Laboratorio Rugby Championship: episodio secondo

Un bilancio degli esperimenti e delle novità mostrate dalle squadre del torneo australe nella seconda giornata

Wilco Louw e Francois Louw festeggiano sul prato di Wellington (ph. Reuters)

Se da un punto di vista puramente estetico questo Rugby Championship fatica ad affascinare (salvo alcuni pur sublimi acuti), mette sicuramente tanta carne al fuoco quando si mettono gli accadimenti del campo in prospettiva, guardandoli in divenire e proiettandoli verso l’orizzonte, sempre più vicino, della Rugby World Cup 2019.

Non è da meno la seconda giornata dell’edizione 2019 del torneo australe, con un pareggio che fino al colpo di scena conclusivo aveva lasciato spazio soprattutto al tedio e una vittoria dell’Australia contro un’Argentina talmente brutta da essere irritante che hanno posto sotto un diverso taglio di luce le condizioni delle quattro squadre impegnate.

La meta di Herschel Jantjies, di cui per l’appunto la scorsa settimana scrivevamo poter essere “capace di entrare nell’ultimo quarto di gioco per dare la scossa alla partita”, ha ribaltato il giudizio sulla partita degli Springboks: fino a quel momento audaci ma incapaci di ferire davvero la fiera neozelandese, finendo sconfitti e sgonfiati, i sudafricani hanno chiuso la partita sancendo la loro capacità di poter essere la nemesi degli All Blacks, chiudendo con un risultato positivo che fa il paio con la vittoria, sempre a Wellington, dello scorso anno.

I tuttineri, da par loro, confermano il trend emerso la scorsa settimana: pur rimanendo la squadra da battere, non riescono a esprimere il consueto splendore in chiave offensiva. La loro difesa di primissimo ordine consente però loro di non perdere le partite, ma in Giappone dovranno sicuramente scuotersi di dosso la cappa di grigiore che sembra attanagliarli di questi tempi.

A Brisbane, intanto, i Wallabies possono finalmente festeggiare: i Pumas sono battuti con merito e l’attitudine della squadra spinge all’ottimismo. Tuttavia, la fiducia di Cheika (“Saliremo un gradino tanto alto quanto serve per rivaleggiare con gli All Blacks” ha detto in conferenza stampa) sembra un tantino precoce. Certo, l’head coach non attendeva altro che una iniezione di fiducia per provare a spremere fuori da questo gruppo quanto di meglio sia possibile.

Infine, il brusco risveglio degli argentini: i Jaguares sono stati la storia migliore del Super Rugby, ma trasmigrare quell’energia, quella forza e quella fiducia nella squadra nazionale è un altro paio di maniche, anche se i giocatori sono gli stessi. Anche perché, soprattutto, gli avversari cambiano. L’Argentina ha subito la sua settima sconfitta consecutiva.

Non c’è da farne un caso di stato, finché siamo al Rugby Championship. Ma siamo così sicuri che il cambio di marcia per i Pumas sia dietro l’angolo?

Doppio playmaker alla neozelandese

Magari non sarà il calciatore più preciso del mondo dalla piazzola, sebbene sia un difetto sovradimensionato, ma Beauden Barrett ha giocato una partita sontuosa con la maglia nera numero 15 a Wellington.

Una sicurezza sui palloni alti, sul posizionamento e sul pendolo del triangolo allargato, Barrett ha dato, con la sua 75esima presenza con gli All Blacks, tranquillità a tutto il reparto arretrato anche quando le cose traballavano e non poco, specie nella prima frazione. In attacco è stato poi decisivo, con il suo classico fiuto per l’occasione giusta e la sua accelerazione bruciante.

Steve Hansen sta già da tempo coltivando l’idea di giocare con un estremo capace di essere il secondo playmaker della squadra: nelle sue idee il giocatore complementare di Beauden Barrett, schierato apertura, sarebbe stato Damian McKenzie, ma il giocatore dei Chiefs si è infortunato e salterà la Rugby World Cup.

Da quanto sappiamo dalle dichiarazioni delle settimane passate, Ben Smith sta cercando di prendersi maggiori responsabilità di distribuzione per poter rivestire quel ruolo, ma per quanto sia un giocatore dalle qualità eccezionali, non è forse l’uomo giusto per questo tipo di compito.

Ecco allora l’esperimento del binomio Mo’unga-Barrett, che rompe l’idea di una staffetta fra i due per metterli entrambi in campo. Il veterano dei due ha decisamente impressionato di più, risultando uno dei migliori dei suoi per tutti gli 80 minuti. Il numero 10 dei Crusaders ha invece fatto bene dalla piazzola quando chiamato in causa nel finale, ma ha commesso qualche errore nella prima frazione di gioco che ne ha inficiato una prestazione tutto sommato ordinata.

Non abbiamo quasi mai visto Barrett ricevere da primo uomo in piedi, ma la sua capacità di leggere le situazioni e le sue qualità atletiche negli spazi allargati sono un’arma letale per gli All Blacks. L’esperimento per il momento rimarrà in stand-by e se lo vedremo alla Rugby World Cup sarà in una delle sfide dal risultato già scritto nel girone, l’idea però continua a stuzzicare. Lasciamola ronzare.

Lukhanyo Am > Jesse Kriel

Il titoletto che sottende il seguente paragrafo non è da intendersi come un assoluto, ma per quanto visto per adesso in questi due episodi del Championship, il numero 13 degli Sharks ha sicuramente meglio figurato, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto difensivo.

Jesse Kriel è un ottimo giocatore, con dei pregi e dei difetti evidenti e riconoscibili: è un corridore velocissimo ed esplosivo, con un fisico muscolare che sfiora il quintale e una grande capacità di prendere angoli di corsa eccellenti; è anche un playmaker rivedibile, non sempre lucido nel prendere decisioni, un passatore sotto la media e ha, in generale, un quoziente di comprensione del gioco inferiore a quello del suo collega Lukhanyo Am.

Quest’ultimo dettaglio fa sì che Kriel sia un buon placcatore, ma non necessariamente un difensore all’altezza del compagno e principale competitor per la maglia di secondo centro degli Springboks. Am, infatti, è stato semplicemente eccezionale nei 52 minuti di gioco in cui Erasmus lo ha lasciato in campo a Wellington, scongiurando una grandissima quantità di pericolose superiorità numeriche degli avversari.



Con la sua perfetta interpretazione della salita difensiva, ha impedito agli All Blacks di allargare il gioco, spesso catturando uno dei due centri neozelandesi alla ricezione del pallone, con un timing perfetto, impedendogli di trasmetterlo al largo. D’altronde la sua partita era iniziata già nel migliore dei modi, sbatacchiando per terra Sonny Bill Williams in maniera tanto potente da fargli esplodere il pallone.

Se la difesa sudafricana è stata una delle cose più belle da osservare in questa seconda giornata di Championship, tanto del merito è anche di Am, che ha agito oltretutto da vero regista difensivo, comunicando in maniera costante con i compagni (qualcuno dei quali gli ha dato una grande mano, come Cheslin Kolbe che ha firmato ben 13 placcaggi).

Pur avendo completato lo stesso numero di placcaggi secondo le statistiche di ESPN (7), giocando molti meno minuti, Kriel si è spesso trovato in mezzo a situazioni di grande difficoltà, che non è riuscito a sbrogliare con la stessa brillantezza.

In chiave futura il confronto dai due verrà probabilmente vinto dal giocatore più adatto, di volta in volta, alla partita da affrontare.


L’unica occasione in cui Am si è fatto battere nettamente, gli All Blacks hanno segnato: a ben vedere, però, il numero 13 condivide parte delle responsabilità con Mapimpi, che sale in maniera eccessiva ed espone sé stesso e il compagno ad essere scavalcati dalla palombella di Williams. Il resto lo fa Barrett, che brucia Am in una sfida di velocità che hanno già perso in tanti

Il gradino dei Wallabies

E venne il giorno in cui alcuni dei giocatori dell’Australia che avevano meno convinto fino ad adesso, decisero di alzare il proprio livello di gioco e di giustificare la propria scelta, risultando pedine decisive nella vittoria della squadra di Cheika sull’Argentina.

Sono due, sopra tutti, i nomi all’ordine del giorno: il primo è quello del tallonatore Folau Fainga’a, che ha combattuto con una presenza fisica senza precedenti con la maglia in green and gold. Sarà stato il beneficio di avere accanto il compagno di franchigia Scott Sio, che ha aiutato i suoi ad avere la meglio in mischia chiusa sugli avversari, a infondere maggior forza nel 24enne di Sydney. O forse sarà il fiato sul collo che gli ha messo la presenza nel ritiro australiano di Tatafu Polota-Nau. Fatto sta che il numero 2 ha giocato con grinta e aggressività, e adesso lo aspettiamo a una immediata riconferma delle sue doti in giro per il campo.

Il secondo nome è quello di Isi Naisarani, il gigantesco numero 8 nativo delle Fiji che fino ad adesso era rimasto un po’ un oggetto misterioso una volta lasciata la maglia dei Rebels per indossare quella della propria nazionale adottiva. Sabato a Brisbane Naisarani è stato uno dei ball carrier più efficaci dei Wallabies, un ingrediente essenziale per l’efficacia della squadra di Cheika. Ha toccato 19 palloni, passandone 7 e caricando nelle altre 12 occasioni, fino ad accumulare 64 metri guadagnati, tutti sudati a forza di pestare sulle gambe. Se si riconfermasse a questi livelli potrebbe essere l’ingrediente mancante della terza linea australiana, che dirotterebbe così David Pocock, per il momento tenuto in congelatore in attesa della festa giusta per tirarlo fuori, dal lato chiuso ed equilibrando il reparto.

Doverosa la citazione anche per Cristian Lealiifano, l’esperimento più riuscito di questa seconda uscita australiana: l’ex di Ulster ha giocato una partita senza eccessivi acuti, ma con un ordine e un pragmatismo che ne fanno una solida alternativa a Bernard Foley. Quella che fino a venerdì sera mancava all’Australia.

Infine, la prestazione collettiva australiana parte dalla difesa: stavolta la strategia più attendista sperimentata nel test contro il Sudafrica ha pagato maggiormente. E’ solo la quinta volta dalla scorsa Rugby World Cup (49 test) che i Wallabies subiscono 10 o meno punti. Ne hanno concessi 30 o più in ben 16 occasioni. Questo sì che è un gradino bello alto scalato dall’Australia.

La scomoda sedia di Nicolas Sanchez

Forse quella ventata fresca di aria parigina non ha fatto benissimo a Nicolas Sanchez, o magari il mediano di apertura sta conservando le residue energie dopo una stagione lunghissima. La sua prestazione contro l’Australia è stata molto deludente e lo ha visto commettere una serie di errori per lui inusuali, che hanno peraltro inficiato la partita dell’Argentina. I Pumas hanno anche avuto a disposizione una buona percentuale di possesso per provare a fare male all’Australia, ma la brutta giornata di Sanchez ha scompaginato lo spartito della squadra.

Il fatto è che nemmeno la scorsa settimana Sanchez era sembrato particolarmente brillante, e se è vero che due indizi sono ancora troppo pochi per fare una prova, le sue prestazioni cominciano a causare qualche alzata di sopracciglia.

A Brisbane il mediano d’apertura dello Stade Français è sembrato genuinamente fuori posto, sbagliando passaggi facili per compagni che non erano dove si aspettava che fossero. Nel male, sarebbe una buona notizia per Mario Ledesma: una brutta giornata di un giocatore fondamentale che dopo un periodo d’assenza deve ritrovare gli automatismi con il resto del gruppo.

Eppure qualche dubbio rimane, con la consapevolezza che alle spalle di Sanchez non ci sia molto altro in quella posizione per l’Argentina: Tito Diaz Bonilla sembra quasi un parvenu al livello internazionale, Santiago Gonzalez Iglesias non ha mai dato certezze (e finora non è ancora stato preso in considerazione da Ledesma) e Domingo Miotti sembra essere considerato ancora acerbo dallo staff tecnico.

A volte essere investiti di una titolarità data per certa risulta più un peso che un vanto.

Lorenzo Calamai

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