Avere 20 anni tra scelte, desideri e palle ovali. Che generazione è?

Andrea Cavinato ha più volte “sollecitato” i suoi giovani a non credere di avere tutte le porte aperte. Ne abbiamo parlato con lui

ph. Pino Fama

ph. Pino Fama

A questo articolo va fatta una premessa d’obbligo: i casi di Simone Ferrari e Filippo Buscema non sono il cuore di quanto qui abbiamo scritto. Diciamo che magari ci hanno dato la spinta a posare le dita sulle tastiere – assieme alla vicenda della cena di Brive per quanto riguarda Sarto, Chistolini e Ferreira – ma qui non trattiamo in nessun modo di quelle vicende in maniera specifica. Non conosciamo i motivi che hanno spinto il giovane pilone a lasciare Tolone questa estate dopo una manciata di giorni e non sappiamo le ragioni profonde che hanno invece consigliato all’apertura di dire addio al Mogliano dopo pochi mesi. Quindi qui non affrontiamo quei temi.
La domanda generale che ci poniamo è: esiste una sorta di problema-giovani, inteso come maturità e atteggiamento nei confronti delle difficoltà che è in qualche modo peggiorato (o forse più semplicemente mutato) nel corso degli anni? Risposte non ne abbiamo, non è facile darle. Ogni vicenda è una storia a sé e per una che finisce sui media per un comportamento che magari viene ritenuto discutibile ce ne sono diverse che rimangono nascoste. Senza contare le tante storie di “maturità” che ovviamente non fano notizia e che sono sicuramente la maggioranza.

 

Un problema però forse esiste circa un diverso atteggiamento da parte delle giovani generazioni e c’è chi in diverse interviste nell’ultimo anno lo ha più volte ricordato: Andrea Cavinato. Il coach delle Zebre ha sottolineato spesso che “ogni giocatore deve prima guadagnarsi il posto alle Zebre prima di pretenderlo in maglia azzurra. Lo dico perchè qualcuno arriva dalle Accademie e presume di avere la precedenza: sbagliato”. Questo il tecnico lo diceva ad ottobre, ma parole simili le avevamo sentite anche nei mesi precedenti.
Abbiamo perciò contattato Cavinato che tiene anche lui a precisare che il suo è in dicorso generale, senza alcun legame con caso contingenti di cui tra l’altro sa solo quello che è finito sulla stampa: “Dal mio punto di vista c’è un atteggiamento che in generale è cambiato. Non da parte di tutti i giocatori, ma da parte di coloro che non hanno ben chiaro cosa significhi essere un professionista e guadagnarsi il rispetto dell’ambiente. Questo è un problema che c’è sempre stato, non è una novità assoluta. O almeno c’è da quando esistono le Accademie, forse per una falsa convinzione di questi giocatori che le Accademie aprissero loro automaticamente chissà quali porte o percorsi. Intendiamoci, io penso che le Accademie aprano le porte ai giocatori, ma se poi i ragazzi non mettono del loro o non dimostrano di essere più forti degli altri è giusto che stiano in panchina”.

 

Quanto sono cambiati i giovani nel corso degli ultimi anni?
Il mio è un discorso generale, non legato a nessun caso specifico. Può succedere che un giocatore non si trovi bene con un allenatore o con un ambiente, col club o con i propri compagni e decida di rescindere un contratto, questo può succedere ed è sempre successo. Nel momento in cui però capita sempre più spesso con giocatori giovani magari anche loro dovrebbero porsi delle domande e mettersi in discussione. Cercare di capire se il problema è l’ambiente, l’allenatore oppure loro stessi.
Io ho portato parecchi giocatori a giocare in Eccellenza nel corso degli anni: Ghiraldini, Zanni, Nitoglia, Bernabò, Pratichetti, Minto, Alberto De Marchi, Giulio Rubini e altri ancora. Gente arrivata dalle giovanili o da altri club che con me ha iniziato stando in panchina, guardando le partite da fuori, e poi con il lavoro si sono meritati il posto titolare prima nel club e poi in nazionale. Lo stesso si può dire oggi di Vunisa, Haimona, Visentin, Bisegni, Padovani… Non bastano le qualità fisiche e tecniche, servono quelle morali per emergere come giocatore anche in un campionato di non alto livello come è oggi l’Eccellenza. Bisogna dimostrare di essere forti e non bisogna avere alibi perché sempre più spesso molti ragazzi di alibi se ne costruiscono un po’ troppi.

 

E’ una questione culturale o di educazione?
E’ una questione culturale, quella che io chiamo appunto la cultura dell’alibi: se gioco male è colpa del pallone che non era abbastanza gonfio, del passaggio che non era giusto o di qualità, perché non ho dormito bene… c’è una ricerca continua delle responsabilità altrui senza guardare se la qualità del loro gesto atletico, del loro allenamento o del loro impegno è stata all’altezza.
Se ti trovi davanti un giocatore più forte di te deve essere uno stimolo, non deve essere un presupposto per cambiare squadra. Devo avere la forza e la volontà di dimostrare all’allenatore che ha sbagliato e chi non ha questo atteggiamento non ha la possibilità di arrivare davvero nell’alto livello perché “non c’è” moralmente. La prima volta che ho parlato con Edoardo Padovani gli ho detto che lo volevo alle Zebre ma che avrebbe dovuto confrontarsi con gente più formata ed esperta come Haimona, Orquera, Iannone…  E lui mi ha risposto “questo per me è uno stimolo”, mi ha fatto subito capire che voleva davvero giocare a rugby e farlo nell’alto livello.
Sono generazioni cambiate, diverse da quelle che le hanno precedute, lo vedi dal comportamento che hanno. Dobbiamo farcene una ragione da un lato perché è normale che le cose cambino ma questo non vuol dire accettare passivamente il fatto che al primo ostacolo si prendano il diritto di cambiare squadra o di pensare che sia sempre colpa di qualcun altro.

 

Per chiudere una battuta sul caso Sarto/Chistolini/Ferreira…
Non mi ha stupito, mi ha intristito e amareggiato molto. C’è stata poca attenzione da parte loro, non è stata una cosa pensata o meditata… hanno fatto un grosso errore, poi se ne sono resi conto, hanno chiesto scusa ai compagno e allo staff, hanno scritto una lettera alla società. A parzialissima scusante va detto che avevamo fatto un viaggio davvero faticoso in bus, ci eravamo fermati a Lione per raccogliere i nazionali, tante ore seduti e forse qualcuno era più stanco e stressato di altri. Oltretutto da quest’anno c’è un codice di comportamento interno che è nuovo e c’è sempre qualcuno che alle novità reagisce con più lentezza di altri.
Ad ogni modo hanno fatto una cosa che non dovevano fare, hanno chiesto scusa, sono stati sanzionati accettando le conseguenze, questo è quello che conta. Spero non si ripeta più. I giocatori hanno diritto di sbagliare, l’importante è che lo sbaglio sia l’eccezione e che non diventi la regola.

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