Intervista alla fuoriclasse inglese Danielle Waterman, tra forte legame con l’Italia e movimento femminile

La ragazza britannica sarà protagonista di una 6 giorni di lavoro a Lignano, attorno a metà agosto

Nolli Waterman

Danielle Waterman a segno nella finale della Rugby World Cup 2014 (Photo by KENZO TRIBOUILLARD / AFP)

Dagli esordi con i Minehead Barbarians – maglia rigorosamente a strisce orizzontali bianche e nere -, a inizio anni 90′ nel Somerset, all’ultima grande recita a Twickenham, con le Barbarians Women – nel giugno del 2019 – contro la sua Inghilterra, Danielle Waterman, una delle più grandi interpreti nella storia dello sport ovale – ‘total package player‘ -, ha lasciato un segno indelebile sul gioco.

Estremo “implaccabile” (una delle parole italiane che padroneggia con fervore), la ragazza classe ’85 nativa del Somerset – la più giovane della storia a debuttare con la maglia della sua selezione nazionale, nel 2003, nonché la donna con più mete nella storia del team (47, Q-U-A-R-A-N-T-A-S-E-T-T-E, in 82 Caps) – ha attraversato tre lustri sulla cresta dell’onda in campo- tra Inghilterra, Bristol e Wasps, archiviando successi straordinari come il titolo mondiale del 2014 in Francia, marcando manco a dirlo una meta nella finale contro il Canada (momento immortalato nella foto in copertina), ed innumerevoli Six Nations, ma soprattutto ispirando innumerevoli giocatrici inglesi e non solo, con la sua classe e la sua consistenza, ai massimi livelli per un periodo così lungo.

‘To inspire by example’, ispirare  ai valori del rugby ed instillare la passione per l’ovale in giovani e meno giovani, donne e uomini, appassionati e non, è il verbo che accompagna la sua traiettoria di vita, anche una volta abbandonato il rettangolo verde, da allenatrice (pur giovanissima ha già un quarto livello) e da commentatrice. Una parabola la sua, che ha incontrato più volte l’Italia. Per amore – il compagno viene dal ‘belpaese’ – e sfortunatamente da formidabile avversaria prima, come coach, e che coach, fortunatamente, poi.

World Police and fire games 2019 – Chengdu

Già. perché nell’estate del 2019, la selezione italiana formata da Pompieri – all’epoca due volte campione del Mondo – attesa dal Mondiale 7s in terra cinese, deve rinunciare al qualificato staff tecnico composto da Andrea Fabbri, Stefano Giop e Jacopo Rubbi, impossibilitati alla lunga trasferta in Asia per motivi di lavoro. Dario Cavaliere, presidente dei Cavaliers, squadra riconosciuta da FIR per l’attività 7s, punto di riferimento per la selezione pompieri, decide di puntare tutto su Nolli – soprannome di Danielle -, ragazza di uno dei giocatori storici, nonché tra i fondatori del team. E dall’entusiasmo con cui ne parla, mai scelta si rivelò più azzeccata.

 

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Over the past few months I have done a lot with my ‘coaching’ hat on which has allowed me to reflect on some of the most influential experiences I have had and the people I have worked with. Going to China and coaching this team (Italian Fire Service 7s) was honestly one of the best things I have done in the game. The players were incredible to work with and coped extremely well with my lack of Italian 🙈, the staff supported me in everything we delivered, I gained so much more confidence in my knowledge of coaching and most of all had A LOT FUN! (Obviously helped by winning the gold 😂)! Don’t ever let being a bit scared of a challenge stop you from saying yes. This was way out of my comfort zone…but it was a game changer! NB for those wondering, the panda hat was originally a silly present from the panda sanctuary, but being in 40degree heat and 90% humidity as someone with fair skin, I needed all the shade I could find 😅🐼 . . #WPFG #Italianrugby #rugby #7s #firefighters #throwback #winnersaregrinners #coaching #challenge #china #chengdu #pandahat

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“Ha preso tutto incredibilmente sul serio, sin dai mesi precedenti al torneo. Una volta accettato l’incarico, si è fatta mandare, analizzandoli scrupolosamente, una grande quantità di video dei giocatori”, ci racconta Cavaliere, che, però, ci svela come siano stati i momenti trascorsi a stretto contatto con la ragazza britannica ad averlo realmente stregato.

“Avrebbe potuto sbatterci in faccia il suo curriculum eccezionale e presentarsi con fare altezzoso. Invece, abbiamo conosciuto una persona di umiltà rara. Una ragazza che si è emozionata per ogni piccola cosa trascorsa assieme. Ci ha trattato come fossimo dei campioni, con rispetto unico. Sul fatto che fosse tecnicamente e tatticamente preparata non nutrivamo particolari perplessità. Ma la cosa che ci ha stupito è stato il suo approccio con il gruppo. Una mattina ha voluto tutti i ragazzi in aula, con carta e penna. Pensavamo tenesse un clinic su movimenti e situazioni in campo. Invece ha chiesto a tutti di scrivere cosa rappresentasse per loro indossare la maglia di quella selezione. E di appuntarsi un’extra-motivazione, da tirare fuori sul campo nel momento in cui fossero finite le energie fisiche, quando ti puoi appellare solo a quelle mentali per tenere botta altri 5′. Poi, tanti piccoli altri dettagli – da cui si evince la grandezza di un professionista -, con cui si è conquistata, in pochissimi giorni, il cuore sportivo dei ragazzi, che hanno vinto il torneo andando oltre i loro limiti”, conclude Cavaliere, che non vede l’ora di rivedere all’opera Nolli – in compagnia di tutto lo staff del team – dal 18 al 23 agosto prossimi, in uno stage della selezione formata dai pompieri in quel di Lignano Sabbiadoro.

In attesa che sbarchi nuovamente in Italia, assieme anche della storica compagna di 7s Heather Fisher, abbiamo raggiunto Nolli Waterman, per parlare dell’esperienza cinese, del movimento femminile a livello globale, del suo futuro e di come vede l’Italia ed il suo rugby dall’esterno.

Nolli, che esperienza è stata, dal tuo punto di vista, quella in Cina, alla guida di un team maschile?

Non lo nascondo. Prima di partire, prima di entrare realmente nel vivo dell’avventura, ero piuttosto nervosa. Perché non avevo mai allenato squadre maschili. Con il senno di poi, però, è stato veramente fantastico. Sin dal primo istante in cui sono entrata in contatto con loro, si sono dimostrati gentili, educati e rispettosi. Mai, manco per un singolo istante, sono emersi problemi legati al fatto che ci fosse una donna alla loro guida. Questa esperienza mi ha dato grande conforto anche in ottica futura, in tal senso. Se lavori bene, non c’è nessun ostacolo per una donna nell’allenare persone dell’altro sesso, e viceversa, non c’è alcuna problematica per i ragazzi nell’essere allenati da una donna.

Insomma, è andato tutto alla grande…

Alla perfezione. Ci siamo divertiti, siamo migliorati – io in panchina e loro in campo – ed abbiamo anche vinto, sconfiggendo la Francia in finale. Potevamo chiedere di più? Peraltro sapevamo che il team francese era fortissimo, potendo contare anche su ragazzi di Castres, ed altri super atleti. Hanno però commesso l’errore di scendere in campo con atteggiamento altezzoso tipico dei transalpini, e noi, con straordinaria intensità, con energia e voglia di sacrificarci davvero l’un per l’altro, abbiamo buttato acqua sul fuoco del loro talento, ribaltando le gerarchie. Ad un certo punto, sembrava che fossimo dappertutto sul campo. Poi, quando le cose vanno per il verso giusto, esalti anche le tue doti tecniche, e siamo riusciti a segnare una delle mete del torneo, con un superbo cross-kick all’ala, eseguito in modo sublime.

I ragazzi erano entusiasti…

Gioia allo stato puro. E poi… hanno scoperto i vantaggi dell’avere una coach “famosa” (sorride, ndr), perché grandi colleghi con cui lavoro in tv, da Brian Habana a Sean Fitzpatrick, passando per Abbie Dow, stella della Nazionale inglese femminile, ci hanno mandato messaggi d’incoraggiamento, e poi di congratulazioni per il successo. I ragazzi si sono emozionati tantissimo, perché effettivamente non capita così spesso di ricevere simili endorsment. Non vedo l’ora di rimettermi al lavoro con loro e con lo staff nelle prossime settimane.

Come è stato lavorare, per certi versi, con il “rugby italiano”?

Un’esperienza preziosa. Quella italiana è una cultura in cui il rugby – rispetto ad altri sport – occupa una posizione meno importante. Non si tratta di una disciplina seguita come il calcio o la formula 1, eppure, tutti coloro che fanno parte della famiglia ovale hanno una passione pazzesca. Molto simile a quella della comunità del mio piccolo paesino Minehead, dove i cuori di tutti i cittadini pulsano per l’ovale.

Da fuori, da ex rivale ed ora da commentatrice, come vedi la Nazionale Italiana?

Ho da sempre grande rispetto per la Nazionale italiana, sin da quando nel 2007 giocammo la prima partita a Roma, nel Sei Nazioni, di fronte ad un pubblico piuttosto striminzito. Non c’era grande attenzione, in tutti i sensi, su di loro, eppure emergeva in modo vigoroso tutta la loro determinazione, la straordinaria caparbietà che caratterizza anche il team odierno, che si trova a lavorare in un contesto in cui le cose, a distanza di tre lustri, sono cambiate in meglio. Negli ultimi anni, ad esempio, il pubblico per le sfide casalinghe è cresciuto esponenzialmente.

Ci sono diverse giocatrici fantastiche. Me ne vengono subito in mente alcune: con Sara Barattin – una delle mie mediane di mischia preferite, che avrei voluto al mio fianco con le Barbarians, ma il discorso non si aprì perché c’era di mezzo una finale scudetto – e Manuela Furlan – mia collega di ruolo, ed attuale capitano – ho battagliato per anni. E poi c’è Beatrice Rigoni, ancora giovane, ma già così forte ed esperta. Peraltro, anche chi non ricorda il suo nome – in giro per il Mondo – la conosce subito. Basta parlare dell’apertura con il caschetto (“the fly-half with the scrum cap”) e subito la mente dell’appassionato elabora la sua immagine.

Ma in generale, la qualità delle prime 20/25 atlete è alta. La grande differenza con il nostro movimento è la diversa profondità. Nell’Inghilterra, se manca una ragazza, benché di grande valore, ce ne sono altre due che scalpitano per prenderne il posto. Se alle Azzurre iniziano a venir meno determinati elementi, diventa complesso tenere botta a certi standard.

Ammesso e non concesso l’Italia si qualifichi per il Mondiale (la selezione azzurra dovrà superare la tagliola delle qualificazioni, probabilmente a dicembre), quale può essere il target più realistico possibile per le Azzurre in Nuova Zelanda?

Quella del 2021 sarà la prima Rugby World Cup con i quarti di finale. Le azzurre degli ultimi anni hanno lo ‘standing’ per raggiungere quello stage della competizione. E’ irrealistico, ad oggi, pensare ad un balzo tra le prime quattro, ma sono certa che possano mettere in difficoltà l’avversario di turno nei quarti, e poi giocarsi alla grande i playoff dal quinto all’ottavo posto, con l’obiettivo di chiudere la graduatoria finale del torneo molto in alto. Perché no, anche al quinto posto. Parliamo di una di quelle squadre che non mi dispiacerebbe allenare, per quantità di talento, nel contesto del Mondiale (sorride, ndr).

Come migliorare la situazione?

Il livello della Serie A, avendo parlato nel corso degli anni con diverse atlete, so che non è ancora sufficientemente alto – ad esclusione delle squadre di assoluta élite – per pensare di produrre la quantità di gente di valore necessaria per competere realmente ai livelli posti in essere dall’arena dei test internazionali, se parliamo di duelli contro le super top Mondiali.

Servirebbero piani strategici per introdurre più ragazze al rugby, tra scuole superiori ed università. Deve crescere in generale il movimento. Questo vale in Italia, ma anche in giro per il Mondo. Non parlo solo del numero e della qualità delle giocatrici. Ma anche di allenatrici e dirigenti. Non stiamo facendo abbastanza, io per prima, per ispirare giovani donne ad entrare nel nostro ambiente, a 360 gradi.

Italia che hai “incontrato” anche a Londra con le tue Wasps…

Lo scorso anno abbiamo avuto diverse ragazze nel gruppone allargato. Ovviamente, poi, l’ascesa di Sofia (Rolfi, ndr) è stata quella che ha colpito maggiormente lo staff: so che vanta una considerazione notevole da parte di Giselle Mather e delle sue collaboratrici. Lei è estremamente talentuosa. La mia opinione è che potrebbe già essere coinvolta con il team nazionale. Ha intelligenza, forza, un ottimo side step, ed è pure una ragazza dolcissima, una che sa come stare in un certo tipo di ambiente. Giocando qua sta imparando moltissimo. Purtroppo il Covid l’ha costretta a tornare in Italia nel corso di un’annata importante, ma dovrebbe tornare anche per la prossima stagione.

Che inizierà quando? Mancano ancora date ufficiali…

La situazione, come in Italia, è piuttosto fluida. Ma è comprensibile, alla luce di quanto è successo, in Inghilterra ma anche, di fatto, in ogni parte del pianeta su cui viviamo. Dovremmo ricominciare ad ottobre. Attorno alla metà del mese. Ma come dicevi non c’è ancora l’ufficialità. E’ anche questione di capire come andrà con la ripresa del torneo maschile, che recupererà, da metà agosto ad inizio settembre, le fasi finali dello scorso campionato. Al termine di questa finestra, si trarranno delle conclusioni più concrete anche per quanto concerne la nostra ripresa.

Che partirà con grandi novità (dieci squadre fisse per 3 anni)…

Trovo sia ottimo il discorso del blocco di promozioni/retrocessioni triennale, per permettere ai team di lavorare senza patemi sul lungo periodo, sviluppando progetti di qualità. Sino alla scorsa stagione c’era una grande divisione tra le prime 6 e le ultime 4, ma ora i nuovi club (Sale ed Exeter su tutti) stanno investendo parecchio e questo potrebbe portare, sin da subito, decisamente più equilibrio. Sono molto curiosa di assistere a questa nuova epoca del nostro campionato.

Come vedi invece l’eliminazione del “Development Path”?

Le squadre di Premiership potranno tesserare solo 40 atlete. Le altre dovranno scendere di categoria, non potranno più restare in seno team – giocando con le squadre Development -, visto che il torneo “di sviluppo” è stato eliminato. Sul breve periodo sono un po’ preoccupata.

Ad oggi, c’è una grande differenza tra il livello della Premiership e quello della Championship. La lega di sviluppo era un gradino sotto la massima divisione, la seconda serie, invece, ad eccezione di un paio di compagini, è almeno ad un paio di scalini di distanza. Sarà oggettivamente molto difficile, per i primissimi anni, aspettarsi ragazze pronte per il grande salto, in uscita dalla Championship. Ad ogni modo, al termine della prima annata agonistica, ci sarà la possibilità – sulla base di quanto visto – di aggiustare il tiro e perfezionare la struttura nel suo complesso.

Un torneo nel quale possiamo sognare di vederti nuovamente in campo con le Vespe (club con cui ha giocato sino al 2019, ndr)?

Sono molto contenta della mia carriera (sospira, con mille emozioni che le modellano lo sguardo, ndr). A 35 anni, con tanti infortuni sulle spalle, negli ultimi mesi non sono riuscita ad allenarmi da atleta di livello internazionale. Non mi nascondo: a me piace essere al top quando scendo in campo, e questo non è più possibile, sia per il fisico che per le nuove attività (allenatrice e commentatrice tv, nonché voce di alcuni podcast di settore, ndr) che sto intraprendendo con la medesima passione riversata sul campo da rugbista. Quindi, la mia carriera di alto livello si è verosimilmente chiusa lo scorso anno.

Quali sono i tre grandi ricordi da giocatrice che porterai sempre con te?

Nel 2010 giocammo il Mondiale in Inghilterra, con la finale allo Stoop. Le neozelandesi attaccarono l’Haka con la consueta carica, ma all’improvviso, tutto il pubblico iniziò ad intonare ‘Swing Low, Sweet Chariot’, e loro rimasero sorprese, quasi sotto shock, per questo colpo di scena inatteso. Purtroppo perdemmo, ma l’incitamento della platea, per tutti gli ’80, fu qualcosa di straordinario. Così, come, forse banalmente, o forse no, fu incredibile marcare una meta nella finale della Coppa del Mondo 2014 in Francia, con la gente che impazzì sugli spalti.

Probabilmente, però, il momento che più ho nel cuore è sempre legato a quella partita di Parigi, durante gli inni. Ero abbracciata a Maggie Alphonsi e Rachel Burford, altre due grandissime della storia della Nazionale. Quando sollevai il capo, osservando il pubblico, la prima persona che vidi fu mia madre, che sfoggiava, guardandomi, uno dei più bei sorrisi che abbia mai visto.

E poi l’esperienza con le Barbarians Women…

La settimana con le Barbarians è stata una delle cose migliori che abbia mai avuto la fortuna di affrontare nella mia carriera ovale. Giocare a Twickenham, contro l’Inghilterra – piena di ragazze con cui avevo disputato mille battaglie – è stato stranissimo, ma  estremamente emozionante. Così come il ricordo di sette giorni indimenticabili, difficili da descrivere a parole, vissuti fianco a fianco con atlete che avevo sfidato, ma che non conoscevo. Lo so, sembrerà assurdo, ma in un lasso di tempo così breve, anche grazie al clima unico all’interno del team, siamo diventate vere amiche. E per me ha pure rappresentato un’ideale chiusura di un cerchio, dalle Minehead Barbarians, da piccolissima, alla chiusura in grande stile, di fronte a migliaia di spettatori. L’ultima partita di alto livello della mia vita.

Possono rappresentare un potente volano per alzare l’attenzione sul rugby femminile?

Reputo fantastico il fatto che sia stata creata la sezione femminile. Può rappresentare un traguardo per le atlete, ed un’opportunità importante di crescita per il movimento. Ed è pure una grande occasione che viene a crearsi per le squadre di alto livello, che hanno un potenziale avversario in più per allestire incontri invitanti.

Cosa serve per crescere ulteriormente?

Abbiamo bisogno di creare una legacy molto più forte di quella attuale. Dobbiamo proporre un prodotto eccellente per i grandi eventi, come la Coppa del Mondo, le Olimpiadi con il 7s o il Sei Nazioni, con copertura televisiva o streaming di ottima qualità, con stadi pieni (l’atmosfera è decisiva), commentatori che sappiano portarti dentro l’evento, gente in grado di narrare le storie che si celano dietro alle grandi donne che calcano i campi del livello internazionale ed un lavoro di marketing aggressivo e di qualità attorno ai game-day delle sfide principali.

Ma tutto questo non basta. Ci deve necessariamente essere una copertura mediatica anche sui campionati nazionali. Le ragazze devono essere viste, conosciute, osservate sul campo durante tutto l’anno, per poter generare un circolo virtuoso, mantenendo alto l’interesse per l’ovale femminile sui 12 mesi, ed ispirando costantemente nuove potenziali leve. E bisogna necessariamente armonizzare il calendario, evitando di sovrapporre i main event femminili con quelli maschili. Altrimenti si costringerà l’appassionato ovale a compiere delle scelte, perdendo così dei potenziali appassionati per strada.

Nel corso dell’ultimo lustro, le cose sono già migliorate parecchio. Se penso che nel 2014 – quando tutte le squadre del Mondiale erano ancora amateur -, le Minehead Barbarians, la mia squadra della gioventù, raccolsero dei soldi per comprarmi gli scarpini che usai in finale, direi che le cose sono evolute notevolmente.

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