Dalla Scozia alla Romania, senza scalo in Italia: intervista a Massimo Cuttitta

Paesi che crescono, altri che faticano e mischie non più dominanti. “Mouse” a 360°

massimo cuttitta

ph. Sebastiano Pessina

Dopo sei anni trascorsi trascorsi in Scozia come allenatore della mischia e consulente federale, Massimo Cuttitta ha intrapreso diverse esperienze in giro per l’Europa. L’ultima lo ha portato a Bucarest, dove anche grazie al suo lavoro la Romania ha conquistato il Rugby Europe Championship 2017. Assieme a “Mouse”, 69 caps internazionali con l’Italia, siamo partiti proprio dalla partita contro la Georgia, arrivando poi a parlare della crescita della Georgia, di staff tecnici specializzati, di rapporti con l’Italia e Treviso.

 

 

Massimo, parlaci della tua esperienza in Romania. Da quanto va avanti e in cosa consiste?

E’ iniziata da tre settimane e abbiamo fatto insieme all’incirca sei allenamenti. Sono partito dalle basi, dall’ABC della mischia ordinata: l’obiettivo è quello di dare un metodo di lavoro e allenamento, di dare qualcosa che resti nel tempo. Devo dire che i ragazzi stanno imparando velocemente. Poi c’è la gioia della vittoria della partita e del titolo finale, importante anche in ottica qualificazione al Mondiale.

 

 

Mettere sotto la mischia della Georgia non è cosa facile….

Sapevamo che sarebbe stato difficile, la Georgia ha una mischia che può mettere in difficoltà chiunque, ma sono contento perché i ragazzi in campo hanno fatto ciò che abbiamo chiesto loro. E’ facile allontanarsi da un nuovo sistema e tornare alle vecchie abitudine, tanto più dopo pochi allenamenti. Ma hanno da subito creduto nel lavoro proposto e forse è questa la cosa che fa più piacere: sono persone umili, aperte al cambiamento e con tanta voglia di imparare e migliorare.

 

 

Cosa manca a queste squadre per competere ad un livello più alto?

A livello di forza pura e fisicità sia Romania che Georgia non hanno nulla da invidiare alle altre nazionali. Bisogna lavorare sui dettagli, sulla tecnica e su aspetti correlati al lavoro in campo ma ormai fondamentali, come la video analisi in allenamento. Sono giocatori che devono essere limati e migliorati tecnicamente, ma le cose più importanti le hanno: voglia di migliorare, potenziale e umiltà. E’ stato davvero un buon inizio, abbiamo messo una base importante per il futuro. I tifosi erano davvero al settimo cielo, non esagero se dico che il paese era in delirio. E’ gente che ha tanta fame, ora però serve un metodo.

 

 

Il tuo ruolo con la Romania proseguirà?

Dopo che il mio lavoro con la Scozia è terminato, le offerte non sono mai mancate, né allora ne adesso. Certo mi piacerebbe continuare a lavorare con questo gruppo, perché il potenziale è davvero alto e credo che si possa arrivare in alto. Intanto continuo a collaborare con il Jersey, squadra di Championship. Comunque l’impegno con la Romania richiede relativamente poco tempo e solo durante le finestre internazionali, quindi la possibilità per fare altro c’è. Farò le mie valutazioni in base alle offerte.

 

 

Ci sono stati contatti con la FIR?

Prima del Sei Nazioni avevo dato anche la mia disponibilità se ce ne fosse stato bisogno. Mi sono fatto avanti per dare una mano, tra l’altro gratuitamente. Ho giocato 69 partite con l’Italia e vedere la mischia che soffre fa male, anche perché fino a poco tempo era una delle più forti e temute al mondo, mentre sabato contro il pack scozzese senza i vari Nel e Dickinson…E attenzione, non si tratta di portare via il posto a nessuno.

 

 

Di cosa si occupa un consulente e come è strutturato il suo lavoro?

Un consulente non è un allenatore full time, ma una persona che affianca lo staff permanente portando la propria competenza. L’allenatore della mischia della Romania è Marius Tincu, non sono io, però ormai tutte le squadra di alto livello hanno tanti collaboratori oltre allo staff. E questo vale soprattutto per la mischia, i cui compiti si sono moltiplicati negli ultimi anni tra fasi statiche e gioco aperto: per questo molti pensano che un consulente non a tempo pieno che si dedichi esclusivamente alla mischia ordinata sia importante. Poi ci si confronta, si collabora, si impara l’uno dall’altro…Il rugby che ho conosciuto è fatto così. Ma ripeto, non voglio prendere il posto di nessuno, e non ho problemi a trovare chi apprezzi il mio lavoro e il mio curriculum. Anche perché la mischia è qualcosa che si può aggiustare in modo relativamente veloce, adesso serve conoscere e allenare un sistema che aiuti il pilone destro, su cui ora c’è ancora più pressione. Basta lavorarci.

 

 

Contatti con le franchigie?

Mi ero incontrato con Kieran Crowley e Antonio Pavanello, avevamo trovato anche l’accordo economico. Poi è saltato tutto.

 

 

Pensi ci siano delle resistenze nei tuoi confronti?

Questo non lo so, ma posso dire che gli aspetti politici non mi interessano per niente, è il campo a dimostrare se una persona vale o meno. Una cosa però è oggettiva: buone o non buone che siano, ad oggi ho potuto mostrare le mie qualità solo all’estero, tra l’altro allenando squadre che sono state, sono e saranno avversarie dell’Italia. E tutto è iniziato grazie alla fiducia che mi ha dato la federazione scozzese. Mio fratello Marcello alle ultime elezioni ha appoggiato una corrente alternativa all’attuale Presidenza, ma questo fa parte della vita. I fratelli Cuttitta hanno fatto solo del bene al rugby italiano, e così tutti gli ex Azzurri che a volte esprimono la propria opinione: un diritto che si sono conquistati sul campo. Non dimentichiamo che se oggi siamo nel Sei Nazioni, se i nostri giocatori possono giocare ed esprimersi ad un livello così alto sportivamente e mediaticamente, è perché qualcuno l’ha conquistato con sacrificio in passato: noi giocatori in campo e straordinari dirigenti fuori, come il compianto Sandro Di Santo. Negli altri paesi gli ex giocatori parlano tantissimo, quante volte sui giornali anglosassoni leggiamo interviste di ex internazionali che danno la propria opinione sui temi più diversi…

 

 

Hai citato la Scozia. Cosa pensi del Sei Nazioni della tua ex squadra?

Penso che è un lavoro iniziato dieci anni fa con Robinson, portato avanti da Johnson e di cui Cotter sta raccogliendo i frutti. Ho allenato tantissimi dei giocatori in campo in questo Sei Nazioni, chi nelle Academy chi già nelle franchigie, e fa davvero piacere avere la conferma che lavoro e programmazione pagano sempre.

 

 

La chiave del successo scozzese in cinque righe.

In Scozia lavoravo con le due franchigie, con le Academy, con i club domestici, affiancavo i tecnici dell’Under 18 e dell’Under 20, tenevo corsi di aggiornamento per i tecnici della mischia…E così l’allenatore della difesa, della skills, e via dicendo. Quando penso ad un progetto in cui tutti vanno nella stessa direzione, in cui tutti fanno le stesse cose condividendo un metodo di lavoro, penso a quanto fatto dalla Scozia. Nel suo primo anno di Pro12 la Benetton è finita terzultima davanti a Glasgow. Oggi i Warriors sono ai quarti di Champions Cup e hanno vinto un Pro12.

 

 

Perché secondo te?

Rispondo con una domanda. Da quando siamo entrati nel Sei Nazioni, quanti allenatori italiani si sono imposti facendo la differenza e facendo parlare di sé ad Alto Livello? La differenza tra noi e la Scozia sta tutta lì: la nostra Federazione non ha fatto crescere i nostri allenatori, la Scozia invece ha portato avanti entrambe le strade. Ma si può rimediare, portando tecnici di alto profilo e facendoli affiancare da giovani tecnici italiani. Non mi piace sentir dire che non abbiamo bravi trequarti, è troppo facile, è una giustificazione: nessuno nasce imparato, il ruolo di un allenatore è migliorare i giocatori. Il successo di un giocatore è il successo di un allenatore.

 

di Roberto Avesani

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