L’Italia va a giocare a rugby: tra giovani, rose a metà e defezioni

Partono tutti i campionati e la palla ovale arriva al via ammaccata: Cus Brescia e le ragazze di Perugia lasciano. E a Prato…

ph. Sebastiano Pessina

L’inizio di una stagione sportiva, al pari della sua conclusione, è un buon momento per fare una piccola fotografia del movimento. Al di là dei numeri, dei bilanci che non sembrano più tornare e delle difficoltà di franchigie celtiche e nazionali, come si presenta al via dell’annata la palla ovale italica? Inevitabilmente ci sono luci e ombre, noi vorremmo focalizzarci su tre punti che non possono essere esaustivi ma sono comunque molto significanti. Uno è positivo, soprattutto in prospettiva, uno è negativo e un terzo è invece preoccupante.

 

Iniziamo dalle buone notizie: in Eccellenza tanti giovani e quasi tutti italiani
Dopo la presentazione del massimo torneo di Milano lo abbiamo letto più o meno ovunque sulla stampa italiana: nei primi anni 2000 “oltre il 50% dei giocatori a referto era di formazione straniera”, scriveva ieri il Corriere dello Sport che definisce “nefasta” l’epoca del Super 10. Sempre il quotidiano romano ci dice che quest’anno in tutto il torneo ci sono solo 20 ragazzi non eleggibili per la Nazionale e ben 127 su 300 sono nati dopo l’1 gennaio 1992 (Under 23)”. Tanti poi gli atleti che la scorsa stagione erano in Eccellenza e che oggi giocano in una delle due franchigie.
Per il movimento sono numeri che fanno ben sperare per il futuro, certo non è detto che nella quantità ci sia necessariamente anche qualità e bisognerebbe farsi qualche domanda sulla formazione tecnica che questi ragazzi hanno seguito, che il gap con i loro coetanei francesi, gallesi, inglesi, scozzesi e irlandesi è sotto gli occhi di tutti, ma il materiale umano c’è e non è poco. I numeri non possono non indurre all’ottimismo, ma da soli comunque non bastano.

 

La brutta notizia: il CUS Brescia si ritira e il Rugby Perugia abbandona il massimo campionato femminile.
Due defezioni delle ultime ore – confermate a OnRugby da fonti federali – che ci ricordano le difficoltà economiche e organizzative in cui versano tantissime nostre società di ogni categoria, che spesso rimangono in piedi solo grazie alla passione e al tempo che gli innamorati della palla ovale dedicano a questo sport. Intendiamoci, ogni storia fa caso a sé e non vogliamo accomunare la vicenda bresciana a quella umbra, ma sono comunque sintomi di un male diffuso. Negli ultimi anni ci sono stati troppi fallimenti, troppe storie anche prestigiose e importanti (i nomi Amatori Milano e Rugby Roma non dicono nulla?) che sono andate incontro alla parola “fine”. E sono troppi i club, anche nel massimo campionato, che vivono appena sopra alla soglia della sopravvivenza.

 

La notizia che preoccupa: i Cavalieri Prato
La vicenda del club toscano è una sorta di naturale prosecuzione e rappresentazione plastica di quelle difficoltà che abbiamo appena descritto. Sono almeno tre anni che la società vive una situazione economica che definiremmo quantomeno “compromessa”, di sicuro preoccupante e difficile. Quest’estate i nodi sono venuti tutti al pettine e senza il contributo ERC per la partecipazione alla coppa europea (Prato ha chiuso al sesto posto lo scorso torneo) i problemi tenuti nascosti con quella coperta negli scorsi anni sono esplosi.
La società si è iscritta per il rotto della cuffia ma quella è la cosa meno importante: ieri Onrugby ha avuto conferma da parte dello stesso club che i giocatori a oggi tesserati non arrivano a 30 compresi gli stranieri che raggiungeranno la Toscana nelle prossime settimane, Aaron Persico che arriverà a Prato tra fine ottobre e inizio novembre e Denis Dellan, che nella prima gara di Roma contro le Fiamme Oro in programma domani pomeriggio non ci sarà perché non ancora pronto fisicamente e che forse salterà anche la seconda giornata. Alla domanda se a Roma contro le Fiamme Oro ci saranno i 23 giocatori la società ci ha risposto con un laconico “speriamo”. Ricordiamo poi che i Cavalieri non hanno disputato neanche un’amichevole.
Il nostro applauso di sostegno non può non andare ai giocatori e al capitano Luca Petillo che è il primo a credere in un’avventura che si annuncia complicatissima. Però dirigenza e federazione ci lasciano in questo caso piuttosto stupiti. Molto stupiti.
La dirigenza perché non si capisce come possa affrontare una stagione con queste premesse, la FIR perché lo abbia permesso.
Si dirà che evidentemente i Cavalieri hanno saputo soddisfare tutti i requisiti minimi richiesti per l’iscrizione all’Eccellenza e indubbiamente è così, ma la FIR è anche l’organo di controllo e ci chiediamo se qualcuno si sia posto la domanda “come farà ad arrivare a fine stagione una squadra che a 24 ore dal calcio d’inizio del torneo non arriva nemmeno a 30 giocatori in rosa”. Il rischio di un abbandono anzitempo è altissimo, per non parlare del gap di preparazione rispetto alle altre squadre che sembrano partire tre o quattro passi davanti. Almeno.
Ribadiamo quanto scritto qualche giorno fa: la nostra speranza è quella ovviamente di essere smentiti dai fatti, ma non è che ci crediamo molto.

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