Il rugby neozelandese visto da Marco Bortolami

L’assistente allenatore del Benetton Treviso ha speso due settimane in Nuova Zelanda a contatto con gli staff di Crusaders e Highlanders: ci racconta com’è andata

ph. Ettore Griffoni

È difficile non essere attratti dalla Nuova Zelanda quando si lega la propria vita professionale al rugby. Studiare il sistema ovale più avanzato al mondo, conoscerlo dall’interno e (cercare di) capire i motivi dietro alla dilagante superiorità del movimento è un ambizione diffusa, a ragione. Dall’Italia negli ultimi anni sono partiti armi e bagagli alcuni tra i principali allenatori dell’Eccellenza come Filippo Frati e Umberto Casellato, e la stessa rotta ha seguito Marco Bortolami di recente.

L’ex seconda linea azzurro, tra gli assistenti di Kieran Crowley al Benetton Treviso, ha trascorso due settimane agli antipodi, e gli abbiamo chiesto di raccontarci le sue impressioni sulla sua esperienza. “Nella prima settimana sono stato con i Crusaders, quindi con tutto il loro staff: Scott Robertson, Ronan O’Gara… Nella seconda sono stato con gli Hurricanes, quindi con Chris Boyd e gli altri – spiega Bortolami – Sempre nella seconda settimana ho fatto un corso organizzato dalla Federazione neozelandese, con il loro dipartimento dell’high performance. Era dedicato a tutti i capi allenatori della Mitre 10 Cup, e c’erano anche alcuni ex giocatori con cui mi ero confrontato fino a qualche anno fa. È stato molto interessante”.

Quando si programmano viaggi del genere, è inevitabile porsi delle aspettative. “Volevo capire e imparare cosa hanno di diverso da noi e le differenze di performance tra i due emisferi, con un atteggiamento molto aperto e per mettere in discussione quello in cui credo e che ho vissuto. Ho avuto molte conferme e molte risposte, sono molto contento”.

Questione di approccio

Tra le conferme e le risposte, nello specifico, Bortolami ne indica due. La prima è che “qualcosa di non adatto al nostro rugby non c’è. Molte cose, soprattutto quelle tecniche, le facciamo alla stessa maniera, almeno noi a Treviso. Degli altri club non ho la percezione nel dettaglio. Ma per come sono strutturate settimane e allenamenti siamo simili”. Avere un head coach neozelandese al Benetton aiuta in questo senso: “Devo dire che Crowley ha portato da noi un format che loro utilizzano, quindi chi si aspetta di andare in Nuova Zelanda per scovare segreti tecnici rimane deluso”.

La seconda, più importante, è che “la differenza è quasi esclusivamente mentale. Questa capacità che hanno di rendere al 100% mentalmente amplifica il lavoro che fanno dal punto di vista fisico, tecnico, di singolo e di squadra”. La mentalità si intreccia inevitabilmente con la cultura sviluppata all’interno delle franchigie, ed è su questo aspetto che Bortolami individua forse il vero focus del lavoro.

“A livello di cultura, la cosa che mi ha stupito è la positività del lavoro, non pensavo fosse così esasperata. Soprattutto i Crusaders, ma anche gli Hurricanes hanno un approccio positivo a tutto quello che fanno. L’errore non esiste, ma non perché non lo commettono, ma perché non ne tengono conto: c’è solo un processo di apprendimento positivo. Questa metodologia, se applicata con consistenza, crea dei giocatori invincibili a livello mentale. Hanno la confidenza di poter raggiungere qualsiasi traguardo”.

Bortolami sostiene la sua tesi prendendo ad esempio un evento tanto eccezionale quanto chiarificatore, sebbene riguardi la più grande rimonta nella storia del Super Rugby. “Ho avuto la conferma di questo quando ho visto la partita tra Crusaders e Waratahs. I Crusaders perdevano 0-29 dopo 30′ e sono riusciti a vincere la partita 31-29, e credo che pochissime squadre avrebbero ribaltato un risultato così contro una squadra che metteva in campo così tanti nazionali australiani”.

“Questo approccio permette loro di esprimere con continuità tutte le loro qualità. Alla lunga, è un’arma incredibile. È qualcosa che dobbiamo assolutamente imparare”.

Chiedere come si acquisisce una tale positività è una domanda necessaria, pur se banale. “Nasce dal mini rugby, continua attraverso tutta la filiera perché è una cosa scientifica. Non è qualcosa di calato da una qualsiasi potenza superiore, è un approccio sistematico”.

“Nei due giorni di corso, il 95% verteva sull’aspetto mentale e sulla gestione mentale del gruppo e su come dà fiducia e positività ai giocatori. Anche tra di loro c’è chi lo fa meglio e chi lo fa peggio, però ho sentito dentro di me che è una cosa studiata e fatta con grande consistenza”.

“Me lo ha confermato anche O’Gara, quando avevamo parlato delle differenze rispetto alla Francia, dove lui era stato (al Racing, ndr)”. Che sono tante. “Ma questo non mi stupiva” – precisa Bortolami. “La cosa incredibile è proprio questa positività. Io l’ho sentita fin da subito, ti dà grande forza e potenza”.

Potere al giocatore

A proposito di O’Gara: delle conversazioni con l’irlandese, trapiantato momentaneamente nell’Emisfero Sud per allenare i trequarti dei Crusaders, Bortolami ci offre qualche altro spunto su come i giocatori vengono seguti da quelle parti del mondo. La risposta è esemplificativa del nuovo significato che col tempo ha assunto il verbo ‘allenare’.

“I giocatori vengono messi in condizioni di gestire gran parte del lavoro. Sono loro a presentare le riunioni, sono loro a decidere molte cose e a condividere i processi decisionali. Devo dire che questa è una cosa che stiamo facendo anche noi a Treviso e i risultati stanno pagando. È chiaro che lì lo fanno fin da quando i ragazzi sono piccoli, per cui tutto è amplificato. Quest’empowerment, quindi dare forza ai giocatori e far sì che ci si fidi di loro, sviluppa leadership, capacità di risolvere i problemi in tempo reale durante le partite ed è assolutamente vincente.

Se da una parte ci sono Crusaders e Hurricanes, dall’altra invece ci sono Leinster, Racing, Tolone, Scarlets o Munster. Bortolami spiega al meglio le differenze tra le due fazioni. “Probabilmente le squadre europee hanno un organico leggermente superiore, perché hanno rose più grandi e più attrezzate rispetto ai Crusaders, per esempio. A livello di gioco, invece, le franchigie neozelandesi giocano con una spregiudicatezza e una fiducia che li mette in una condizione di maggiore forza mentale rispetto a come siamo abituati qui in Europa. Puntano a segnare più punti dell’avversario”.

“Sono due stili diversi. Poi durante le Coppe del Mondo, quando il gioco si fa duro per tutti, questi stili si avvicinano un po’ di più: le squadre dell’Emisfero Nord giocano di più, quelle dell’Emisfero Sud prediligono anche il gioco tattico. Ci sono degli aspetti fondamentali in ogni caso, che valgono sia a Nord sia a Sud”.

Terze linee che diventano seconde

Parlare con Bortolami presenta l’occasione anche per chiedergli di una tendenza molto evidente di fatto solo in Italia, in particolar modo al Benetton Treviso: la penuria di seconde linee pure e l’insistenza con cui le terze linee diventano di fatto degli all rounder del gioco. “Credo che il gioco vada in una certa direzione, quindi soprattutto gli avanti devono saper fare tutto bene. Giocare con cinque terze linee e non con due seconde e tre terze ha un suo valore. È chiaro che una seconda linea di ruolo può portare un certo tipo di fisicità, soprattutto in alcune partite e in alcune condizioni atmosferiche può dare qualcosa in più. Penso comunque che un buon terza linea, con la giusta fisicità, possa assolutamente giocare in quella posizione lì”.

“C’è poi la specificità del ruolo per esempio riguardo alla rimessa laterale, che magari poche terze linee hanno nelle loro corde. Devo dire che almeno a Treviso, tuttavia, abbiamo avuto Dean Budd che ha fatto diventare quest’area di gioco uno dei suoi punti forti nel giro di dodici mesi. E come lui anche Ruzza, Barbini o Whetu Douglas”.

La conclusione di Bortolami guarda anche oltre: “Nel rugby di oggi sono discorsi un po’ riduttivi. E ti dirò di più: probabilmente andando avanti vedrete anche dei centri giocare in terza linea, come abbiamo fatto con Alberto Sgarbi, perché in alcune partite può essere un valore aggiunto. Non una necessità, ma una strategia. Bisogna essere creativi nel nostro sport, e per raggiungere obiettivi e risultati dobbiamo esserlo più dei nostri avversari”.

Daniele Pansardi

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