Difendere per la gloria: come l’Italia del rugby ha annullato gli Springboks

Rovesciata, compatta, a uomo e anticipata: abbiamo analizzato la superba difesa degli azzurri a Firenze

italia rugby sudafrica nazionale

ph. Sebastiano Pessina

Italia e Sudafrica arrivavano alla sfida dell’Artemio Franchi in un momento molto particolare della loro storia (recente e non). Gli azzurri erano reduci dalla sconfitta contro gli All Blacks, al termine di una partita che ha spaccato in due i giudizi di appassionati ed addetti ai lavori: da una parte si accusava la squadra e Conor O’Shea di aver sbagliato completamente il gameplan e di non aver lottato fino in fondo, mentre dall’altra lo stesso allenatore, gli azzurri e una parte della critica ha difeso la nazionale, ricordando come l’avversario fosse la Nuova Zelanda e non – per l’appunto – degli Springboks in piena crisi. Dopo il brutto stop contro l’Inghilterra, l’emorragia sudafricana è proseguita anche in Italia e gli azzurri hanno trovato terreno fertile su cui costruire “la più grande vittoria nella storia del rugby italiano”, come l’ha definita Sergio Parisse in conferenza stampa. Il 19 novembre 2016 rimarrà marchiato a fuoco nei libri del rugby italiano, che potranno raccontare dei superbi ottanta minuti giocati dai ragazzi di Conor O’Shea, la cui impronta comincia ad essere evidente soprattutto nella fase difensiva, nella fase del breakdown e nella tenuta fisica lungo l’intero match, ovvero le tre aree in cui è stata confezionata l’impresa di Firenze.

 

I numeri

L’Italia ha avuto il 42% di possesso palla nel corso della partita ed è rimasta nella metà campo sudafricana per il 38% del tempo, a dimostrazione del fatto che O’Shea volesse far tenere il pallone in mano ai suoi il meno possibile, per poi cercare di concretizzare tutti i momenti positivi nel corso della gara e mettere pressione con il gioco al piede (26 i calci dell’Italia). Una strategia che inevitabilmente non ha pagato con la Nuova Zelanda (ma quale avrebbe potuto mai pagare?), ma che ha portato i suoi frutti contro una squadra spenta, sfilacciata e senza un’idea ben precisa di cosa fare con l’ovale in mano come il Sudafrica, capace di impensierire la retroguardia azzurra soltanto con le iniziative individuali di Le Roux, de Allende (5 difensori battuti a testa, due assist per il primo ed una meta per il secondo) e Combrinck. Nemmeno la pericolosità dell’estremo e del centro, tuttavia, ha permesso agli ospiti di sfruttare a pieno i buchi lasciati dall’Italia quando la difesa azzurra veniva colta impreparata (ed è successo: 20 i placcaggi sbagliati, di cui la maggior parte nel primo tempo). Alla lunga, sia le Roux, de Allende che Combrinck hanno però perso la loro verve e sono stati controllati più agevolmente dai padroni di casa; a quel punto, gli errori di handling e di trasmissione nella manovra sudafricana si sono moltiplicati (clamoroso quello dello stesso Combrinck nella ripresa; saranno 15 i turnover alla fine) e per la linea italiana è stato più facile del previsto tenere lontani gli avversari dalla zona rossa. Basti pensare che dal cinquantunesimo minuto in poi il Sudafrica non è mai riuscito ad entrare dentro i 22 italiani con la palla in mano. Altro che sofferenza.

 

 

Cassaforte? Abbiamo le chiavi per aprirla…

I primi segnali di una possibile impresa erano arrivati già nelle due azioni precedenti alla meta di Habana, derivata da un errore di posizionamento di McLean (salito troppo presto per anticipare) e dalla superiorità numerica venutasi a creare al largo grazie ai due decoy runner sudafricani. Prima, tuttavia, gli Azzurri avevano dato sfoggio di un’impeccabile organizzazione difensiva sulle rolling maul, che il Sudafrica ha provato a giocare per due volte consecutivamente tra il quarto e l’ottavo minuto. In entrambe le occasioni l’Italia ha rinunciato a contendere la rimessa laterale, ma ha immediatamente portato pressione con il pack non appena gli Springboks hanno provato a far partire il drive.

 

 

Togliere fin dai primi minuti una delle armi migliori all’avversario, soprattutto in un periodo di così scarsa efficacia offensiva nel gioco aperto per gli uomini di Coetzee, è stata una delle chiavi per acquisire ancor più consapevolezza nei minuti successivi. Gli Springboks hanno riprovato ad utilizzare la maul per andare in meta in uno dei possibili momenti di rottura del match, ovvero nell’azione immediatamente successiva al giallo comminato a Marco Fuser. Anche in quattordici, tuttavia, gli azzurri hanno mantenuto una grande coesione nel respingere il carrettino sudafricano, nonostante l’assenza di un ariete come il seconda linea del Benetton Treviso (enorme il suo lavoro oscuro, in particolare nelle pulizie dei punti d’incontro). Sarà una delle ultime occasioni pericolose create degli Springboks e, soprattutto, un altro importante tassello azzurro sulla strada verso la vittoria; da quel momento in poi da rimessa laterale gli Springboks creeranno solamente delle finte casseforti, con l’intento di attirare il pack una volta sceso il saltatore per poi far schiantare de Allende sul canale 10.

 

 

 

Marcare i ball carrier

Nel gioco aperto, invece, gli azzurri hanno dovuto fronteggiare l’altra fonte di grande pericolo tipica del gioco sudafricano: i pick&go, dove gli Springboks possono permettersi generalmente di scaricare sul campo tutta la loro potenza e le cariche degli uomini pesanti. Conor O’Shea e lo staff hanno organizzato la propria truppa in modo da annullare quasi definitivamente la superiorità fisica negli impatti dei Boks, ricorrendo ad una difesa sempre pronta a raddoppiare e a triplicare i ball carrier avversari   per togliere loro un tempo di gioco e la possibilità di conquistare la linea del vantaggio.

 

 

La grande capacità azzurra è stata quella di marcare ad uomo i giocatori più pesanti avversari, quelli addetti all’avanzamento: il portatore di palla sudafricano veniva messo nel mirino (nello screen numero 2 Quaglio si interessa dell’avversario e non dell’ovale) e intrappolato dalle maglie azzurre, che a quel punto potevano scegliere se aggredire il breakdown o riposizionarsi velocemente sulla linea. I tanti placcaggi in avanzamento hanno poi permesso di rallentare spesso e volentieri l’uscita del pallone dalla parte sudafricana, ad onor di cronaca non favorita da un Rudy Paige estremamente lento e insicuro nel ruolo di mediano di mischia.

 

difesa italia

 

Rovesciata

Sugli attacchi da prima fase, ed in seguito alle scelte avversarie di attaccare oltre la seconda/terza guardia, spesso gli Azzurri hanno eseguito la difesa rovesciata: gli uomini all’esterno salgono più velocemente con l’obiettivo di formare un imbuto in cui forzare il gioco togliendo opzioni al portatore. L’obiettivo era quello di non far correre negli spazi verticali due ali più veloci di Venditti e Bisegni, ma soprattutto mantenere l’ovale vicino al breakdown dove era oggetto delle cacciate a terra di Favaro e compagni. Fondamentale in questo tipo di lavoro è il timing di salita della linea: se è la spia a dettarlo con l’uscita forte dai blocchi, diventa essenziale il lavoro del primo e secondo interno per andare a coprire un cambio d’angolo o una sponda interna a quel punto più che probabile.

 

difesa rovesciata italia

 

Le spie

Oltre ad un’ottima (ma non perfetta, come in occasione della meta di Habana) difesa rovesciata, nei loro tentativi di allargare il campo gli Springboks hanno dovuto mettere in conto anche la grande aggressività degli azzurri nell’uscire alti a placcare il portatore di palla di turno. Quella delle spie è stata una novità introdotta da Conor O’Shea già dal tour nelle Americhe di giugno e sembra essere perfettamente cucita addosso ad un flanker come Simone Favaro, a suo agio nell’anticipare le ondate offensive e a bloccarle sul nascere. Per ulteriori informazioni chiedere soprattutto a Vincent Koch. Oltre al flanker dei Warriors, anche Giovanbattista Venditti sembra essersi ben adattato a questo tipo di difesa (di cui ci ha parlato anche a fine gara).

 

 

 

Note dolenti

Se nella propria metà campo e soprattutto nei 22 la difesa azzurra è stata aggressiva, efficace e praticamente perfetta, le maggiori difficoltà sono arrivate da situazioni apparentemente meno pericolose che si sono verificate in piena metà campo Springboks. In tre occasioni i placcaggi sbagliati hanno permesso agli ospiti di trovare il break profondo che li ha fatti entrare in piena zona rossa. Due di queste situazioni si sono verificate in situazione post calcio di liberazione azzurro, seguito dalla salita di una rete nemmeno in almeno una situazione troppo sfilacciata.

 

 

Daniele Pansardi
Roberto Avesani

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