Una coperta sempre troppo corta

Se gli azzurri dimostrano un’attitudine migliore in difesa, in attacco continuano i passi indietro. E il copione rimane identico anche in Scozia

ph. Sebastiano Pessina

È sicuramente apprezzabile che Conor O’Shea e Sergio Parisse cerchino sempre di sottolineare il buono che c’è nelle prestazioni dell’Italia e di guardare alla faccia pulita della medaglia. Ed è altrettanto naturale che entrambi, in conferenza stampa, rimarchino la bontà degli ultimi dieci minuti, quasi come se fossero gli unici di cui bisognerebbe tenere conto per decifrare effettivamente la nazionale italiana. O come se i precedenti settanta fossero appartenuti a un’altra partita.

Il problema, evidente, è che non è così. E di quell’ultimo frangente di partita, oltre alle notevoli qualità di Federico Ruzza, resta in realtà solo quella fastidiosa incertezza su dove inizino i meriti dell’Italia e i demeriti della Scozia, visto che un parziale di 0-17 in sette minuti stona parecchio con quanto accaduto in precedenza. L’Italia però è anche quella: quella dei 14 secondi trascorsi nei 22 avversari dopo oltre un’ora di gioco, del 35% di tempo trascorso nella metà campo avversaria, delle scelte cervellotiche e delle strategie rivedibili. Prendete tutto questo, aggiungete un pizzico del «fantozziano» – come l’ha definito Parisse – virus intestinale di inizio settimana e otterrete il 32-3 maturato dopo 62 minuti.

Coperta sempre corta

In genere, le partite dell’Italia nel Sei Nazioni sono come una biglia posta su una superficie appena inclinata, che diventa impossibile da fermare a meno di interventi straordinari. In Scozia il copione è stato lo stesso, eppure le prime battute del match avrebbero potuto far pensare ad altro. Rispetto allo scorso anno, nonostante la meta arrivata comunque al 12′, c’erano stati cenni di discontinuità: la predisposizione a fare la guerra, a dare battaglia centimetro dopo centimetro, l’attitudine al placcaggio e in generale la fase difensiva sono state migliori di altre volte, pur con il solito difetto dei pochi placcaggi in avanzamento (8, contro i 21 della Scozia).

Pur avendo compensato in parte da un lato, l’Italia tuttavia si è ritrovata a imbarcare acqua da tutte le altre parti. La fase offensiva sembra compiere ancora passi indietro, sia a livello strutturale sia per il decision making dei singoli che non migliorano. Gli infortuni hanno pesato e continueranno a pesare, ma al loro fianco ci sono anche problemi di lungo corso come un eccessivo individualismo che va a braccetto con un dispendio di risorse troppo grande nel conservare il possesso su ogni punto d’incontro (e non mancavano di certo i ball carrier in questo caso).

In più, si sono rivisti certi errori banali che sembravano essere stati accantonati negli ultimi tempi e diversi palloni fatti cadere a terra, che sono stati i principali motivi per i quali gli azzurri si sono ritrovati solo a difendere. Chi pensa che sia stato un problema prettamente di indisciplina, difatti, rimarrà interdetto: gli uomini di O’Shea hanno commesso appena quattro falli in ottanta minuti, un dato insolitamente basso per gli standard della nazionale e quasi sorprendente se si pensa alla quantità di tempo trascorsa in trincea.

Per quanto l’Italia cerchi di migliorare e di diventare una grande squadra, insomma, gli azzurri faticano ancora a mettere insieme una prestazione di alto livello, in tutti i reparti e in tutti i settori di gioco. Aumenta l’intensità in difesa, ma diminuisce la pericolosità offensiva; cala l’indisciplina, aumentano i turnover. All’aumentare delle sconfitte consecutive nel Sei Nazioni (18), almeno non sembra diminuire l’energia e la positività di Conor O’Shea nel voler mandare avanti questo progetto, nonostante limiti e difficoltà del movimento italiano. È già una piccola fortuna.

Cosa resta per il Galles?

Il CT irlandese e lo staff tecnico dovranno sciogliere alcuni nodi di natura strategica e tattica in settimana. La scelta di calciare regolarmente in campo e non verso la rimessa laterale è stata quantomeno rischiosa per due ragioni: gli scozzesi puntano di base a tenere la palla viva per il maggior tempo possibile e sono particolarmente abili nel contrattacco con i trequarti. Non sono stati deterrenti abbastanza forti da far cambiare idea a O’Shea e soci, che hanno riposto grande fiducia nella capacità degli azzurri di formare una linea di pressione difensiva sufficientemente buona per limitare il loro triangolo allargato.

A conti fatti, la linea difensiva italiana non si è comportata male considerando gli avversari – Stuart Hogg su tutti -, ma il dubbio è se questo tipo di scelta sia ‘sostenibile’ per le qualità degli azzurri. Il gioco tattico di questo tipo (e mettiamoci anche gli up&under e la caccia del pallone dopo un calcio) non è mai stato un pezzo forte dell’Italia, tant’è che O’Shea fu costretto a cambiare direzione dopo aver scelto questa strada per una serie di partite nella sua prima stagione italiana.

Resta anche la curiosità di vedere a pieno regime questa linea di trequarti, perché Tommaso Castello e Luca Morisi hanno potuto lavorare poco o nulla insieme la scorsa settimana (sempre a causa del virus) e perché a Michele Campagnaro e Angelo Esposito non sono praticamente arrivati palloni quando ce n’era bisogno (oppure sono state forzate delle giocate per attivare il prima possibile il giocatore dei Wasps, spesso in maniera controproducente).

I dubbi superano le certezze, ma non è una novità. Il Sei Nazioni 2019 ha presentato subito un conto piuttosto salato per tutte le difficoltà, le sfortune e le inadeguatezze dell’Italia, che dei buoni dieci minuti in un contesto influenzato dal risultato (e in cui due mete su tre di fatto sono inventate dal nulla dalla giocata di un singolo, Ruzza) non possono in alcun modo modificare. Sono stati un palliativo, ma il paziente è ancora molto malato.

Daniele Pansardi

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