80° minuto: l’analisi tattica di Italia-Sudafrica

Numeri, percentuali e situazioni di gioco della sfida disputata dagli azzurri contro gli Springboks allo Shizuoka Stadium

Ph. Sebastiano Pessina

Sono passati cinque giorni ormai da venerdì mattina, quando allo Shizuoka Stadium Italia e Sudafrica si sono affrontante per la terza partita dell’avventura azzurra al mondiale Giapponese. Questa finestra temporale permette il distacco sufficiente per poter fare un’analisi tattica di quanto successo nella partita dopo il tanto di inchiostro digitale e non che è stato speso a caldo.
Prima però è necessario un piccolo distinguo: quest’analisi si riferisce soltanto ai primi 43 minuti, ossia fino al fallo fischiato appena prima dello spear-tackle che è costato il rosso a Lovotti. Questa scelta è stata fatta, non tanto per il gesto in sé, ma per il semplice fatto che, dopo la superiorità numerica, ogni velleità strategica italiana si sia fatta meno delineabile e pianificata.

Fin dall’inizio la partita infatti si è mossa su binari precisi e preventivabili: il Sudafrica ha imposto il classico gioco multifase martellante in mezzo al campo (84% degli attacchi degli Springboks sono avvenuti dei 30 metri centrali del terreno di gioco) dimostrando anche una condizione fisico-atletica difficilmente arginabile, mentre l’Italia ha provato a costruire un gioco alternativo, fatto di spostamenti di palla a cercare corridoi esterni (.72 attacchi per ogni passaggio, 49.8% dei possessi passati) e dell’uso minimo dello scontro frontale. Non esattamente in nostro pane quotidiano. Il principale problema che hanno dovuto affrontare gli Azzurri ad inizio gara è stato quello di limitare lo strapotere fisico degli avversari. La nazionale Sudafricana, infatti, ha mostrato un’efficacia incredibile (IMG 1), soprattutto nei nostri 30 metri difensivi, dove 12 attacchi su 19 totali (63%) sono stati avanzanti, mentre soltanto in un caso siamo riusciti a portare indietro il loro giocatore.

IMG 1: Mappa degli attacchi del Sudafrica nella zona centrale del campo

Un quadro ancora più esplicativo dell’impatto fisico e atletico dei nostri avversari nella prima frazione si può avere dall’impatto che ha avuto sulla prestazione difensiva degli azzurri: 18 placcaggi su 24 (75%) portati nei nostri 30 metri difensivi, infatti, sono stati completati subendo il contatto, mentre solo 4 (17%) sono stati eseguiti dominando la collisione con l’avversario (IMG 2).
Un dato che riassume con l’efficacia di pochi altri, la prima frazione di gioco, in cui gli azzurri sono stati sostanzialmente schiacciati nella propria metà campo dalle ripetute cariche dei giocatori in verde.

IMG 2: Mappa dei placcaggi dell’Italia nella zona centrale del campo

Quello che può essere imputato agli Azzurri, in fase di costruzione, invece, è di non essere riusciti ad essere sufficientemente efficaci palla in mano, neanche per impostare il gioco di rimessa che avevamo evidentemente pianificato. Se si analizzano, infatti, gli attacchi (IMG 3) si può vedere come la principale continuità sia stata trovata nei 30 metri esterni di campo, seppure, purtroppo, con poca frequenza. Principali protagonisti di queste sequenze sono stati Tito Tebaldi e Jake Polledri, entrambi con 4 attacchi avanzanti, rispettivamente con il 100% e con 57% di efficacia.

IMG 3: Mappa degli attacchi dell’Italia nella zona centrale del campo

La partita in realtà è stata meno aperta di quanto il risultato della prima frazione possa suggerire. Soltanto alcuni errori gestuali dei Sudafricani in fase di finalizzazione, infatti, hanno evitato un passivo peggiore già prima del riposo. Come una sorta di gara nella gara, due giocatori hanno monopolizzato le attenzioni dei tifosi prima e dopo la partita: Sergio Parisse e Andrea Lovotti.
Al primo, senza possibilità di appello l’azzurro più forte di sempre, nonché ancora leader tattico e tecnico di questa nazionale, veniva contestata la presenza in campo dal primo minuto, a scapito di una terza linea alternativa che aveva ben preformato contro il Canada (senza proporzioni applicate). Al secondo è stato imputato, tanto giustamente nella sostanza quanto ingiustamente nella forma, il cartellino che ha cambiato la velocità con cui si è conclusa la partita contro i ‘Boks (ma non il risultato).
Per un buffo scherzo del destino, simile al più classico rimbalzo ovale, entrambi i giocatori hanno fatto registrare, fino al 43°, un’ ottima prestazione, risultando entrambi tra i migliori in campo: Parisse è il primo non-mediano per intensità secondo l’indice EPM, e il primo, a pari merito proprio con Lovotti e Bigi, per contributo dinamico alla squadra, secondo l’indice eEMP (eventi effettivi per minuto). Sempre Parisse è il primo non mediano per passaggi completati, prendendosi, di fatto il ruolo di secondo playmaker della squadra, grazie alle sue indiscusse competenze tattiche (vedi anche impatto sul gioco aereo) e tecniche.
Lovotti, invece, è il giocatore con più ruck totali e più ruck effettive, tra quelli in maglia azzurra. Una partita, la sua, come al solito di grande sostanza purtroppo, però, macchiata da un momento di follia chiaramente da condannare (IMG 4).

IMG 4: Mappa dei possessi di Parisse e recap dell’EPM e dell’eEPM di Parisse e Lovotti comparati ai valori medi

Per molti addetti ai lavori e non, l’Italia era spacciata già dal momento del sorteggio. Si è presentata a questa gara contro un avversario di un’altra categoria, cercando di giocarsela a viso aperto, subendo molto e producendo poco e alla fine ha pagato questo atteggiamento a caro prezzo. I numeri dei giocatori scesi in campo, però, parlano di atleti che hanno retto un urto fisico e atletico che pochi avrebbero potuto contenere, restando in partita il più a lungo possibile. Il bilancio di questo quadriennio non può certo essere positivo, ma la prova di orgoglio a cui erano chiamati i giocatori è stata quantomeno mantenuta.

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