Dai campi di concentramento al Rugby Reggio: Ovilio Montanari, una vita in salita

A 92 anni si è spento il fondatore del club emiliano, con il rugby già intriso nel nome. Il ricordo di Marco Pastonesi

ovilio montanari

ph. Rugby Reggio

Il 9 settembre del 1943 era a Roma. Lui e altri. Una retata. I nazisti li misero con le spalle rivolte al muro e le mitragliatrici puntate al cuore. La richiesta: passare dalla loro parte. La risposta: no. Nessuno di loro cedette, nessuno di loro fece un passo avanti, o indietro, nessuno di loro fu neanche tentato dal tradimento. Vennero catturati, sbattuti su un treno, deportati in Germania, fra campi di lavoro e campi di concentramento. Ovilio sopravvisse, ritornò, e la prima cosa che fece fu fondare il Rugby Reggio. Da qualche parte bisognava pur ricominciare. Un elogio all’ovale. Un inno alla vita. Una rinascita, un risorgimento, una rifondazione, una resurrezione comunitaria. Un kick off.

 

Mercoledì sera è morto Ovilio Montanari. Aveva passato i 92 anni, e gli era passata anche un po’ di quella voglia di vivere che lo aveva aiutato a tirare avanti durante la guerra e la prigionia: un’ernia, qualche complicazione, si è lasciato andare e si è spento così. La sua era stata una vita in salita: se fosse stato un corridore, sarebbe stato come partire ai piedi del Gavia. Ma era rugbista, anche quando non lo sapeva, quando non poteva neppure immaginarlo. Perso il padre partigiano, assassinato durante un eccidio sull’Appennino alla fine della guerra, Ovilio si fece in quattro per aiutare la madre e le tre sorelle: da garzone di un fornaio a dipendente pubblico, con quella fissa per il rugby. La squadra, nel 1946, fu battezzata Sempre Avanti, un omaggio più al partito dei socialisti che non al pacchetto della mischia. Conoscenze poche (l’evangelista era Giuseppe Sessa, che veniva da Milano), passione tanta, soldi zero. La prima muta era neroverde, solo perché era quella che costava meno, tant’è che non era da rugby e neanche da calcio, ma da football americano. Quando finalmente si recuperò qualche lira, si riuscì ad acquistare una muta di maglie rossonere.

 

Ovilio – un nome che fatalmente ha il pallone ovale nella sua radice – giocava fra gli avanti dei Sempre Avanti, preferibilmente tallonatore, ma all’occorrenza (e lo stato di necessità regnava sovrano) in qualsiasi ruolo della mischia. La prima partita a vent’anni passati da un pezzo, l’ultima a cinquanta appena suonati: il secondo tempo di un match a Viadana, su un prato d’erba vicino all’argine, quando i reggiani, ai viadanesi, facevano da pionieri, da apostoli, da missionari. Poi Ovilio è sempre rimasto nel Rugby Reggio, un ovile, appunto, perché da certi amori non ci si allontana più, mantenendo però le stesse regole per gli stessi valori: rispetto, disciplina, spirito. E così si è sempre battuto: fuori dal campo, organizzando cene anche il sabato prima della partita, e sul campo, insistendo sui fondamentali, il passaggio per il mediano di mischia, il calcio per il mediano di apertura, il lancio per il tallonatore. La semplicità come modo di essere, e non solo come metodo di insegnamento e come tecnica di apprendimento.
Oggi pomeriggio, a Reggio Emilia, Ovilio Montanari ha avuto il suo funerale. Conoscendolo, avrebbe di gran lunga preferito un terzo tempo.

 

di Marco Pastonesi

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