Il William Webb Ellis della Magna Grecia, il Gareth Edwards della Sicilia, il Piri Weepu della Trinacria

Marco Pstonesi ricorda Arturo Sciavicco, padre del rugby messinese e siciliano

palla rugby fango

ph. Henry Browne/Action Images

Giocava a pallone: rotondo. Finché non provò a giocare con un altro pallone: ovale. Non fu un’emozione, ma una rivelazione. E un amore. Un amore a prima vista, a primo tatto, a primo olfatto. Il primo maestro fu suo fratello Emilio, otto anni e infinite conoscenze di più. Per esempio: come passare il pallone. Forte, teso e, possibilmente, veloce, come scritto su un manuale del rugby, copertina gialla, edito dalla Sperling & Kupfer. E la prima partita fu contro quelli dell’Amatori Catania: pressato da un avversario molto più smaliziato, per paura di essere catturato trasmise il pallone in tuffo. E con quel gesto istintivo e acrobatico stupì tutti: compagni, avversari e se stesso.

 

Da quel giorno Arturo Sciavicco non ha fatto altro che passare palloni e, insieme con i palloni, anche la sua scienza e la sua passione per il rugby. Ieri ha passato il suo ultimo, finale, estremo pallone. Aveva ottant’anni. Era il William Webb Ellis della Magna Grecia, il Gareth Edwards della Sicilia, il Piri Weepu della Trinacria. Mediano di mischia, allenatore, dirigente, segretario, infine presidente onorario del Messina. Tutto. Ma confinarlo lì, fra l’Arsenale e lo Sperone ed eccezionalmente il Celeste, sarebbe un sacrilegio. Perché non c’è stato siciliano che non sia passato attraverso di lui: una scoperta, una intuizione, un sostegno, e un tesserino, una maglia, un referto, e un sorriso, un racconto, un ricordo. E anche sul continente si è avuto il privilegio di conoscerne la nobiltà dell’animo e la generosità del rugbista.

 

Quella volta che i Neath gallesi furono dirottati da Catania a Messina, videro il campo (era l’Arsenale, pietroso), dichiararono di non poter giocare in condizioni così disgraziate, ma poi accettarono di disputare almeno il terzo tempo, e così fu. Tutte quelle volte che Arturo riempiva la sua Punto di ragazzini, palloni e maglie, li scaricava al campo (era lo Sperone), dirigeva l’allenamento, poi ricaricava tutti sulla sua Punto e li consegnava alle mamme, preoccupatissime. Quella volta che, complice un Giro d’Italia che faceva tappa a Messina, Arturo incontrò Candido Cannavò e i due si abbracciarono come se avessero fatto insieme le elementari o la guerra, la verità è che avevano le stesse radici e lo stesso spirito, formidabile, per lo sport e l’avventura. Quelle volte, cioè sempre, in cui Arturo doveva fare i conti con le casse vuote, che però erano compensate, equilibrate, insomma riempite da una passione incalcolabile e infinita. E quelle ultime volte, adesso, in cui al telefono Arturo mi giurava che stava continuando a combattere la sua imprevista partita, contro un avversario – il cancro – sporco e cattivo, e poi aggiungeva, quasi per rassicurare, che non avrebbe mai mollato. Rugbisti si nasce, rugbisti si diventa, e comunque rugbisti si rimane. Tutta la vita. Anche nel momento della morte, che in fondo è l’apogeo, l’apoteosi, l’apologia della vita. Piccolo grande Sciavicco. Si trattava di amore, il nostro, e non sai quanto. E se è vero che è il rugby lo sport che si gioca in paradiso, allora sei già stato premiato.

I funerali si tengono oggi, mercoledì 25 gennaio, alle 16, a Messina, nella Chiesa di Santa Maria di Gesù di Provinciale.

 

Marco Pastonesi

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