Laboratorio Rugby Championship – Atto finale

Le indicazioni che ha dato l’ultima giornata del torneo in ottica Rugby World Cup

ph. REUTERS/Mike Hutchings

L’ultimo torneo di alto profilo prima dell’inizio della Rugby World Cup è dietro le nostre spalle. Davanti a noi le ultime partite di warm-up, poi il grande evento di cui non smettiamo di parlare, sul quale non smettiamo di fantasticare.

Sappiamo che questo Rugby Championship ci ha nascosto almeno tanto quanto ci ha mostrato. L’esperienza ci ha insegnato a non fidarci di una episodica dèbacle dei campioni del mondo, ma anche a non lasciar passare in cavalleria punteggi da record.

Il torneo è stato vinto dagli Springboks, unica squadra imbattuta. Se ancora non pensavate a un Sudafrica protagonista al mondiale, significa che non avete osservato bene l’ultimo anno dei ragazzi di Erasmus. Occhio, però, che storicamente è un trofeo che non porta fortuna: chi ha vinto il TriN o il Rugby Championship nell’anno del mondiale non ha mai vinto la Rugby World Cup (e solo l’Australia nel 2015 è riuscita poi ad arrivare in finale).

I Pumas nel pallone (ovale)

15 settembre 2018. E’ la data dell’ultima vittoria dei Pumas, oramai nove partite fa. Non si smette di prevedere un’Argentina rampante alla Rugby World Cup, ma le avvisaglie non sono delle migliori, tutt’al più che la profondità della formazione di Mario Ledesma è piuttosto limitata in alcuni ruoli chiave.

La nazionale sudamericana, oggi più che mai, sembra avere soprattutto bisogno di staccare la spina, riposarsi e ritrovarsi: è un mix di giocatori dal chilometraggio importante in questa stagione (tanti hanno superato la fatidica soglia dei 1000 minuti giocati), con le difficoltà aggiuntive dell’isolamento geografico del paese, e di elementi provenienti dall’Europa, che hanno concluso la loro annata al più tardi a giugno e stanno vivendo quello che è per loro l’avvio dell’attività sportiva. In più la struttura di gioco è balbettante: non sembra esserci una vera organizzazione offensiva, ma soprattutto una spasmodica ricerca dell’alto ritmo, dell’allargamento del pallone e dell’uno contro uno, senza aver presente che il rugby internazionale è ben diverso da quella palestra chiamata Super Rugby.

Funziona poco, e anche se Sanchez migliora nella gestione del gioco (nonostante l’umiliazione subita da Pollard, che ha segnato una delle sue due mete letteralmente passandogli sopra), una squadra che subisce così in mischia chiusa è destinata a non andare da nessuna parte alla Rugby World Cup: urgono provvedimenti.

Il ritorno di O’Connor

Nel trionfo australiano sugli All Blacks è difficile non trovare qualcuno di cui parlare bene. Hanno impressionato i giocatori di cui siamo abituati a parlare bene come Michael Hooper, hanno impressionato coloro che avevano già dimostrato un buono stato di forma come Samu Kerevi e Marika Koroibete, hanno impressionato, infine, i gregari meno usi al finire sotto le luci della ribalta come Izack Rodda.

Una nota di merito va scritta però sul diario di James O’Connor, che tornava a vestire una maglia da titolare per i Wallabies in una partita sulla carta tostissima. E anche se dal punto di vista difensivo ci può essere stata qualche sbavatura, il suo inserimento sui centri a fare coppia con Kerevi è risultato assai proficuo in fase di possesso, più di quanto non sia stato il binomio del numero 12 con Tevita Kuridrani nelle scorse iterazioni dei Wallabies.

O’Connor ha letto perfettamente il gioco, distribuendo 12 dei 25 palloni toccati, un numero considerevole per un secondo centro. Aggiungere fosforo e capacità di gestione dell’ovale nel corridoio esterno ha massimizzato le qualità del triangolo allargato, dove peraltro mancava un altro potenziale titolare come Dane Haylett-Petty (anche se con Hodge e Koroibete così in forma potrebbe non esserci niente di scontato).

E poi, giusto per ben incominciare l’incontro, c’è stato quell’offload.

 
In difesa di Jerome Garces

Sul cartellino rosso a Scott Barrett c’è stato il classico discreto ammontare di polemiche e pareri opposti da parte dei commentatori di ogni parte del globo, come accade le rare volte che si vede una sanzione di quel colore uscire dalla tasca dell’arbitro.

Il tono più duro lo ha usato Will Greenwood, ex centro dell’Inghilterra campione del mondo, che dai microfoni della versione britannica di Sky Sports ha accusato Garces di “nascondersi dietro alle regole” nel prendere la sua decisione.

Greenwood è poi passato a termini assai più civili e concilianti nella discussione che ne è seguita sui social networks. Tuttavia, il suo punto di vista è stato condiviso da tanti tifosi, ex giocatori ed osservatori.

Jerome Garces, però, non ha fatto altro che applicare il nuovo framework diffuso prima del Rugby Championship da World Rugby, dove si certifica che un impatto di spalla e/o gomito contro la testa di un giocatore meriti un cartellino rosso. Rivedendo il replay, è chiaro che il seconda linea degli All Blacks compia un intervento a spalla chiusa, e quindi pericoloso. L’intenzionalità di colpire la testa non è un fattore nell’equazione, pertanto c’è solo una scelta a disposizione dell’arbitro, che spiega chiaramente quanto accaduto prima di estrarre il cartellino.

Un plauso, anzi, a Garces: con personalità ha applicato la regola presente senza farsi condizionare dal pensiero di rovinare un grande spettacolo, o dalle sicure critiche che avrebbe ricevuto. E’ così che si rende questo gioco più sicuro, alla faccia degli ex giocatori pronti a dire la loro sull’intenerimento del gioco a ogni pié sospinto.

Non dire gatto…

All Blacks, dobbiamo preoccuparci? La squadra di Steve Hansen ha appena subito, sebbene con la parziale giustificazione di quaranta minuti con un uomo in meno, il maggior numero di punti mai segnati contro di loro.

Certo, rimangono la squadra favorita alla vittoria della Rugby World Cup, senza dubbio. E anzi, la bastonata di Perth potrebbe essere la scintilla che smuove qualcosa in Kieran Read e compagnia. Inoltre in Australia ci sono state anche alcune note positive: la convivenza fra Richie Mo’unga e Beauden Barrett sembra progredire, con il primo che stupisce per la padronanza e l’ordine con cui gioca (eccezionale il placcaggio di rincorsa su Kerevi che salva la situazione nel primo tempo) e il secondo che, innescato in corsa, è un’arma davvero letale per ogni difesa; Ngani Laumape, entrato anzitempo per Jack Goodhue, ha una forma fisica e una fame agonistica uniche; Anton Lienert-Brown è un comprimario sottovalutato; le fasi statiche, specie la rimessa laterale, rimangono di primissimo ordine.

Ma la preoccupazione, per i tifosi dei neozelandesi, viene principalmente dalla forma di quei giocatori che sembrano evidentemente un passo indietro.

In questo insieme, peraltro, possiamo inserire alcuni dei veterani e dei giocatori più importanti della squadra: l’irriconoscibile Ben Smith; il capitano Read, seppure con qualche progresso rispetto alle precedenti uscite; un Sam Whitelock appannato.

A questo punto la domanda da farsi è una: sapranno questi giocatori, elementi cruciali per la squadra e leaders del gruppo, riscattarsi e innestare la giusta marcia fra un mese in Giappone? Dalla risposta a tale questione, che non è scontata, passano i destini della squadra più forte del mondo. Una prima, parziale reazione è già attesa nella partita di ritorno della Bledisloe Cup della prossima settimana.

Bongi Mbonambi alla conquista del mondo

Il Sudafrica ha vinto con merito il Rugby Championship, dimostrando di essere la squadra più pronta delle quattro sulla lunghezza dei tre incontri a disposizione. C’è ancora margine di crescita per gli Springboks, ma della squadra di Rassie Erasmus colpiscono in particolare la differenza rispetto al passato (meno steroidei, più eclettici) e la profondità della squadra.

Chi incarna al meglio questo secondo aspetto è Bongi Mbonambi, il tallonatore degli Stormers che sta incominciando a fare competizione a Malcolm Marx per la maglia da titolare.

È stata una lenta crescita quella del 28enne da Bethlehem, una piccola cittadina dell’altopiano sudafricano, nel Free State. Ha debuttato in nazionale nel 2016 e ha ottenuto la sua prima maglia da titolare nel novembre del 2017, contro l’Italia a Padova. Le sue presenze dal primo minuto con gli Springboks ammontano oggi a 6, un terzo delle 18 giocate, che gli hanno consentito di accumulare un’esperienza coerente con l’essere la seconda scelta di una delle nazionali più in vista alla Rugby World Cup.

Mbonambi ha convinto sempre di più grazie a prestazioni sempre senza sbavature: non ha il talento fisico di Marx, né la sua capacità di mettersi in luce, ma è un giocatore che commette un numero molto basso di errori. È un eccellente lanciatore in rimessa laterale, solidissimo in mischia chiusa e che dà il suo apporto come ball carrier e come sostegno quantunque ce ne sia bisogno. Lo ha testimoniato ulteriormente la sua prestazione di sabato sera a Salta, impreziosita da una meta segnata grazie al lavoro collettivo del pack, in un drive davvero impressionante.

Con le capacità di interferire nel breakdown di Kwagga Smith e di Francois Louw, l’apporto di Malcolm Marx potrebbe calare di necessità, e Erasmus essere sempre maggiormente spinto a dare minuti a Mbonambi. Si tratta, tutto sommato, di first world problems, problemi che solo squadre di una certa levatura si possono permettere. E già questa è una testimonianza: occhio agli Springboks

Lorenzo Calamai

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