La storia unica di Makazole Mapimpi, campione del mondo

Cresciuto molto lontano dal rugby che conta, a 27 anni non aveva mai avuto un contratto professionistico. È diventato titolare e protagonista negli Springboks

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Makazole Mapimpi (ph. Reuters)

Ne ha fatta di strada, Makazole Mapimpi. A piedi, da ragazzino, doveva camminare per 10km ogni giorno per raggiungere la sua scuola, come ha raccontato l’assistant coach degli Springboks Mzwandile Stick di recente. Da grande Mapimpi poi ha cominciato a correre, ogni anno sempre più forte, più sicuro e consapevole dei propri mezzi su quella fascia sinistra del campo che conosce così bene.

L’ultimo scatto è stato anche il più bello, con la meta segnata nella finale della Rugby World Cup 2019 per il Sudafrica che ha spaccato il match contro l’Inghilterra. L’accelerazione definitiva in una carriera molto particolare, esplosa nel giro di due anni (letteralmente) e che ha portato Mapimpi a toccarne l’ apice nelle ultime settimane trascorse in Giappone, da sorprendente protagonista della squadra campione del mondo.

Crescere a Eastern Cape

Tutte le dichiarazioni di giocatori e allenatori sudafricani, dopo la vittoria del Mondiale, hanno ruotatol attorno a un concetto comune: il successo potrà essere importante per compattare una nazione afflitta da troppi problemi e tante criticità. Nella provincia del Capo Orientale (colpita fra l’altro da un periodo di devastante siccità proprio nelle scorse settimane), di cui è originario Mapimpi, la criminalità è a livelli talmente elevati  da far dichiarare a un politico della regione, lo scorso settembre, che “stiamo perdendo i nostri valori morali e umani. Non c’è più rispetto per la vita altrui, le persone commettono crimini brutali e senza senso. E i criminali chiaramente non hanno più paura di essere arrestati”.

In un contesto non molto diverso è cresciuto Makazole Mapimpi, più precisamente nella comunità rurale di Tsholomnqa, lontano dalle scuole private in cui emergono quasi tutti i migliori rugbisti del Paese. Mapimpi, classe 1990, non è mai stato un privilegiato, né ha mai avuto un percorso chiaro da poter seguire durante e dopo la sua adolescenza. Per dire: anche Siya Kolisi è cresciuto in una famiglia poverissima, ma ha avuto la possibilità di entrare a far parte di un college piuttosto prestigioso a Port Elizabeth, che gli ha aperto la strada verso l’alto livello. Mapimpi, come vedremo, ha dovuto faticare molto di più.

Ma soprattutto, all’inizio della sua carriera, Mapimpi di fatto non aveva una famiglia. In successione, ha perso la madre (Eunice) per un’incidente automobilistico, la sorella (Zukiswa) per una malattia al cervello e il fratello (Zolani) per le complicazioni legate alla perdita di una gamba, dopo essere rimasto fulminato mentre cercava di rubare dell’elettricità.

In una recente intervista rilasciata al sito sudafricano New Frame, Mapimpi ha detto che se la madre e la sorella fossero state vive, lui non sarebbe stato in Giappone. “Erano contrarie al fatto che giocassi a rugby, perché pensavano che non avrei potuto guadagnarci nulla. Avrebbero insistito nel farmi studiare o nel farmi trovare un altro lavoro”.

“Ovviamente non sto dicendo che sia un bene che non ci siano più. Ma la loro assenza mi ha rafforzato e indurito, e mi ha fatto pensare che la mia presenza qui (alla Coppa del Mondo, ndr) sia un segnale del piano di Dio”. Il segno di questi lutti, per Mapimpi, si presenta in modo differente: quando guarda i suoi compagni di squadra e i suoi avversari, lui “avverte il dolore” di non avere il sostegno di nessun familiare stretto.

Coincidenze

La sua prima esperienza a un certo livello arriva solo nel 2014 con i Border Bulldogs in Vodacom Cup, torneo che si gioca in contemporanea al Super Rugby. I Border Bulldogs sono una squadra di East London che, in quei mesi, stavano affrontando il fallimento della loro squadra professionistica. La decisione dell’allora dirigenza è di ripartire dal basso, chiamando alcuni giocatori amatoriali per contenere il più possibile i costi.

Uno di questi è  proprio Mapimpi, che fino a quel momento era solo un giocatore molto apprezzato nei dintorni di Tsholomnqa, un’area in cui difficilmente gli osservatori delle squadre più prestigiose della provincia portano avanti attività di scouting. Per questa serie di coincidenze, però, Mapimpi entra a far parte dei Bulldogs e inizia a sua insaputa una lenta ascesa nella piramide del rugby sudafricano.

Nelle prime sette partite in Vodacom Cup segna tre mete. In quello stesso anno, i Border Bulldogs lo fanno esordire anche nella seconda divisione della Currie Cup, la principale competizione nazionale in Sudafrica. In quel momento, ha raccontato Mapimpi pochi mesi fa, quell’esperienza gli era sembrata il punto più alto che la sua carriera potesse raggiungere.

Come sappiamo, il Mapimpi del 2014 e del 2015 si sbaglia di grosso. L’ala resta fino al 2016 con i Borders, districandosi fra la seconda divisione della Currie Cup e tornei principali, fino al secondo momento che segnerà una vera svolta nella sua vita.

La svolta

I Kings, la franchigia di Port Elizabeth, lo ingaggiano per il Super Rugby 2017 e gli offrono il primo contratto da professionista. Mapimpi ha 27 anni, fino a poco tempo prima faceva fatica a esprimersi in inglese ma ha finalmente l’occasione per realizzarsi pienamente come giocatore di rugby. Come giocatore è un diamante grezzo: le qualità fisiche e atletiche di Mapimpi, falcata da quattrocentista e baricentro basso, del resto non sono in discussione.

“Nelle zone rurali, se calci un pallone l’allenatore ti fa uscire dal campo – ha detto di recente Stick, parlando dell’evoluzione dell’ala – Non ti è permesso calciare. Devi solo correre e ricevere il pallone, questo è tutto”. Per limare i difetti però ci sarà tempo, perché ai Kings, squadra di bassa classifica e con ambizioni ridotte, va bene così. Il piano di gioco d’altronde è disegnato per esaltare le doti da corridore puro di Mapimpi, che gioca 14 partite sempre da titolare e segna 11 mete alla sua prima stagione nel torneo più importante dell’emisfero Sud.

Nel frattempo, i Kings vengono esclusi dal Super Rugby insieme ai Cheetahs e vengono inglobati nel Pro14. Mapimpi, che già ad aprile 2017 sapeva di trasferirsi proprio ai Cheetahs fino a fine 2018, si ritrova dunque a giocare per la franchigia di Bloemfontein in un altro torneo, ben diverso per caratteristiche e avversari. Nemmeno i Cheetahs hanno un piano di gioco piuttosto raffinato, per cui Mapimpi può continuare a esaltarsi e a devastare le difese avversarie non appena ha un po’ di spazio davanti a sé: segna 10 mete in 13 partite, ma gioca fino a gennaio. A novembre Mapimpi riceve la chiamata degli Sharks e da febbraio torna nel Super Rugby, per salire un altro gradino.

Un’ala mondiale

Le magagne tattiche e difensive di Mapimpi sono dei nodi che arrivano al pettine nel momento in cui si trasferisce a Durban. “Non è mai stato inserito in un contesto dove bisognava affinare il gioco al piede, le abilità nel gioco aereo e cose del genere” – ha detto sempre Stick, che lo aveva allenato già ai Kings.

Per scrollarsi di dosso l’etichetta di grande attaccante, ma abile solo a correre, scartare avversari e segnare mete, all’alba dei 28 anni Mapimpi deve iniziare a lavorare su aspetti che fino a quel momento erano rimasti marginali nel suo gioco. “Quando sono passato agli Sharks, ho dovuto lavorare duro per migliorare il mio gioco aereo e la mia difesa. Mi sentivo affaticato – ha detto in un’intervista a giugno – Non sentivo di essere al massimo della mia forma”.

In totale gioca 10 partite, di cui 7 da titolare, segnando quattro mete. Lui in seguito si dichiarerà sorpreso, ma verrà invitato dal nuovo CT Rassie Erasmus per il raduno degli Springboks in preparazione dei Test Match di giugno. Per Erasmus e il suo staff tecnico è una scommessa, ma anche un modo per valutare un giocatore del tutto nuovo per loro e potenzialmente interessante. “Quando lo abbiamo invitato nel camp, lo scorso anno, sapevamo con cosa dovevamo confrontarci – ha detto Stick – Volevamo solo garantirgli il miglior sostegno possibile per migliorare il suo gioco”.

Nella bizzarra partita giocata a Washington contro il Galles, Mapimpi fa il suo esordio con gli Springboks e lo bagna con una meta. Nel Rugby Championship seguente gioca tre partite, segnando altrettante mete. Ormai l’ascesa è costante: il giocatore dimostra di essere una spugna nell’apprendimento e anche una straordinaria attitudine nel voler migliorare in ogni dettaglio il proprio bagaglio tecnico.

“Guardo un sacco di partite in tante competizioni – diceva a giugno – Guardo i piccoli dettagli che rendono dei giocatori diversi e di successo. E poi cerco di trasferirli nel mio gioco. Per esempio, ho visto delle cose che mi sono piaciute in una partita di Varsity Cup (il campionato universitario, ndr) a inizio anno. È il modo in cui cerco di diventare più forte e anche un attaccante più completo”.

“Anche guardare i tuoi compagni di squadra è un buon modo per imparare e raggiungere un livello più alto. Ho ammirato S’bu Nkosi conquistare dei palloni nel gioco aereo in partite importanti. Noto come si muove e cosa fa quando è in aria”. Gli tornerà utile, come abbiamo visto in Giappone.

In estate torna a essere convocato per la nazionale sudafricana nei raduni allargati per la Rugby World Cup 2019, ma probabilmente anche lui è consapevole di venire dopo Aphiwe Dyantyi, giocatore rivelazione del 2018, nelle gerarchie di Rassie Erasmus. A luglio, però, ecco l’ideale sliding door: Dyantyi viene trovato positivo a un controllo antidoping e viene escluso dal gruppo, consegnando di fatto la maglia numero 11 titolare a Mapimpi.

A settembre, la Rugby World Cup inizia con il piede sbagliato per tutto il Sudafrica, ma in particolare per lui che fatica a contenere Sevu Reece nella sfida contro gli All Blacks. La prestazione sembrerebbe confermare che in una squadra solida, quadrata e brutale il punto debole possa essere proprio lui e la sua fase difensiva precaria, salvo poi accorgersi che i pregiudizi di un tempo sono ormai spariti.

Dai quarti di finale in poi, Mapimpi sbaglia appena tre placcaggi, per esempio. In finale è chirurgico e, soprattutto, è un tormento per l’Inghilterra sui palloni alti: vince ben due battaglie aeree contro uno spaesato Elliot Daly e, non appena ne ha le possibilità, rompe la difesa e segna la prima delle due mete degli Springboks. In totale, nel torneo, sono state sei in sei partite. La prestazione della finale, guardando da lontano, è il grande insegnamento che si può trarre dalla carriera di Mapimpi: c’è sempre tempo per diventare non solo un giocatore professionista, ma anche per diventare maturo e completo tecnicamente. Anche quando sembra troppo tardi.

Per cosa gioca Mapimpi

Quando si è presentato davanti ai giornalisti nella zona mista dell’International Stadium di Yokohama, Mapimpi ha fatto fatica a contenere le lacrime. “Ho visto un sacco di cose che non mi piacciono”, in riferimento al contesto in cui è cresciuto. “Cose che ci toccano. E che combattiamo per respingere”.

Mapimpi è a tutti gli effetti una sorta di eroe per la sua comunità. Partendo dal nulla, con immenso ritardo rispetto a tutti i suoi compagni di squadra, è arrivato dove chiunque sognerebbe di essere. “Non ci sono leghe professionistiche in quelle zone rurali. Quando uno dei miei amici mi diceva «tu ce la puoi fare», rispondevo che «non viene nessuno a vedermi, siamo troppo lontani dal sistema»”.

“Quando i Kings mi hanno chiamato per giocare con loro, allora ho cominciato a credere che un giorno avrei potuto farcela”. Ma quando Mapimpi dice che avrebbe potuto farcela, in realtà non pensa alle mete, alle vittorie o ai suoi sogni personali. È per la sua intera comunità che Mapimpi ha affrontato questo lungo e tortuoso viaggio. “Non gioco per me stesso. Gioco per tutti quelli del Capo Orientale”.

“Altri ragazzi come Lukhanyo Am, che pure sono cresciuti lì, sanno di cosa parlo. Ora che siamo arrivati fin qui, sentiamo la responsabilità di ripagare queste persone che ci hanno sostenuto e di dimostrare cosa si può ottenere se non ci si arrende”. Un Mondiale, per esempio.

Daniele Pansardi

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