Una riforma lampo: il Sudafrica nel Pro14, tra nuovi introiti e competitività

Un’occasione troppo ghiotta per lasciarla fuggire. La svolta verso sud vale la candela?

cheetahs currie cup super rugby

ph. Action Images via Reuters / Jeremy Lee

Di un possibile allargamento del Pro12 si parlava già da mesi, se non da anni. Del resto, come ha sottolineato il CEO Martin Anayi nella giornata di martedì, “l’espansione è nel DNA del campionato”. Dopo la creazione di una lega scozzese, gallese e irlandese e dopo l’inclusione di due franchigie italiane nell’ormai lontano 2010, il passaggio ad un Pro14 con due sudafricane in effetti non desta nemmeno troppe sorprese, soprattutto se si considera la possibilità di incrementare i ricavi, tant’è che ad un certo punto il board celtico aveva sondato addirittura la disponibilità della Federazione tedesca per un’eventuale ingresso nel torneo. Fino ad inizio giugno, in realtà, tutti gli indizi sembravano portare verso l’apertura di un fronte celtico negli Stati Uniti, i cui rappresentanti avevano incontrato a più riprese proprio Anayi tra settembre 2016 e lo scorso febbraio. Le discussioni erano andate talmente avanti tanto da definire anche una prima bozza di format, con due Conference per semplificare il calendario e soluzioni logistiche per condensare le trasferte dall’altra parte del mondo. E le sedi? Due le zone identificate: Houston e l’area tra Boston e New York.

 

 

Le notizie sull’allargamento verso gli States si sono susseguite ad intervalli regolari fino ad un paio di mesi fa, con un crescendo di dettagli che faceva pensare ad un annuncio ufficiale più o meno imminente delle parti. In maniera piuttosto repentina e opportunistica, invece, il management del Pro12 ha mollato la preda iniziale e si è lanciato sulle franchigie sudafricane dei Kings e dei Cheetahs, che da lì a poco sarebbero state escluse dal Super Rugby nell’ambito della riforma del torneo dell’Emisfero Sud (da 18 a 15 squadre). Era il 2 giugno quando scrivevamo di un interesse del Pro12 per i soli Cheetahs, ma appena il 3 giugno quando l’affare era stato già ampliato alla franchigia di Port Elizabeth e sembrava già essere ben indirizzato. Un cambio di rotta risoluto da parte del board celtico, che ha presumibilmente saputo sfruttare anche il malcontento delle due società tagliate dal Super Rugby per varare una riforma con tempistiche molto poco anglosassoni, partorita, completata e ufficializzata nel giro di pochissimi mesi (tre, stando alle parole di Anayi) tenendo in stallo anche le altre squadre celtiche per quanto riguarda maglie, sponsor, abbonamenti e quant’altro. E ‘costringendole’ a dover aspettare addirittura il prossimo 7 agosto per scoprire il calendario delle prime tredici giornate, a causa delle trattative in corso con i vari broadcaster nazionali (a proposito: in uno dei comunicati diffusi ieri, tra i broadcaster citati perché coinvolti nelle contrattazioni non ne figura nessuno italiano).

 

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La struttura del nuovo Pro14: due Conference, ventuno giornate e sei posti per i playoff.              La vincitrice di ciascuna Conference andrà direttamente alle semifinali, mentre le seconde e le terze si affronteranno in un barrage.

 

Il gioco vale la candela?

Il fascino della rivoluzione potrebbe avere certamente un effetto positivo sulla competizione nel breve termine. Del resto, è pur sempre la prima volta in cui club europei e club dell’Emisfero Sud si affronteranno in un torneo della lunghezza di un anno e si potranno confrontare settimana dopo settimana. Ma a prescindere dall’aspetto sportivo, su cui ritorneremo più avanti, non c’è dubbio che il più grande successo di Martin Anayi e soci potrebbe essere dal punto di vista economico, con nuovi introiti provenienti dai diritti tv (si parla di circa 500.000 sterline in più per ogni club) e da eventuali nuovi sponsor sudafricani. Per la lega più ‘povera’ tra quelle del Vecchio Continente, in grande difficoltà nell’aumentare il proprio giro d’affari negli ultimi anni, si tratta senza dubbio di una notevole boccata d’aria per le proprie casse, sebbene Top 14 e Premiership rimangano sempre a distanza siderale.

 

Qualche perplessità rimane invece dal punto di vista prettamente sportivo, ovvero in termini di competitività delle due squadre. Del resto, ci ritroviamo a parlare pur sempre dell’11esima e della 13esima squadra del Super Rugby 2017 e della quarta e della quinta franchigia sudafricana in termini di risultati, all’interno di un movimento che con non poca fatica sta cercando di ricostruire una propria credibilità dopo un imbarazzante 2016. Non si tratta nemmeno del meglio a livello nazionale, insomma. Pare difficile, considerando gli standard delle migliori franchigie del Pro12, che i Cheetahs o i Kings possano dare battaglia per avvicinarsi alle posizioni di vertice e, anzi, stando così le Conference sembra improbabile una loro qualificazione ai playoff. L’ingresso di due franchigie provenienti dal Super Rugby (campionato dai ritmi vivaci e con tanto spettacolo) invece potrebbe migliorare ulteriormente gli ottimi valori del torneo per quanto riguarda il Positive Rugby, una serie di statistiche compilate da World Rugby su aspetti a cui il governo mondiale sta dando grande importanza negli ultimi anni. E in alcune di queste la lega celtica presenta gli indici più elevati in Europa: Ball in Play Time (38m 55s), media di passaggi per partita (307), più alta percentuale di palloni giocati da mischia (59%) e minor numero di punizioni concesse a partita (18).

 

 

Se economicamente l’ingresso delle sudafricane nel Pro12 risulterà redditizio e potrebbe continuare ad esserlo anche in futuro, dunque, lo stesso non si può affermare (o quantomeno non con la stessa certezza) anche per quanto riguarda i valori in campo, posto che rispetto all’avventura italiana quella sudafricana presenta decisamente molte garanzie in più anche sul medio/lungo termine. Quel che è certo, inoltre, è che potremo ammirare più da vicino alcuni giocatori molto interessanti come Ox Nché (pilone 22enne dei Cheetahs), Raymond Rhule (ala 24enne dei Cheetahs) e Lionel Cronjé (mediano d’apertura dei Kings, capace di questi numeri). Tanta curiosità anche per capire come le due franchigie si adatteranno al clima e all’autunno/inverno delle isole britanniche e dell’Italia continentale, che offriranno condizioni meteorologiche piuttosto diverse rispetto a quelle di Bloemfontein (dove si porrà il problema opposto per le europee e per gli stessi Kings, visti i 1,395 metri di altitudine) e di Port Elizabeth. Sempre che le due “straniere” non giochino tutte le partite a Londra e considerando che la squadra dell’ultimo Super Rugby difficilmente continuerà la propria stagione.

 

 Un piccolo assaggio di Ox Nché.

 

E gli Stati Uniti?

Le trattative tra il fu Pro12 e i dirigenti di Usa Rugby erano troppo avanzate per essere state accantonate definitivamente. Questo scossone estivo non dovrebbe pregiudicare i futuri piani di continuo allargamento della competizione celtico-italo-sudafricana. Un primo indizio, del resto, è offerto proprio dal comunicato con cui si annunciava ufficialmente l’ingresso di Cheetahs e Kings: “The Championship […] marks the first phase of expansion as the Guinness PRO14 becomes a truly global tournament”. Se dovessimo interpretare letteralmente, giungeremmo facilmente alla conclusione che ad “una prima fase di espansione” ne seguirà anche una seconda. L’espansione verso il Sudafrica era un’occasione fin troppo ghiotta da lasciarsi scappare, sia per gli introiti che per il fuso orario favorevole con le due città dell’Emisfero Sud, ma l’idea States potrebbe non essere tramontata. I dubbi sono comprensibilmente maggiori rispetto alla Rainbow Nation per tutta una serie di motivi (competitività, fuso orario, fan base e investitori), che possono smorzare l’entusiasmo per un eventuale sbarco Oltreoceano nonostante la crescita della palla ovale nella terra a stelle e strisce. Ma potrebbe essere solo questione di tempo.

 

di Daniele Pansardi

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