L’eredità di Israel Dagg

L’ex estremo degli All Blacks ha parlato dei momenti più difficili prima del ritiro, e soprattutto di come ci si dovrebbe preparare alla fine della carriera

Israel Dagg, al centro, con la maglia degli All Blacks (ph. Reuters)

Israel Dagg è stato un giocatore tanto talentuoso quanto sfortunato. Si è ritirato a soli 30 anni lo scorso aprile, perché un infortunio al ginocchio non gli permetteva più di esprimersi al massimo delle sue possibilità. Prima, aveva fatto in tempo a vincere una Rugby World Cup nel 2011 da protagonista con gli All Blacks e a disputare altre brillanti stagioni con i Crusaders e con la nazionale, fino a quando il suo fisico non ha cominciato lentamente a cedere.

Il ricordo più buio della sua carriera da giocare, tuttavia, non è legato a un semplice infortunio, ma alla reazione avuta dopo l’esclusione dal gruppo di convocati per la Rugby World Cup 2015 in Inghilterra. Per Dagg era stato un anno difficile, pieno di problemi fisici, per cui Steve Hansen aveva deciso di inserire in lista giocatori più pronti e con un minutaggio maggiore. Quella notizia, come tutte le altre successive sui suoi infortuni, lo segnarono profondamente, come ha raccontato lui stesso in una lettera pubblicata sul sito della NZRPA (il sindacato dei giocatori neozelandesi).

“Nel 2015 non sono stato convocato per la Coppa del Mondo. È stato uno dei miei momenti più difficili. Mi sono seduto nella stanza di mio figlio, ho mangiato un intero pacchetto di brownie al cioccolato e ho giocato alla PlayStation per due interi giorni. Se ci ripenso, mi viene da ridere. Ora che ho figli, ho una prospettiva migliore e so che ci sono un sacco di persone che stanno peggio di me”.

L’esperienza accumulata in questi ultimi anni e la convivenza con degli infortuni al ginocchio hanno aperto a Dagg anche altre prospettive. “Ai giocatori consiglio di prepararsi un futuro dopo la fine della carriera, perché prima si inizia a farlo, più facile sarà da gestire quel momento quando arriverà. Sono stato fortunato ad aver chiuso a 30 anni, ma non si sa mai quando potrebbe succedere”.

Anche per Dagg, del resto, è accaduto tutto nel giro di poco meno di due anni, da quando nel settembre del 2017 ha dovuto fermarsi per sei mesi. Rientrato in campo con i Crusaders nel Super Rugby 2018, il 30enne si è infortunato nuovamente al ginocchio, auto escludendosi di fatto dalle convocazioni degli All Blacks. “Sapevo di non poter essere inserito in rosa di nuovo, per cui ho pensato di andare all’estero”.

La meta è stata il Giappone, il club i Canon Eagles. Dagg ha giocato tre partite consecutive all’inizio della Top League nipponica, a ottobre, ma alla terza “il mio ginocchio era così dolorante che non riuscivo nemmeno a calciare il pallone. Ero scivolato in un profondo buco nero dopo quella sfida”.

Le difficoltà psicologiche di quel periodo sono state accompagnate dal pensiero sempre più definitivo del ritiro. “Sono tornato in Nuova Zelanda per avere altri consigli medici, ma nella mia mente stavo pensando: ‘Non posso continuare a giocare’. Sapendo che cosa ero stato in grado di fare negli anni precedenti, e sapendo che non potevo tornare a giocare come prima, ho iniziato pensare al ritiro”.

Come sappiamo, quell’idea iniziale poi diventerà realtà e l’ultima partita giocata da Dagg in carriera sarà Panasonic Wildknights-Canon Eagles. “Ho faticato molto durante l’estate (quella neozelandese, ndr) perché non sapevo cosa sarebbe successo. L’incertezza era molto inquetante. Mia moglie, Daisy, è stata una roccia. Ero pigro e triste. Quando soffri psicologicamente dovresti allenarti e lottare, ma è stata una battaglia. L’abbiamo superata insieme”.

Programmare il futuro

Un capitolo importante della lettera scritta da Dagg riguarda, come già accennato, il futuro di un rugbista dopo il termine della carriera. E visto che per il 30enne è arrivata decisamente prima del previsto, l’ex estremo dei Crusaders sembra avere particolarmente a cuore l’argomento.

“Il ritiro può spaventare. Le tue entrate calano ed è una brutta sensazione, ma durante la mia carriera sono stato capace di sistemarmi – ha scritto Dagg, che al momento sta lavorando sempre con i Crusaders, sfruttando il suo contratto in scadenza a fine 2019 – La transizione non sarà mai leggera, ma con una casa e degli investimenti alle tue spalle tutto ciò diventa più facile. Avere un’occupazione, uno scopo e, quanto torni a casa, una famiglia con cui stare è stato grandioso”.

Secondo Dagg, nelle società di rugby bisognerebbe affiancare all’attività agonistica sul campo anche delle attività di Personal Development (dei piani di sviluppo personali oltre il rugby) fin da primo momento in cui si entra in un club. “Quando ho cominciato a seguire questi piani di sviluppo pensavo: «Non mi servono, è una perdita di tempo». Nonostante abbia iniziato a giocare nel 2006, solo fino al 2012 ho seriamente iniziato a seguire dei piano di sviluppo personali. Ho conosciuto un uomo d’affari che è diventato il mio mentore e una fonte d’ispirazione.

“È importante avere dei consiglieri al di fuori del mondo del rugby – ha continuato Dagg – Questo è il motivo per cui cerco di dire ai ragazzi di sfruttare queste opportunità, perché quando è finita (la carriera, ndr) è finita. Hai delle possibilità di incontrare persone fantastiche e avere strumenti importanti a tua disposizione”.

“Ho cambiato atteggiamento anche nei confronti delle campagne promozionali. Ho imparato a fare rete e a conoscere le persone, e sfruttare al meglio quegli incontri. […] Non bisogna dubitare di se stessi. Se dimostri un interesse sincero nei confronti delle persone, di solito vorranno aiutarti”.

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