Le avventure di Russellberry Finn

Sabato abbiamo visto di cosa può essere capace la Scozia quando il suo 10 è in stato di grazia

ph. Sebastiano Pessina

Prende più posto che tutto il resto, dentro uno, la coscienza, e non serve a nulla, proprio a nulla.
– 
Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn

Spogliatoi di Twickenham, sabato 16 marzo. L’ultima volta che hanno guardato il tabellone, i ragazzi con il cardo scozzese appuntato sul petto hanno visto che diceva: Inghilterra 31, Scozia 7.

La faccia di Gregor Townsend è talmente tirata che la sua bocca larga e sottile sembra un cicatrice in mezzo al volto. Alza la mano quell’alunno lì, quello con cui l’insegnante ha un rapporto di amore-odio: è un ragazzo pieno di talento, ma pure un po’ discolo e ogni tanto finisce per mettere tutti nei guai. Eppure esercita, con le sue capacità, un fascino irresistibile per i compagni, come Huckleberry Finn su altri quattordici Tom Sawyer.

Di nome, fa proprio Finn: “Ci stai dicendo di calciare – si lamenta Russell, accalorato – ma quando calciamo loro non fanno alto che risalire il campo palla in mano e farci a pezzi. Quando portiamo noi il pallone, ci prendono dietro la linea del vantaggio e recuperano il possesso.”

Un buon insegnante, e ancor di più un buon tecnico, sa annusare il momento in cui affidarsi ai propri giocatori-alunni, e diciamo che non avere niente da perdere nei 40 minuti che stanno per cominciare aiuta. Okay, quindi, tutti agli ordini del luogotenente Russell: si gioca alla bersagliera, tutto di corsa, rugby di movimento.

Ora, mezz’ora di Finn Russell in delirio di onnipotenza è meglio di (lista non esaustiva):

  • la pasta con i broccoli, anche se c’è la salsiccia
  • fare la spesa al supermercato il giorno dell’offerta speciale nel reparto “birra e patatine”
  • l’immancabile album di cover del vostro cantante preferito
  • lo spritz con il Cynar all’aperitivo di un afoso pomeriggio d’agosto

Diciamo che può giocarsela benissimo alla pari con una gita fuori porta, in una soleggiata giornata di fine aprile, quando tiri su le maniche della felpa e la brezza di primavera ti passa fra i peli delle braccia.

E se siete fra coloro che quella mezz’ora di passaggi onirici e totale controllo su squadra e partita se la sono persa, per fortuna ci siamo qua noi a riassumere le prodezze del 10 scozzese.

Vedo e provvedo

Dal ritorno negli spogliatoi, la Scozia torna con una testa sicuramente più lucida e con una determinazione diversa. Trova prima una meta, concessa con un po’ di leggerezza dalla difesa inglese, grazie a uno show del gioiellino Darcy Graham. Rilancia poco più tardi, grazie a una bella iniziativa di Ali Price, che da una ruck calcia per sé stesso e poi, catturato, lancia nella prateria la cavalcata di Magnus Bradbury. Ma, si chiede lo spettatore, sono pazzi? Mica vorranno tornare in partita!?

Pare di sì: touche, maul e ingresso nei 22 metri. Palla a Chris Harris che appoggia morbido su Finn Russell dietro le sue spalle. Il field marshall scozzese ipnotizza tutta la cerniera centrale inglese: Farrell, Tuilagi e Slade non hanno occhi che per lui. E Russell allora sfodera un pezzo di lusso del suo repertorio: passaggio lungo a immaginare la corsa del compagno, in modo da servirlo all’esterno del difensore che lo marca.

Jonny May annaspa per recuperare Sean Maitland, che si avventa sull’assist del compagno e cede il pallone appena in tempo a Darcy Graham. Per il giovane trequarti, in fiducia, è un gioco da ragazzi battere Elliot Daly all’esterno e segnare la doppietta. I tifosi scozzesi sono in deliro totale, ma la festa è appena cominciata.

Al ladro!

Russell è così: può intestardirsi nel cercare la giocata, può perdere fiducia e inanellare una serie di errori che costano caro alla propria squadra, può trasformarsi in un burattinaio con un controllo assoluto sulla partita, permettendosi anche di mangiare in testa a Owen Farrell.

Il Finn Russell di questa partita è l’ultima stella luminosa rimasta a brillare per la Scozia: Stuart Hogg è fuori per infortunio, il compagno di merende a Glasgow Huw Jones pure. Manca il pragmatismo di John Barclay, l’effervescenza di Tommy Seymour.

La maturità acquisita a Parigi, con il Racing 92, fa il resto: sa che la rimonta passa da lui. E allora via, ad avventarsi come un falco sul pallone che passa da Farrell a Kruis in maniera un po’ telefonata. Intercetto, 50 metri di fuga, sorriso discolo: la Scozia pareggia.

Actor studio


Breve lista di possibili soprannomi per Finn Russell: il Martello degli Inglesi, il Flagello di Albione, Finntanto che gioco prendo a schiaffi Sua Maestà.

Nell’ultimo anno Finn Russell ha giocato tre partite partite contro l’Inghilterra. Due con la maglia della Scozia, una con quella dei Barbarians. Nella scorsa edizione del Sei Nazioni, fu nominato man of the match al termine di una partita favolosa, il cui zenit venne raggiunto dal suo pazzesco passaggio per Huw Jones che avrebbe poi originato la meta di Sean Maitland. Con la maglia bianca e nera dei Baabaas, ha sfornato assist, calci e mete per un totale di 19 punti segnati nel folle 63-45 di Twickenham. Cosa poteva pareggiare tanti onori?

Per cominciare, un altro titolo di man of the match, ottenuto anche per la performance attoriale che è valsa la meta del provvisorio vantaggio della Scozia a cinque minuti dal termine.

Russell riceve poco oltre la metà campo da Laidlaw, si attacca sul lato destro di un campo spaccato a metà dalla ruck precedente. La difesa è ben presente, e l’attacco ha una forma classica, con Johnson pronto a fare il decoy runner per Harris, che invece passa profondo dietro la sua schiena.

Il mediano di apertura scozzese tira la corsa in maniera esasperata, la testa già rivolta verso Harris. Fa anche partire un accenno di pendolo per accompagnare il pallone nel passaggio dietro la schiena del suo primo centro, ed è qui che casca l’asino: Nathan Hughes abbocca alla recita, ed è attratto come da un irresistibile magnete dalla possibilità di dare una botta a quel maramaldo che gli sta sciupando il pomeriggio, Manu Tuilagi è ormai largo e orientato a difendere il due contro due al largo, mentre l’ovale è consegnato, piatto, a Sam Johnson in un varco della difesa.

Il numero 12 di origine australiana ci mette del suo, facendo fuori in serie Jack Nowell, Elliot Daly e Ben Spencer prima di atterrare in mezzo ai pali e dare il vantaggio alla sua squadra.

Se questa è la Scozia che possiamo vedere, allora tranquilli, lettori: ci facciamo firmatari di una petizione a Gregor Townsend per dare immediati e pieni poteri all’alunno discolo, il Martello degli Inglesi, che è come una gita fuori porta, in una soleggiata giornata di fine aprile, quando tiri su le maniche della felpa e la brezza di primavera ti passa fra i peli delle braccia.

Lorenzo Calamai

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