Il rugby non è un’isola felice

I fatti di Padova e Belfast, ma anche quello che accade ogni domenica, ci ricordano che la palla ovale non è priva di problemi fuori dal campo

ph. Sebastiano Pessina

L’ultimo weekend di rugby è stato da dimenticare, non solo per il mondo italiano. E si può facilmente intuire che non stiamo parlando di rugby giocato, bensì di quello che è accaduto (e che accadrà, inevitabilmente) attorno ad alcune partite, e che non riguarda i rimbalzi dell’ovale sul campo.

I fatti di Padova hanno portato il nostro sport alla ribalta delle cronache nazionali, anche quelle di stampo generalista. Sfortunatamente, però, ad attrarre i grandi media non sono state mete da urlo, punteggi roboanti o nobili gesti di sostegno (dentro o fuori dal terreno di gioco), ma situazioni spiacevoli e sgradevoli (compreso lo sputo di Romulo Acosta a Massimo Cioffi) che anno dopo anno stanno attecchendo sempre di più anche sui campi della palla ovale. E che si insinuano più o meno silenziosamente tra i valori positivi che il rugby vanta fieramente – e a ragione – come tratto distintivo.

L’eco del “malessere” è arrivato anche da Belfast, dove nel corso della sfida tra Ulster e Racing 92, Simon Zebo, trequarti irlandese dei parigini e storica icona del Munster, ha lasciato intendere di essere stato apostrofato in malo modo, anche se non è dato sapersi esattamente in che termini (poco cambia, in realtà), da parte del pubblico del Kingspan Stadium.

L’ombra del tifo e degli atteggiamenti beceri da stadio, benché, fortunatamente, siano ancora lontani dall’oscurare anche parzialmente i raggi di sole valoriali che battono sui campi contraddistinti dall’H, inizia lentamente ad assuefare parte del pubblico sugli spalti, che tende a non scandalizzarsi più (o comunque sempre meno) per un’imprecazione  contro l’arbitro (o la squadra arbitrale) di turno, o per un insulto (di qualsivoglia sorta) nei confronti della compagine avversaria. Un problema che purtroppo si vive sempre più spesso la domenica anche negli impianti ‘minori’, in serie B, in C1 e in C2, dove l’aspetto ludico dovrebbe prevalere con estrema facilità, lontano da logiche e meccanismi quasi fisiologici del professionismo. Invece, scorrettezze in campo (pensiamo ad esempio al morso all’orecchio costato un lobo a un pilone della Pedemontana Livenza qualche settimana fa) ed uscite fuori luogo sulla gradinata non sono affatto fenomeni isolati.

“Mi sono stancato di sentir dire che il rugby è un’isola felice estranea alla società. Ne fa parte e come tale può risentire degli stessi meccanismi e non è immune da sbagli. Abbiamo grandi valori e continueremo a difenderli, senza far finta che i problemi non esistano. Tutto va gestito nel modo migliore”. Le parole sono di Marzio Innocenti, presidente del comitato regionale del Veneto, nel corso di un’intervista sulle colonne del Corriere del Veneto, togliendo quell’aurea d’infallibilità che circonda il mondo dell’ovale.

Gli episodi disdicevoli che hanno coinvolto Padova e Belfast e le condanne (sportive) che ne sono seguite e seguiranno non dovranno costringere ad una profonda riflessione solo i diretti interessati, ma anche tutti noi che frequentiamo questo meraviglioso mondo ogni settimana, affinché si faccia il possibile, anche attraverso i gesti più semplici, per mantenerlo, nonostante gli inevitabili intoppi di percorso e senza quella fastidiosa autoreferenzialità da cui è afflitto, il migliore possibile.

Matteo Viscardi

onrugby.it © riproduzione riservata
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