La fuga dei placcatori all’estero: domande su Favaro e gli altri

Richiamare dall’estero i nostri giocatori e trattenere i più forti, questo il leit-motiv celtico. Rimasto sulla carta

ph. Sebastiano Pessina

ph. Sebastiano Pessina

Che cosa hanno in comune Simone Favaro, Peter O’Mahony e Iain Henderson? Poco. Non l’età. Simone è del 1988, O’Mahony del 1989 e Henderson del ’92. La nazionalità accomuna solo due di loro mentre il ruolo… ecco, il ruolo più o meno è quello per tutti e tre, anche se con qualche differenza visto che Henderson può giocare in terza linea come gli altri due ma all’occorrenza anche in seconda.
Però c’è un’altra cosa che li lega: ieri infatti sono stati annunciati i loro nuovi contratti per le prossime stagioni. Favaro a giugno lascerà il Benetton Treviso per giocare i prossimi due anni con i Glasgow Warriors mentre O’Mahony e Henderson hanno rinnovato i loro accordi con le attuali società in cui militano – rispettivamente Munster e Ulster – per cui giocheranno fino a giugno 2018.
Qual è il succo di tutto questo preambolo? E’ che federazione e province irlandesi si tengono i loro giocatori migliori e con le prospettive più interessanti, da noi invece vanno via. Che va anche bene, per carità, ma eravami rimasti al “siamo entrati in Celtic per far crescere i nostri giovani e richiamare in patria in nostri giocatori più forti”. Ma non è così, o per lo meno non lo è più.

 

Perché in effetti nella prima/seconda stagione dell’era celtica un po’ di giocatori che giocavano all’estero sono rientrati al di qua delle Alpi, agli Aironi soprattutto. Poi però le cose sono cambiate. Masi, Festuccia sono stati i primi, poi la scorsa estate c’è stata una specie di transumanza da Treviso verso l’Inghilterra: McLean, De Marchi, Barbieri, Rizzo, Cittadini e tutti gli altri.
Che – torniamo a dirlo – va anche bene (meglio: può anche andare bene), ma l’impressione è che alla base di questo mutamento di politica generale non ci sia stata una riflessione o anche una bruta contabilità dei pro e dei contro. Semplicemente è successo.
Quando Jonathan Sexton un paio di stagioni fa ha lasciato il Leinster per andare al Racing Metro in Irlanda ci sono state polemiche a non finire, un vero e proprio dibattito pubblico. L’IRFU ha incassato il colpo e poi deciso una strategia. Oggi abbiamo rinnovi importanti, Sexton che torna in patria con un anno di anticipo sulla scadenza naturale del suo ricchissimo contratto parigino e le partenze annunciate come quelle di JJ Hanrahan verso i Saints sono vissute come un mezzo fallimento.

 

Il paragone iniziale Italia-Irlanda è un po’ forzato, ci rendiamo benissimo conto che sono comunque due entità diverse con storia, cultura e capacità produttiva dei bacini non paragonabili (purtroppo) tra loro. Rimane però un fatto, e cioè che a Dublino si sa che cosa bisogna fare perché è stata fatta una riflessione a monte, si sono prese delle decisioni e si agisce di conseguenza senza tentennamenti o improvvise inversioni di rotta.
Che poi questa politica stia dando risultati anche sul campo è quasi secondario, nel senso che se gli esiti fossero stati negativi si sarebbe ragionato sul perché, si sarebbero apportati aggiustamenti e modifiche, anche nella composizione delle dirigenze coinvolte. La vera differenza sta nella chiarezza degli intenti generali e nella decisione nel perseguirli, intenti che possono anche creare frizioni tra i vari attori ma che alla fine trovano un compromesso, quasi sempre al rialzo.
Da noi invece le cose più che altro succedono, ci si scontra ferocemente ma poi non si cambia un granché e alla fine chi ha perso nella battaglia di turno non fa altro che aspettare di sgambettare chi lo ha battuto. Ci si fanno i dispetti. E così via.

 

Solo che così, alla lunga, non si va da nessuna parte. I giocatori migliori non hanno motivi di rimanere, che il richiamo dell’esperienza all’estero è professionalmente interessante e bisogna avere motivi anche extra-economici per poter trattenere il Favaro o il Campagnaro di turno (proprio questa mattina l’annuncio ufficiale del suo trasferimento a Exeter). Andrebbe quindi dato quantomeno merito a chi in diverse realtà per alcuni anni è riuscito a non far partire atleti che pure avrebbero avuto voglia di varcare i confini.
E sul campo? Le squadre che devono trainare il movimento hanno stagioni complicate, il nostro campionato nazionale, che ha inevitabilmente perso valore e intensità dopo l’ingresso nella Celtic League, produce poco e in ritardo rispetto agli altri domestic eccetera eccetera. La nostra nazionale maggiore ha difficoltà annose e quelle giovanili non stanno certo meglio (tanto per dire: ieri la nostra nazionale U17 ha perso 48 a 10 contro una “selezione delle Accademie del Nord della Francia”, ovvero una delle parti di quel paese con meno tradizione rugbistica. Magari è stata solo una partita storta, però…).
Da un punto di vista economico le nostre franchigie non possono competere con i club del Top 14 e della Premiership che sono in grado di offrire ingaggi che per noi sono impossibili da controbattere. Però quando uno dei nostri migliori giocatori decide (legittimamente) di andare in Scozia qualche domanda bisognerebbe porsela. La FIR, ovviamente, ma non solo. Tutto il movimento, che le responsabilità non stanno solo da una parte.

 

Il Grillotalpa

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