Un mediano che passa, un’ala che attende. Mauro Zaffiri nel ricordo di Marco Pastonesi

” Un piccoletto – capelli neri, sopracciglia nere, baffi neri, pelle scura, modi spicci, esclamazioni forti – capace di tenere in riga otto energumeni”

grafica di DesX

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Mauro Zaffiri è morto. Le cattive notizie ti raggiungono sempre e comunque e dovunque. Stavolta è una riga in un sms. Mi trafigge come se fosse una pugnalata. Rimango secco, intontito, insensibile, in apnea. Poi torno al mondo. Ma è diverso. Diverso io, diverso anche il mondo.

 

Mauro Zaffiri è morto. Avevamo giocato insieme nell’Interforze Napoli, la squadra dell’Esercito, campionato di serie B, campo Albricci, all’Arenaccia, inaugurato nel 1923 con una corrida, poi consacrato al ciclismo (anche Coppi) e al rugby (Partenope e Interforze), e dedicato anche al calcio, anzi, ai calci, quelli di Marcello Martone, che avrebbe dovuto allenarci, e invece ci diceva di fare quello che volevamo, e intanto piazzava da metà campo.

 

Mauro Zaffiri è morto. Poco tempo trascorso insieme, perché mentre lui finiva la naja, io la cominciavo. Ma quel poco era stato sufficiente. Lui mediano di mischia, io trequarti ala. Il pallone che lui apriva, a me non arrivava quasi mai. Però mi bastava l’idea, l’intuizione, la voglia. Il resto, amen. E mi piaceva la sua autorità, la sua decisione, la sua sapienza. Comandava il gioco, a gesti, a sguardi, a passaggi, a parole. E l’accento aquilano ne ingigantiva toni e volumi. Un piccoletto – capelli neri, sopracciglia nere, baffi neri, pelle scura, modi spicci, esclamazioni forti – capace di tenere in riga otto energumeni.

 

Mauro Zaffiri è morto. Lo ripeto, lo riscrivo, lo rileggo, per crederci, per convincermi, per arrendermi, per rassegnarmi. C’era stata un’intesa a prima vista, fra noi due. Sono cose che succedono e che non si spiegano, che non devono neppure essere spiegate, perché il bello sta proprio perché succedono, un legame, un’intesa, una connessione, senza un preciso perché. Poi il perché forse lo trovi. Compagni, eravamo, e non solo di squadra. Era quello, allora, un segno di appartenenza, uno stile di vita, un modo di essere, un senso di esistenza. Era quello, allora, anche una forma di garanzia, un punto di riferimento, un segnale di onore, una possibilità di sostegno. E sostegno è, per tutta Ovalia, una parola magica.

 

Mauro Zaffiri è morto. Ci siamo ritrovati, ci siamo rivisti, ci siamo riabbracciati. Come se il tempo non avesse tiranneggiato sui nostri volti, non avesse infierito sulle nostre vite, non avesse interrotto la nostra intesa. Il rugby, rispetto a tutti gli altri sport, regala proprio l’inossidabilità dell’amicizia, l’integrità della solidarietà, lo splendore della complicità. Perché non c’è nulla come il rugby più vicino alla guerra, anzi, alla Grande Guerra: giocare insieme è come essere stati nella stessa trincea, avere indossato la stessa divisa, avere rischiato le stesse pallottole o bombe, avere subito gli stessi attacchi o assalti, avere provato le stesse paure o lontananze.

 

Mauro Zaffiri è morto. E non è il primo di quella Compagnia atleti, non è il primo dei miei compagni di squadra, non è il primo dei miei amici ovali. Sembrava invulnerabile, implaccabile, addirittura immortale. E invece. Sapevo che c’era, e tanto mi bastava per rassicurarmi, prima o poi quel pallone che lui aveva aperto mi sarebbe arrivato, e poco importa se quella partita è finita quarant’anni fa, perché ci sono altre partite, tutti i giorni, senza l’obbligo di entrare in campo, perché in campo ci siamo sempre. Invece adesso so che lui non c’è, e che non c’è più, e la sua maglia è come se fosse stata ritirata per sempre.

 

Mauro Zaffiri è morto. Ma lui, e tutti gli altri con cui abbiamo giocato insieme, ogni volta che saranno ricordati, anche in un’immagine, o in una parola, o in una foto, ritorneranno in campo.

di Marco Pastonesi

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