Dall’era amatoriale all’Alto Livello giovanile: 26 anni di rugby con Stephen Aboud

Abbiamo intervistato una figura chiave della nuova pagina del movimento italiano. E si parte dal 1990…

aboud

ph. Sebastiano Pessina

Con una doppia laurea (matematica ed educazione fisica) e 26 anni di carriera nella federazione irlandese, Stephen Aboud è uno degli uomini chiave del nuovo progetto tecnico intrapreso dalla Federazione. Per la Irish Rugby Football Union ha ricoperto, tra gli altri, gli incarichi di Elite Player Development Manager, National Coach Development Manager e Head of Technical Direction. E ora dopo tanti anni ha scelto la strada azzurra per occuparsi di  formazione dei giocatori di Alto Livello giovanile sino all’Under 20, delle Accademie e della Formazione degli allenatori. Assieme abbiamo parlato dei tanti anni passati alla federazione irlandese e degli importanti successi raggiunti dentro e fuori dal campo, oltre alla nuova avventura che lo aspetta.

 

 

Il suo lavoro con la federazione irlandese è iniziato in epoca amatoriale. Cosa ricorda del momento di passaggio al professionismo?
Fu difficile, perché l’essenza stessa e la percezione del gioco erano direttamente coinvolte. Fu un momento critico soprattutto nell’Emisfero Nord, dove si pensava che questo passaggio intaccasse i valori stessi del gioco. Sotto l’Equatore era invece diverso: il rugby era molto forte, radicato e non era uno scandalo accettare soldi per praticarlo. Ma la transizione è avvenuta in modo rapido, dal giorno alla notte. Ti svegli una mattina e devi muoverti immediatamente per far sì che non cambi la gestione dei tuoi assets.

 

 

Come si mosse la federazione irlandese?
Devo dire che come federazione abbiamo agito in modo molto accurato. Il grande vantaggio è stato capire che era qualcosa di inevitabile e con cui il movimento doveva fare il prima possibile i conti adeguandosi di conseguenza. Irish Rugby ha riconosciuto cosa stava accadendo e si è mossa di conseguenza per assicurare il controllo centrale sulle quattro province. Persone come Mike Miller, poi CEO dell’International Rugby Board, hanno dimostrato grande senno e capacità di saper leggere la situazione.

 

 

Ciò vi ha permesso di avvantaggiarvi nella gestione del gioco?
Abbiamo centralizzato i contratti dei giocatori, un passo decisivo. In altri paesi come Francia e Inghilterra invece sono stati i club a muoversi prima delle rispettive federazioni, con tutte le conseguenze del caso.

 

 

La vittoria contro gli All Blacks ha radici molto lontane…
E’ come vedere un albero altissimo. Arrivi in un prato e vedi questa meraviglia, ma per capire il suo sviluppo dovresti aver visto tutto il processo di crescita nel passato. Nel 1992 abbiamo avuto per la prima volta l’idea della Player Academy: ero nel gruppo incaricato di sviluppare questo progetto e con me c’era anche Anthony Foley… Avevamo un programma e l’abbiamo portato avanti, in un periodo in cui ancora non potevi pagare i giocatori. Ma quello che bisogna capire è la consapevolezza con cui abbiamo preso la decisione dell’Academy: volevamo giocatori di successo per costruire i nostri successi.

 

 

Era l’idea giusta in un contesto come quello irlandese…
Il rugby è il quarto sport in termini di partecipazione e deve fare i conti con calcio gaelico, hurling e football. Il successo non deriva automaticamente dai valori della palla ovale, ma per la qualità di un lavoro che su quei valori fonda le proprie basi. Non abbiamo gli stessi numeri di grandi nazioni come Francia, Inghilterra e come le nazioni dell’Emisfero Sud: ma abbiamo sviluppato eccellenti programmi rivolti ad allenatori e giocatori. Oggi ci sono circa 130 giocatori professionistici e 100-120 circa coinvolti nelle varie Academy.

 

 

A differenza dell’Italia, le Academy delle quattro province formano giocatori poi in grado di esordire in Pro12 e oltre. In poche parole, prendono un atleta già formato e lo aiutano nel passaggio al professionismo. Prima un passo importante nella formazione avviene nelle scuole: basta pensare che dal Blackrock College sono usciti giocatori come Cullen, O’Driscoll. Madigan. E la finale del Leinster Schools Senior Challenge Cup riempie l’RDS…
E’ un sistema diverso. La cultura dello school rugby è molto forte e si basa su una solida tradizione. Anch’io ho frequentato il Blackrock College e lì la palla ovale è una religione. Né più né meno. Dal punto di vista sportivo queste scuole garantiscono una qualità molto più alta dei club: puoi allenarti con maggior frequenza, le strutture sono importanti, c’è molta competizione e si crea subito una forte cultura del gruppo.

 

 

Come è strutturato in Irlanda il sistema di formazione rivolto all’alto livello?
A 16 anni si gioca nelle scuole, a 18 parte l’identification process che permette di capire quali ragazzi hanno le potenzialità per entrare nelle quattro Academy delle province, dove restano tre anni. E lì si vede chi ha le possibilità di giocare con l’Under 20, in British&Irish Cup, in Pro12…E in caso positivo viene offerto un contratto professionistico. Sono due sistemi diversi: noi per esempio non possiamo offrire un contratto Academy a chi non ha ancora finito la scuola.

 

 

In Italia invece c’è un salto troppo alto tra Accademie e franchigie
Dobbiamo coprire il gap tra il momento di formazione nelle Accademie e il Pro12. Abbiamo già la soluzione esatta? No. Abbiamo capito che c’è un problema e non è un passo scontato.

 

 

Qualche giocatore dell’Accademia già ha assaggiato il Pro12…
In ogni gruppo di persone ci sono tre sotto gruppi: chi sta più in basso, chi in alto e chi può muoversi tra i due estremi. Il nostro compito è avere più giocatori possibili che rientrano in questi ultimi due casi e vogliamo essere sicuri che siano gestiti nel miglior modo possibile da ogni punto di vista, lavorando in sinergia con Accademia, Zebre e scuola.

 

 

Tra Accademia Nazionale, Zonali, Under 20 ed Emergenti, quanto è fondamentale il coordinamento tecnico?
E’ vitale. Usiamo la metafora della bussola: ognuno che si occupa della formazione dei ragazzi deve puntare nella stessa direzione. Se non siamo allineati allora arrivano i problemi. Serve comunicazione, coordinazione e stabilire una direzione tecnica comune.

 

 

Come si ottiene tutto ciò?
Il primo aspetto, fondamentale se non decisivo, è quello di rispettare la realtà dei principi del gioco. Poi possiamo e dobbiamo diversificarci a seconda del gruppo di lavoro, ma questo solo dopo aver rispettato i principi del gioco. E sono confidente, perché tutti coloro che ho incontrato condividono questa visione e vogliono rispettarla.

 

 

E questo è uno dei motivi per cui lei è qui in Italia. Posso chiederle perché ha lasciato l’Irlanda?
Da quando ho iniziato a lavorare con la IRFU ho ricoperto gli incarichi di Elite Player Development Manager, National Coach Development Manager e Head of Technical Direction. Credo che abbiamo costruito un sistema eccellente portato avanti da uno staff eccellente: abbiamo fatto un lavoro fantastico. Ora ho scelto una strada alternativa perché era venuto il momento di nuove sfide e questa avventura mi arricchirà ulteriormente. Negli ultimi due anni abbiamo battuto la Nuova Zelanda con la nazionale femminile, con l’Under 20 e ora con la maschile. Ma ciò che più mi rincuora è che mi lascio alle spalle uno staff con le giuste indicazioni tecniche: ho totale fiducia nelle loro abilità sia di rispettarle, che di apportare in futuro nuova creatività.

 

Di Roberto Avesani

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