Dodici mesi di palla ovale: cosa ci lascia il 2016 del rugby

L’invincibile Inghilterra, la favola Connacht e l’oro delle Fiji. E, ovviamente, le partite di Chicago e Firenze

rugby 2016

ph. Sebastiano Pessina – Reuters

La palla ovale sta rotolando verso il nuovo anno, lasciandosi indietro un 2016 ricco di spunti, eventi a suo modo storici e dei consueti alti e bassi tipici dell’Italia e del suo movimento, oltre che a delle modifiche nelle gerarchie a livello mondiale. Come spesso accade in un’annata post Coppa del Mondo, inoltre, il nuovo quadriennio ha portato ad una rivisitazione del regolamento di gioco e a maggiori esperimenti; la stessa World Rugby, il massimo organismo internazionale, sembra aver approcciato strade diverse dal punto di vista politico, nell’ottica di favorire l’armonizzazione dei calendari e di tutelare le nazionali minori. Per gran parte di Ovalia – squadre e istituzioni che siano -, insomma, il 2016 ha rappresentato soprattutto il punto di partenza per i propri progetti futuri, che già dal 2017 potrebbero dare risposte più concrete. Passiamolo in rassegna.

 

 

Firenze

La prima cosa che i tifosi italiani (e forse anche sudafricani) ricorderanno di quest’anno è certamente la vittoria di Firenze contro gli Springboks. Di fatto, una delle pagine più belle della storia del rugby italiano e una vittoria arrivata grazie all’abilità di mettere in pratica un piano di gioco difensivo e offensivo studiato a tavolino nei minimi dettagli. Ottanta minuti che hanno suscitato un entusiasmo sportivo e mediatico come non se ne vedeva da tempo e di cui la palla ovale italiana aveva un estremo bisogno.

 

 

Rovigo, 26 anni dopo

Dopo le tante delusioni e le tre finali perse negli ultimi anni, lo scudetto è tornato in Polesine grazie al successo contro Calvisano nel remake della terribile (per i tifosi rossoblu) finale dello scorso anno (e dell’altro ancora). Un successo attesissimo da parte della piazza e della società, che a dicembre 2015 aveva affidato un po’ a sorpresa le chiavi a coach McDonnell, che non ha fallito l’obiettivo dichiarato di Viale Alfieri: vincere subito e comunque.

 

 

Chicago, quando gli All Blacks si scoprirono vincibili

Di fatto la partita de Soldier Field è entrata nella storia del rugby irlandese ma non solo. I lanciatissimi All Blacks, che inseguivano il record di vittorie consecutive, si sono dovuti inchinare a cospetto dell’Irlanda di coach Joe Schmidt: quadrata, cinica e terribilmente aggressiva. Un 40-29 inatteso ma che ha dimostrata l’umanità dei tutti neri. Una vittoria importante anche in chiave tour dei Lions 2017: qualcuno intanto è riuscito a batterli.
Ma nonostante il passo falso, gli All Blacks hanno dimostrato di essere ancora i numeri uno al mondo per tantissimi motivi: qualità e profondità della rosa, capacità di dare ruoli importanti ai giovani nel momento giusto, abilità nel trovare sempre nuove soluzioni per battere le difese avversarie. I numeri uno e di gran lunga, in attesa del confronto con i Lions.
Per l’Irlanda invece, il successo è stato la ciliegina sulla torta del lavoro di coach Schmidt e, in generale, dello straordinario potenziale dell’isola verde nel formare giovani talenti. Un movimento che dimostra di essere in splendida salute.

 

 

Gli invincibili inglesi

Cinque partite del Sei Nazioni, il test match contro il Galles di fine maggio, il trittico di successi in Australia e il poker nella finestra internazionale di novembre. In totale fanno tredici vittorie (soltanto una in meno degli All Blacks versione 2013) e zero sconfitte per un’Inghilterra rigenerata dalla gestione Eddie Jones, come scritto più volte nel corso degli scorsi mesi. Il ct australiano si è ritrovato tra le mani quello che probabilmente è l’incarico più complicato della sua ventennale carriera, ma le abilità da stratega e da comunicatore hanno attecchito fin da subito in una rosa depressa e scarica dal punto di vista motivazionale come quella inglese, uscita a pezzi dal Mondiale casalingo. Dodici mesi dopo, l’Inghilterra è passata dal settimo al secondo posto nel ranking ma soprattutto è diventata la potenziale anti-All Blacks (oltre all’Irlanda), con cui purtroppo non ci sarà alcuna sfida almeno fino al 2018. Eppure, come Jones ha sempre ricordato, il 100% di vittorie durante l’anno deve e dovrà essere soltanto il primo tassello nel percorso verso la Coppa del Mondo giapponese, al termine del quale il tecnico ha già annunciato il suo addio al XV della Rosa. Una decisione che in terra nipponica ammetterà automaticamente un unico risultato: la vittoria del titolo iridato. E nel frattempo i vari Ford, Farrell, Watson, Itoje, Kruis e Daly (e ne dimentichiamo qualcuno) avranno ancora il tempo di crescere ulteriormente.

 

 

Maro Itoje, direttamente dal futuro

Che il seconda linea di origini nigeriane fosse una promessa pronta a sbocciare era evidente, ma a partire dal Sei Nazioni (più precisamente dalla partita contro l’Italia all’Olimpico, giorno del suo primo cap) Itoje ha deciso di prendersi definitivamente le luci della ribalta, senza curarsi di fare troppo rumore per entrare in scena. L’impatto del classe 1994 sulla stagione dell’Inghilterra e dei Saracens è stato pressoché devastante. Dopo l’esordio, Itoje è sempre partito titolare con la sua nazionale (ad eccezione del test con il Galles, in cui era impegnato con il club) e ha sempre rivestito un ruolo fondamentale nello scacchiere di Jones grazie alla sua duttilità e al suo vastissimo bagaglio tecnico, che lo rendono capace di attaccare da ball carrier, di riciclare sfruttando le lunghe leve e, in difesa, di essere un mastino nel breakdown. Con i suoi Saracens poi non ha certo abbassato i toni: Man of the Match nella finale di Champions Cup e European Player of the Year, oltre al premio di rivelazione dell’anno ai World Rugby Awards. Ed è solo l’inizio.

 

 

La supremazia dei Saracens

Campioni d’Inghilterra e campioni d’Europa, con il bonus di aver vinto tutte le partite in Champions Cup (prima volta nella storia). In particolare, il Director of Rugby Mark McCall ha trovato la chiave per sfatare il tabù anche fuori dai confini inglesi, visto che negli ultimi tre anni i rossoneri erano arrivati due volte in semifinale e una volta erano stati battuti da Tolone in finale. Paul Gustard ha perfezionato un sistema tattico basato innanzitutto su una fase difensiva al limite dell’impeccabile (attualmente è la miglior difesa in Premiership e in Champions), dall’elevato tasso di efficienza e di aggressività e ribattezzata con il nome di Wolf Pack (branco di lupi), in cui i giocatori possono interpretare liberamente l’attacco avversario e, dunque, se salire velocemente o scivolare all’esterno. A questo va aggiunto la grande compattezza di squadra raggiunta dai Saracens, grazie alla quale ha dominato il rugby europeo e, stando alle premesse, si appresta a farlo di nuovo.

 

 

Connacht, perché il rugby è di tutti

Alzi la mano chi non ha sorriso per la vittoria degli uomini di Galway in Pro12. Vero che era l’anno del Mondiale, vero che molte squadre sono state senza gli internazionali per parte della stagione, ma resta il fatto che il successo di Connacht nel torneo celtico resta uno dei piccoli miracoli della storia del rugby. La confidenza di gioco messa in campo dalla squadra di Lam ha permesso di esprimersi in modo veloce, dinamico ed estremamente piacevole da vedere. Nel capitolo 2016, una pagina meritata è per Connacht.

 

 

Fiji, perché il rugby è anche vostro

Anche in questo caso, alzi la mano chi non ha sorriso per la vittoria delle Fiji al torneo maschile di rugby Seven ai Giochi Estivi di Rio. Un traguardo storico e amplificato dal fatto che quella è la prima medaglia a cinque cerchi in assoluto nella storia del paese, ed è arrivata sul palcoscenico più prestigioso e dal gradino più alto. Un capolavoro che porta la firma di giocatori straordinari e di coach Ben Ryan. I più forti e l’hanno dimostrato, reggendo la pressione di un appuntamento in cui tutti i riflettori ovali erano puntati addosso.

 

 

I Lions

Vero che hanno perso la finale contro gli Hurricanes, ma il 2016 è anche l’anno dei Lions, di coach Johan Ackermann e della coppia de Klerk-Jantjies. Capaci di proporre un rugby di movimento così poco nelle corde della palla ovale sudafricana, la squadra di Johannesburg si è guadagnata un posto in finale a suon di mete (81, primo posto nella speciale classifica) e spettacolo. Con la casacca Springboks gli stessi interpreti non hanno ottenuto il medesimo risultato e anzi è dovuto intervenire il vecchio Morne Steyn a togliere le castagne del fuoco. Segno che forse i Lions rappresentano un unicum non replicabile nel rugby Springboks.

 

 

Sudafrica

E a proposito di Sudafrica, il 2016 passerà alla storia come l’anno nero del rugby Springboks. Il Sudafrica chiude l’anno con 8 sconfitte su 12 partite totali, tantissimi problemi interni tra questione quote e allenatori che lasciano nonostante il terzo posto ai Mondiali e un gioco vuoto e senza identità. Perdere in un colpo solo Matfield, Pienaar, de Villiers, Burger, i du Plessis e du Preez ha avuto in effetto devastante nel gioco e nella leadership. E ora Coetzee (o chi per lui) deve ricostruire dalle macerie.

 

 

Il Board c’è e si muove

Nell’era del gioco iper fisico e veloce, dei ball carrier che corrono a tutta e degli impatti sempre più forti, World Rugby sta cercando di tutelare la salute e l’integrità dei giocatori in maniera sempre più decisa. Gli ultimi cambiamenti in ordine di tempo riguardano i placcaggi alti, ma anche nelle squalifiche post citazione è chiaro che l’intento di Board, leghe e federazioni va nella precisa direzione di salvaguardare (dove e come possibile) l’integrità dei protagonisti in campo.
A questo si aggiunge la probabile (stando alle parole) revisione della regola di tre anni per l’eleggibilità internazionale, tanto criticata dal vice presidente di World Rugby Pichot e dalle cosiddette Tier Two Unions, che devono fare i conti con il potere e fascino economico dei paesi maggiori.

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