dei cieli delle touche.

Quella palla la tiene e la schiaccia in meta, torniamo avanti noi. I francesi non se l’aspettano e vanno al tappeto. Dominguez prende due calci e allunga il vantaggio, poi Gardner recupera un calcio di liberazione francese. L’australiano vede il buco e ci si butta dentro, nessun avversario riesce a mettergli i bastoni tra le ruote. Sembra la versione fotogenica dell’Ulisse Trevisin di Marco Paolini: dove passa lui se pol semenare.
Poi serve Vaccari ai cinque metri, imprendibile. Viene giù praticamente tutto, tra italiani di prima, seconda e terza generazione.
Manca poco alla fine, i francesi si riavvicinano con due mete, ma non possono più rientrare.
Sembra quasi la scena finale di Fuga per la vittoria, solo che qui non scappa nessuno. Tutti vogliono rimanere lì, a capire se gli ultimi ottanta minuti fossero stati solo un sogno o se veramente gli azzurri avessero spennato i galletti. Nessuno se ne va da Grenoble: ragazzi di Villorba preparano le griglie nei parcheggi e per la strada, spuntano salumi e vino, soprattutto prosecco.

Solo una persona vorrebbe andarsene da lì. È un personaggio quantomeno pittoresco: basso, voce profonda tendente al baritonale, stecchino ciancicato in bocca. Parla un italo-francese grattugiato, con inflessioni a volte tendenti all’iberico. Si sbraccia, si agita. Vorrebbe tornare alla dogana per salutare quel gendarme che gli aveva detto che il pullman poteva pure tornarsene in Italia, che tanto con la Francia non ci sarebbero state possibilità.
Non lo troverà, sarebbe stato divertente.
Magari gli avrebbe ricordato di come aveva idealmente preso quel gruppo, in quel di Perpignan, nel bel mezzo dell’estate catalana.
O di come certi viaggi, a volte lunghi anni, riescano sempre a fare il giro.
E magari a tornare.
Magari tornano.
Meno scritti di una finale dei Giochi del Mediterraneo.

Cristian Lovisetto – Anonima Piloni

 

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