Come ha fatto il Giappone?

I nipponici hanno compiuto un’impresa straordinaria, vincendo il proprio girone e proponendo uno stile di gioco quasi unico al mondo

rugby world cup 2019 giappone

ph. Reuters

Rovesciare le gerarchie nel rugby internazionale è da sempre molto complicato, se non quasi impossibile. Succede molto raramente sulla singola partita, figurarsi in una fase a gironi di un torneo come la Rugby World Cup. Partendo da qui, possiamo subito comprendere la portata della straordinaria impresa compiuta finora dal Giappone nel suo Mondiale.

I nipponici non hanno solamente conquistato la qualificazione ai quarti di finale, ma sono andati oltre: hanno vinto tutte e quattro le partite e hanno ottenuto 19 punti sui 20 disponibili, come il Galles e come avrebbero fatto Nuova Zelanda e Inghilterra se le rispettive sfide non fossero state cancellate. Solo otto anni fa, nella fase a gironi della Rugby World Cup 2011 il Giappone prendeva ancora 83 punti dagli All Blacks, non si avvicinava nemmeno lontanamente alla Francia, restava a debita distanza da Tonga e pareggiava contro il Canada.

Il Giappone si è comportato da grande squadra, perché ha soprattutto un sistema di gioco che gli permette di pensare come tale. Jamie Joseph ha continuato a lavorare sulle basi fondanti del rugby nipponico, fatto di agilità, skills molto sviluppate e ritmi altissimi, inserendo nel frattempo nuovi giocatori ideali per l’integrazione e lo sviluppo di questo sistema. Da un lustro circa, non a caso, il rugby totale giapponese è una delle migliori espressioni della palla ovale moderna e un po’ tutte le grandi squadre, a turno, lo hanno provato almeno in parte sulla propria pelle.

Nel 2015, contro una Scozia comunque più forte, il calendario non fu clemente: la partita contro gli Highlanders arrivò solo quattro giorni dopo il miracolo di Brighton contro il Sudafrica e i nipponici furono sconfitti 45-10. Già quattro anni fa però i Brave Blossoms di Eddie Jones erano una creatura ben definita, con pregi e difetti molto chiari e uno stile di gioco quasi unico nel suo genere. E mentre il rugby cambiava e si evolveva nel corso dell’ultimo ciclo mondiale, il Giappone aveva già tracciato da tempo la propria strada: gli è bastato seguirla fino in fondo, senza troppi compromessi, per farsi trovare pronto come non mai al suo più grande appuntamento di sempre. E non poteva essere più puntuale di così.

Il percorso del Giappone

Il percorso d’avvicinamento del Giappone a questa Rugby World Cup 2019 è stato scientifico per programmazione, dentro e fuori dal campo. I giocatori del XV titolare in campo contro la Scozia, per esempio, hanno giocato in media 91 minuti nell’ultimo Super Rugby con la maglia dei Sunwolves, ovvero poco più di una partita sulle 14 previste nella regular season.

Per farvi un’idea: i titolari dell’Argentina nella sfida decisiva contro la Francia, impegnati anche nel Super Rugby 2019, hanno giocato in media 870 minuti nel massimo torneo dell’emisfero Sud. A livello fisico e di freschezza atletica, prima ancora che di strategie e tattiche, la differenza tra le due squadre è stata davvero enorme.

La franchigia con base a Tokyo si è affidata a un importante numero di stranieri per disputare il torneo, lasciando a riposo per gran parte o per la totalità del torneo tutti i migliori giocatori della nazionale: Michael Leitch, il capitano, per esempio non è mai sceso in campo nel Super Rugby, così come Will Tupou, Lomano Lemeki, Kenki Fukuoka, Kazuki Himeno, Keita Inagaki e Yakuta Nagare.

I titolari della nazionale sono stati impiegati in alcuni Test Match con la selezione dei Wolf Pack, una sorta di nazionale allargata che ha giocato tra gli altri contro Melbourne Rebels e Western Force nel corso della primavera, per far mettere minuti nelle gambe a tutti in vista dell’estate.

Nel frattempo, la politica delle naturalizzazioni è proseguita con grande attenzione. Nel 2015 erano dieci i giocatori a essere diventati eleggibili attraverso i tre anni di residenza, mentre nella lista dei 31 convocati da Joseph per il torneo in corso sono saliti a quindici (in entrambe le liste è compreso anche Michael Leitch, in Giappone da quando aveva 15 anni e nel frattempo diventato cittadino nipponico nel 2013).

Un numero che avrebbe potuto essere ancora più alto, visto che nel corso dell’estate un paio di giocatori sono stati dichiarati ineleggibili per la Federazione giapponese, mentre un altro si è infortunato. L’unico a superare indenne tutti questi step è stato Peter ‘Lappies’ Labuschagne, 30enne sudafricano che nella fase a gironi ha giocato tutti i 320 minuti delle quattro partite.

Il più grande ‘acquisto’ della nazionale/franchigia giapponese di questo ciclo mondiale, in ogni caso, è stato sulla trequarti e non nei back five, dove gli stranieri abbondano nel Giappone. Timothy Lafaele, samoano classe 1991, è stato una spina nel fianco per tutte le difese incontrate finora con la sua tecnica sopraffina nel trattare l’ovale, come dimostrato dai suoi offload che hanno liberato i compagni per le mete (l’ultimo per Inagaki, proprio contro la Scozia).

Per ora è stato senz’altro uno dei migliori giocatori di questo Mondiale, oltre che uno dei più spettacolari da vedere in campo. Per il suo stile e per come riesce a rendere fluido ogni pallone che tocca, non poteva esserci forse un giocatore con delle caratteristiche così adatte a questa squadra. A perfect fit, direbbero gli anglosassoni.

Il coronamento di un sogno

Dopo una preparazione lunga di fatto nove mesi e unica rispetto a tutte le altre squadre, il Giappone aveva iniziato timidamente contro la Russia, pur vincendo con cinque punti, sollevando qualche dubbio sul futuro a breve termine nel girone. Evidentemente sarà stata solo l’emozione dell’esordio, perché da quel momento i Brave Blossoms hanno cominciato a giocare come tutti nel Paese sognavano di vedere. E come il Giappone del resto aveva abituato i suoi tifosi.

Da nazione ospitante qual è, il Giappone poi ha potuto avere tutti i benefici del caso dal calendario, con quattro partite collocate solo nei weekend e con sei o sette giorni di riposo tra l’una e l’altra. Tutti questi piccoli vantaggi sono stati sfruttati al meglio dagli uomini di Jamie Joseph, che ha scioccato ancora il mondo contro l’Irlanda, battuto senza troppi problemi Samoa e poi ha sfoderato un’altra prestazione di livello stellare contro la Scozia, l’apoteosi del lavoro fatto in queste settimane.

Nessuna squadra definita come Tier 2 ha forse imposto un tale dominio sulla partita contro una nazione Tier 1 come ha fatto il Giappone nel primo tempo della sfida di domenica. Dopo la meta iniziale di Russell, gli scozzesi non sono mai usciti dalla propria metà campo e sono letteralmente deragliati in difesa di fronte alla fase offensiva dai ritmi folli del Giappone.

Jamie Joseph ha dotato la sua squadra di strutture di gioco molto solide e precise, in cui tutti conoscono il proprio ruolo e la funzione (più che la posizione) da svolgere in campo, assegnata in base alle rispettive qualità individuali. Questa grande consapevolezza dei ruoli permette ai nipponici di non perdere mai la propria organizzazione in campo, con gli avanti sempre pronti a darsi sostegno a vicenda e almeno una delle terze linee sui canali laterali per non perdere ampiezza.

In mezzo, a fare la guerra con un’intensità feroce, il Giappone cerca di non utilizzare mai più uomini di quanti ne servano effettivamente per pulire un punto d’incontro (quasi mai più di due), e i mediani Nagare e Tamura hanno sempre un ampio ventaglio di scelte e di set di giocate predefinite da innescare. Per esempio, il Giappone si esalta quando può sovraccaricare un lato del campo e giocarvi nello stretto, attaccando a tutta velocità uno stesso canale con più uomini: da due situazioni del genere, dopo dei multi fase portati avanti con l’obiettivo di manipolare la difesa, sono nate due mete nel primo tempo contro la Scozia.

Quando poi alle ali ci sono due funamboli come Kenki Fukuoka e Kotaro Matsushima rifinire e finalizzare delle azioni diventa molto più facile. Fukuoka, in particolare, ha fatto ammattire la difesa scozzese con le sue strabilianti accelerazioni nello stretto, meritando il premio di Man of the Match per tutti i danni che è riuscito a provocare non appena veniva messo in moto dai suoi compagni.

Qualche altra menzione speciale va poi all’impatto di Isileli Nakajima dalla panchina nel secondo tempo, alla tecnica e alle letture di gioco in attacco di Shota Horie (anche lui tra i migliori della Rugby World Cup finora), all’essenzialità e alla completezza del primo centro Ryoto Nakamura, un po’ oscurato dagli altri. E a Michael Leitch, che soprattutto nella ripresa – quando gli scozzesi avevano preso più controllo del campo – si è distinto in difesa con alcune  brillanti interpretazioni del gioco e dei placcaggi risolutivi in momenti chiave.

Nella passione e nella cattiveria agonistica mostrate dal Giappone, c’era anche la volontà di regalare un piccolo momento di sollievo a una popolazione colpita nel profondo dal tifone Hagibis, che al suo passaggio ha lasciato almeno 35 morti e un’altra decina di dispersi, oltre che tanti danni nelle città più interessate. “Prima del match, con la squadra, sapevamo che questa partita non riguardava solo noi e che tante persone avevano fatto il possibile contro il tifone per far sì che questa gara si giocasse” – ha detto Leitch nel post partita.

“Quando ci siamo svegliati questa mattina (domenica mattina, ndr) nove persone erano morte e dodici erano disperse – ha detto Jamie Joseph – Ne abbiamo parlato da squadra. A volte questo genere di cose possono essere travolgenti, e penso che abbiano contribuito”.

Se emotivamente il Giappone voleva dimostrare di essere vicino alla propria nazione, allora ci è sicuramente riuscito. Chissà se questa spinta potrà essere cavalcata dai nipponici fino alla prossima settimana, quando sfideranno il Sudafrica nel quarto di finale del torneo. Ma a prescindere da come andrà, il Giappone può dire di aver già vinto.

Daniele Pansardi

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