Come si vive il rugby in Giappone: la Top League (prima parte)

Il massimo campionato nipponico è una realtà piuttosto diversa da quelle europee. Cerchiamo di capirne di più

giappone

ph. Reuters

Quello che leggerete tra poco sarà il primo di tre articoli dedicati al Giappone, al suo massimo campionato nazionale e alla sua cultura così lontana e per certi versi impenetrabile agli occhi degli occidentali. È il nostro modo di accompagnarvi passo dopo passo alla Coppa del Mondo 2019, la prima oltre i classici confini di Ovalia. Il nostro trittico parte con una panoramica sul torneo nazionale giapponese, sulle sue peculiarità, l’utilizzo degli stranieri e le prospettive di crescita. 

TOKYO – La Top League è il massimo campionato di rugby a 15 in Giappone e, come qualunque altra cosa nipponica, il suo funzionamento e la sua struttura sono estremamente diversi da quello che siamo abituati a vedere nei tornei nazionali come Premiership o Top 14.

Forse molti non lo sanno ma in Giappone la tradizione rugbistica è di lungo corso, perché nell’arcipelago il rugby è giocato almeno dal 1866, ed è sempre stata legata a rivalità scolastiche o aziendali. Così è tutt’ora: non sono mai esistiti grandi club privati, mentre tutto è sempre ruotato attorno alle daigaku (università) e alle kaisha (aziende).

La Top League nasce nella sua forma moderna nel 2003, assorbendo il vecchio Japan Football Rugby Championship, allo scopo di incrementare lo standard generale e la popolarità di questo sport, ma soprattutto per migliorare i risultati della squadra nazionale. La prima stagione del 2003-04 comprendeva 12 squadre. Successivamente il campionato è stato esteso a 14 squadre nel 2006-07 e a 16 squadre nel 2013-14.

Le novità del 2018

L’edizione di quest’anno vede numerose variazioni, principalmente atte a far arrivare la nazionale al top della forma per il Mondiale, ed infatti molti dei top player non hanno preso parte all’inizio della competizione.
“Il nostro obiettivo è l’affermazione della nazionale tra le prime 8 del mondo alla prossima RWC “, ha dichiarato il presidente della League Masayuki Takashima.

Le novità principali riguardano il programma di gioco, ancora più breve del solito grazie alla creazione di due distinte conference, rossa e bianca. Generalmente la Top League si gioca da metà agosto a fine gennaio, mentre quest’anno sarà dal 31 agosto al 15 dicembre, per dare modo ai membri della squadra nazionale e dei Sunwolves, prima del lancio della stagione di Super Rugby 2019, di trovare la miglior condizione possibile per quello che si prospetta come un anno davvero decisivo per il rugby nel Sol Levante.

Altra misura adottata a partire da quest’anno, sempre allo scopo di dare più respiro ai giocatori chiave e al contempo di incrementare il livello generale, è un aumento del numero di stranieri ammessi sul campo. 
Quella degli stranieri è una questione che fa discutere in tutta Ovalia: in questo il Giappone non fa eccezione, consentendo ogni anno ad un numero sempre più elevato di stranieri di giocare nella Top League e nelle serie inferiori.

Prima del 2008 potevano esserci solo due stranieri per squadra in campo contemporaneamente.
 Nella stagione 2008-2009 si passò a tre, più la possibilità di avere un altro straniero ma che fosse asiatico, mentre in quella 2009-2010 uno dei tre stranieri in campo doveva giocare, o essere eleggibile, per la nazionale.
 Da quest’anno, le squadre potranno schierare cinque stranieri in campo nello stesso momento, più un altro straniero asiatico.

Sulla questione, ha speso parole importanti Akira Uehara, ex giocatore a livello universitario ed attuale presidente della Taisho Pharmaceutical, che sarà uno degli sponsor ufficiali per la Rugby World Cup 2019 ed è uno dei principali partner del rugby giapponese da 18 anni.

“Nella squadra del Giappone negli ultimi anni si è visto aumentare il numero di stranieri – ha detto Uehara – Alcuni dicono che questa non è una vera squadra giapponese, ma il mio punto di vista è che questi ragazzi hanno accettato il nostro Paese e la sua cultura ed ora stanno combattendo per il Giappone e per il suo onore. Anche se alcuni provengono da paesi diversi, capiscono lo spirito del Giappone. Questi atleti hanno dentro di loro lo spirito Samurai e lo vedo bene quando cantano l’inno nazionale. Nel team si respira un vero clima di «Uno per tutti, tutti per uno»”.

In continua crescita

La Top League è un torneo in continua crescita, in campo e fuori. Il fatto che tutte le squadre siano di proprietà delle grandi compagnie giapponesi, secondo Uehara, frena però la possibilità di una vera esplosione del rugby nel Paese che, ricordiamolo, al momento è ancora ben indietro non solo rispetto a sport tradizionali come il sumo e le arti marziali o allo sport nazionale che è il baseball, ma anche rispetto al calcio.

“Dobbiamo capire come trasformare la gente comune in fan del rugby – ha continuato Uehara – Si potrebbero rinominare le squadre della Top League, in modo che rappresentino maggiormente le regioni piuttosto che le società, come ha fatto la J-League (la massima divisione calcistica giapponese, ndr). Sappiamo tutti che i club di J-League sono di proprietà delle società ma, ad esempio, Mitsubishi Heavy Industries è diventata Urawa Reds e JR Furukawa è ora JEF United Chiba. È così che hanno guadagnato fan locali, e il metodo contribuisce alla promozione di tutto il movimento a livello regionale”.

La crescita del tasso tecnico della competizione è stata evidenziata dalle parole del capitano dei Toshiba Brave Lupus, Richard Kahui, uno dei tantissimi nomi eccellenti passati dalla Top League: “Quando sono arrivato qui (sei anni fa) c’erano quattro squadre che potevano vincere la Top League e praticamente tutto era già scritto. Ma ogni anno le squadre sono migliorate progressivamente ed ora ci sono un sacco di squadre che hanno tutte le capacità di sorprendere e battere anche le squadre più quotate, rompendo gli equilibri che fino a pochi anni fa sembravano essere certi”. A maggior ragione quest’anno, considerando il formato estremamente corto della competizione che non permette alcun passo falso, tutto sembra essere aperto.

Non mancano comunque i detrattori, come per esempio Nemani Nadolo. L’ala figiana, parlando della sua esperienza ai NEC Green Rockets (2011-2015) ha detto che “senza mancare di rispetto a nessuno, chiunque abbia due gambe e due braccia può giocare lì”.

Recentemente il patron di Tolone Mourad Budjellal si è espresso in maniera critica verso Dan Carter e la sua scelta di trasferirsi nel Sol Levante, dichiarando che l’ex fenomeno All Blaks ha rinunciato ad un palcoscenico importante come la Francia per andare a caccia di yen in un torneo dove “si disputano 10 match, 8 dei quali da giocare contro avversari con una gamba sola”.

Il mediano d’apertura campione del mondo nel 2015, però, la pensa diversamente. “Lo standard qui sta davvero migliorando in ogni stagione e si gioca ad una velocità molto elevata, è qualcosa a cui ho dovuto adattarmi – ha risposto Carter, che è stato anche spiazzato dal livello di interesse dei media e del pubblico, dicendo che si sentiva come se fosse ad un test match e che tutto fa ben sperare per il 2019 quando il Giappone ospiterà il Torneo Iridato.
”Questo paese è una vera sorpresa” ha concluso.

Roberto Neri

 

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