Fine di un’era: l’Irlanda di Schmidt al capolinea

Si chiude nel modo peggiore un’epoca di fasti per la nazionale in verde, tra giusti ringraziamenti e una bella fetta di incertezza

ph. REUTERS/Issei Kato

“Vorrei cogliere questa opportunità per congratularmi a nome mio e degli All Blacks con due uomini fra i nostri avversari, Rory Best e Joe Schmidt. Entrambi hanno avuto magnifiche carriere nei loro rispettivi ruoli per l’Irlanda. Nel loro tempo, hanno fatto la differenza. Entrambe stanno per lasciare e quindi vorrei dar loro un pubblico riconoscimento per quello che hanno fatto.”

La classe di Steve Hansen, anche nel comodo abito della vittoria, è cosa rara e di impatto. E’ un momento di grande rispetto che dimostra che gli All Blacks ricordano, e riconoscono il merito di chi ha saputo batterli, di chi ha saputo essere avversario degno e di pari livello. E’ una ulteriore stelletta da appuntare sul petto per coach e capitano, entrambi al passo d’addio con la nazionale irlandese.

Un’Irlanda che sotto Joe Schmidt ha esplorato territori fino a questo momento raggiunti ben poche volte: 55 vittorie e 20 sconfitte dal 2013 a oggi, tre Sei Nazioni vinti negli ultimi sei anni, 12 vittorie consecutive tra il marzo 2017 e il marzo 2018, una serie vinta in Australia contro i Wallabies e soprattutto i due storici successi contro gli All Blacks nel 2016 e nel 2018.

Un’Irlanda che con l’ex tecnico del Leinster sperava di scardinare finalmente quella porta che la tiene chiusa fuori da sempre da una semifinale mondiale, e che per due volte non ci è riuscita, uscendo con le ossa rotte ai quarti di finale.

“Ci sarebbe piaciuto riuscire ad arrivare fra le prime quattro – ha detto uno sconsolato Schmidt dopo la partita – Questa è la cosa che continua a eluderci. Affranto è una definizione non lontana da come mi sento e da come si sentono i giocatori. Dopo i test di novembre [2018] volevamo assicurarci che il nostro obiettivo fosse questo e forse questa cosa ci ha consumato troppo.”

“Uno si porta dietro più le ferite dei successi, e le ferite sono profonde in questo caso, ecco perché sono così a pezzi. Ma quando sarà passato del tempo e ci rifletterò, vedremo che abbiamo giocato una cosa come 75 partite e ne abbiamo vinte il 75%. Abbiamo avuto giorni incredibilmente belli e non saranno spazzati via da due sconfitte.”

Sembravano pensarla così anche i tanti tifosi irlandesi che sugli spalti a Tokyo, mentre Schmidt scendeva le scale per raggiungere il campo da gioco, si sporgevano per dargli la mano e ringraziarlo del lavoro svolto, nonostante la delusione di una notte terribile: l’Irlanda non aveva mai subito uno scarto così grande in una partita di World Cup, né così tanti punti.

Contro gli All Blacks, nella partita più difficile e più importante, che una nazione intera attendeva da quattro anni, l’Irlanda non ha solo perso l’incontrol’Irlanda non ha solo perso l’incontro, ma ha fallito su tutta la linea. Se è pur vero che probabilmente la squadra in verde ha raggiunto l’apice con un anno di anticipo e non è riuscita a mantenere quella forma, è altrettanto vero che nella serata del Tokyo Stadium ha totalmente deluso, giocando la peggior partita dallo scorso quarto di finale mondiale contro l’Argentina. Una squadra che da anni basa il proprio approccio su estrema disciplina nei suoi ranghi e su una esecuzione che minimizza gli errori è stata indisciplinata e non è stata capace di eseguire i più semplici fondamentali. L’avversario, certo, era di livello siderale, ma l’Irlanda si è sciolta come la cera dinnanzi a una fiamma.

L’immagine del naufragio è stata rappresentata da un Johnny Sexton irriconoscibile, sia per scelte che per esecuzioni, finito con il collezionare errori costosi per la sua squadra. Chi raffigura invece la crisi di medio periodo dell’Irlanda, involuta per tutto il 2019, è CJ Stander. Il terza linea sudafricano trapiantato a Limerick era l’immagine del vigore della nazionale di Schmidt: un vero e proprio schiacciasassi capace di macinare qualsiasi avversario grazie al suo strapotere fisico. Una caratteristica praticamente scomparsa quest’anno, tanto che nonostante i 18 placcaggi e le 16 cariche palla in mano (dati ufficiali RWC) è risultato praticamente incolore.

Quella a cui abbiamo assistito è stata la fine di un’era per il rugby irlandese. Insieme a Joe Schmidt lascia la nazionale anche Greg Feek, allenatore della mischia capace di dare una seconda giovinezza a Cian Healy e Rory Best, e di completare la maturazione di Tadhg Furlong in uno dei più forti piloni destri del mondo.

Una generazione di giocatori cederà più o meno rapidamente il passo, ma il futuro dell’Irlanda che sarà di Andy Farrell è ancora piuttosto oscuro. La salita al seggio di Schmidt dell’inglese sembra volta a dare soprattutto una continuità a una gestione che, come abbiamo elencato all’inizio, tanto bene ha fatto negli ultimi anni. Il ricambio generazionale sarà quindi probabilmente graduale, ma di sicuro potrà ripartire dai giovani lanciati da Schmidt come Andrew Porter, James Ryan, Garry Ringrose, Jacob Stockdale, Joey Carbery, Jordan Larmour.

Già, Jordan Larmour, forse il miglior irlandese di questa Rugby World Cup. Forse alla fine l’errore fatale di Joe Schmidt è stato quello di voler affondare con la ciurma dei suoi pretoriani, concedendo poco a chi ha dimostrato di volta in volta di essere più in forma.

Lorenzo Calamai

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