Da dove riparte l’Italia, secondo i numeri

Abbiamo riguardato le statistiche dell’ultimo Sei Nazioni. Miglioramenti in touche e nel breakdown, in grande difficoltà maul e mischia

italia rugby 2019

ph. Sebastiano Pessina

L’ultimo ricordo dell’Italrugby è di una partita tragicomica, quasi assurda per i momenti che l’hanno caratterizzata nel corso degli ottanta minuti. Contro la Francia gli azzurri hanno dominato gran parte del match, ma senza saper concretizzare a dovere e finendo per perdere senza nemmeno un bonus difensivo (per quel poco che poteva valere in quel contesto).

È stata una partita in cui sono emerse alcune delle contraddizioni italiane, che fanno degli azzurri una squadra dalla coperta sempre troppo corta nel momento in cui deve affrontare avversari più forti, anche quelli in grave crisi d’identità come i Bleus.

Una difesa spesso ben organizzata, ma a volte carente negli 1 vs 1; un attacco con un buona struttura nel complesso, ma a cui manca talvolta quell’x-factor per uscire dagli schemi e affondare il colpo con decisione, con il risultato di non riuscire a sfruttare al meglio la grossa mole di possesso generata; una touche solida e precisa, ma una mischia balbettante e non sempre efficiente.

Questa continua altalena di valori è stata una costante nel corso del torneo, con qualche picco verso l’alto (il primo tempo contro l’Irlanda, alcuni sprazzi in Scozia e contro la Francia) e verso il basso (la generale mediocrità delle sfide contro Scozia e Galles, il dominio subito in Inghilterra). Niente di strano considerando la chiara inferiorità dell’Italia rispetto alle altre squadre, ma l’incapacità di farsi trovare pronti per sfruttare alcune delle occasioni più importanti ha messo in evidenza i limiti di questa squadra.

Cercare di superarli, o mascherarli il più possibile, è la prossima grande sfida (possibile? impossibile?) di Conor O’Shea del suo staff tecnico, che nel frattempo sono comunque riusciti a dare all’Italia una struttura generale, una strategia di gioco piuttosto definita e dei punti fermi importanti per costruirci sopra qualcosa. I numeri e alcune statistiche dell’ultimo Sei Nazioni 2019, in un certo senso, hanno confermato questo trend, oltre ad alcuni difetti già citati.

Cosa dicono i numeri

Partendo dalla fase offensiva, l’Italia ha confermato la propria indole nel voler fare sempre la partita, con risultati alterni. La percentuale media di possesso palla tenuta nel corso del Sei Nazioni è stata infatti del 53,2%, ma questo dato non è sempre sfociato in una pressione territoriale altrettanto efficace, come dimostra il 49,7% di media nell’occupazione del campo avversario. È un dato che implicitamente rivela l’inconsistenza del gioco tattico al piede dell’Italia, un altro settore in cui gli azzurri faticano ad esprimersi su livelli più alti (il che non dipende solo strettamente dalla mediana, ma anche dalla strategia e da come viene portata l’eventuale pressione nella metà campo avversaria).

C’è stato qualche passo in avanti nelle collisioni e nel modo in cui l’Italia pulisce il breakdown, tant’è che gli azzurri sono stati la seconda squadra in media più veloce a tirare fuori il pallone da una ruck (3,45 secondi), dietro solo l’Irlanda. Nonostante questo dato sopra la media del torneo, va anche ricordato come l’Italia sia stata anche la squadra che ha perso più palloni di tutte in ruck (22, contro una media del torneo di 13), statistica che evidenzia come ci sia ancora qualche difetto strutturale in quella fase di gioco a prescindere dai miglioramenti.

Restando all’attacco, sono sotto media anche i numeri dei tackle break e dei linebreak: i primi sono stati 26 e i secondi sono stati 17. Per entrambe le classifiche l’Italia è al quarto posto, a dimostrazione di come questa squadra necessiterebbe di maggiori variazioni palla in mano e di scelte anche più audaci palla in mano, che però in pochi sembrano permettersi a volte.

In difesa, il primo numero da sottolineare è quello dei punti subiti: sono stati ‘solo’ 167, ovvero il miglior dato da quando Conor O’Shea allena l’Italia (in precedenza gli azzurri avevano sempre superato quota 200). È stata comunque la peggiore del torneo, anche se non è stata la peggiore in assoluto per break concessi (24, contro i 30 della Scozia). La percentuale dei placcaggi riusciti è stata dell’89,2%, il quarto miglior dato del torneo, ma sono altri i dati più negativi.

I placcaggi dominanti, per esempio. Anche guardando una partita in presa diretta, ci si accorge come raramente l’Italia riesca a produrre impatti davvero importanti con una certa regolarità, finendo con l’assorbire soltanto i placcaggi senza riuscire a far indietreggiare realmente gli avversari. I placcaggi avanzanti dell’Italia sono stati 50: 6 in meno dell’Irlanda, 19 meno del Galles, 26 meno della Francia, 38 meno del Galles e 96 meno dell’Inghilterra. Gli azzurri sono stati in fondo anche alla classifica dei grillotalpa, tecnica di gioco che non vede tra gli azzurri grandi specialisti, con soli 5 interventi vincenti nel breakdown (la media del torneo è stata 9,16).

La vera delusione dell’ultimo Sei Nazioni dell’Italia è stata un’altra in ogni caso: la rolling maul, lontana parente dell’arma usata anche in campo aperto all’inizio della gestione O’Shea. In particolare nella sfida contro la Francia, gli azzurri non hanno mai lavorato bene con il carrettino, mentre in totale l’Italia ha vinto 18 maul, pari solamente al 78,3% del totale. Troppo poco per una squadra che qualche tempo fa aveva il drive quasi come unico sbocco offensivo, e che ultimamente non è riuscita a essere per nulla efficace.

Il momentaneo declino della maul azzurra, inoltre, è arrivato proprio in contemporanea a una crescita notevole della rimessa laterale. Dopo un mese di novembre difficile, l’Italia è stata addirittura la miglior squadra del torneo per percentuale di touche vinte (93,4%) per rimesse laterali rubate (7). Non poterle sfruttare al meglio, in alcuni casi, è uno spreco che la nazionale italiana non può permettersi di affrontare.

Sempre per la teoria della coperta corta, la brillantezza in touche non è direttamente proporzionale all’efficacia della mischia chiusa. Le statistiche sono state piuttosto impietose: l’Italia ha vinto il 77,1% delle mischie su propria introduzione (la penultima in classifica è il Galles con 89,2%), non ne ha vinta nessuna (letteralmente: 0%) su introduzione avversaria e ha commesso 10 infrazioni in totale (almeno in questo caso la Francia ha fatto peggio).

Ricapitolando:

  • Cosa va:
    – la rimessa laterale
    – la velocità in uscita dalle ruck
    – mantenimento del possesso
    – struttura difensiva
  • Cosa non va
    – attacco poco efficace
    – pochi placcaggi dominanti
    – la mischia
    – la maul
    – poca efficacia nelle ruck difensive

Daniele Pansardi

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