Pesca pacifica ed ex All Blacks isolani: è davvero questa la strada giusta?

La missione isolana della Federazione fa già molto discutere. E tira in ballo l’identità stessa del rugby azzurro

 

Premessa doverosa. Quando si parla di equiparati, doppi passaporti e quant’altro non ci si muove solo nell’orizzonte puramente sportivo. Si entra nel vasto e ben più scivoloso terreno nel quale si situa la società/comunità così come la stiamo conoscendo ai giorni nostri: globale, veloce e senza confini ben definiti. Ciò detto, sembra altrettanto doveroso chiedersi dove possa portare l’estremizzazione di due fenomeni che interessano il rugby, ma che trascendono i confini di Ovalia, e che in questi giorni sono stati oggetto di critiche e fonte di discussione. Stiamo parlando dei casi neanche troppo distanti tra loro della missione FIR nel Pacifico e degli ex All Blacks che potrebbero far capolino al Mondiale con una maglia diversa da quella tutta nera. Ma andiamo con ordine.

Rivolgersi in modo così apertamente esplicito a mercati che hanno tanta offerta e a poco prezzo, è lecito che possa provocare una reazione di sdegno. Nell’immaginario collettivo l’idea che potrebbe passare è quella del discount isolano, dove prendi tre al prezzo di due, e se nemmeno uno è buono pace e tutto come prima. Chi invece difende il progetto, porta ad esempio le molte altre nazioni di alto livello che già fanno qualcosa di simile: se lo fanno loro, why not? La questione è particolarmente delicata, e riuscire ad avere un’opinione precisa, che abbracci i molteplici aspetti chiamati in causa, non è facile. Su alcune cose possiamo però avere un’idea ben precisa.

Innanzitutto, un conto è far giocare con la maglia azzurra un Tommaso Allan, che il parente italiano ce l’ha, e un’altra prendere il primo isolano discreto di cento chili, portarlo tre anni in Italia e poi dargli una maglia azzurra, pretendendo che dia il cento per cento per quella maglia e per ciò che rappresenta.

In secondo luogo, una simile operazione rischia concretamente di gettare in ombra l’ambizioso e costoso sistema di Accademie e Centri di Formazione messo in piedi. Sì perché andare a questa pesca nel Pacifico sa un po’ di nascondere la polvere sotto il tappeto invece di pulirla, e un po’ anche di copiare i compiti appena prima di entrare in classe. Insomma, è l’extrema ratio, quella a cui ricorri quando proprio non vedi alternative. Vero che lo fanno anche Inghilterra e Francia, ma paragonarsi sul piano della formazione a queste due Federazioni è da visionari, e non si può certo dire che quell’alto livello si alimenti solamente di equiparati e isolani anglo-francesizzati. Se proprio dobbiamo copiare qualcosa da loro, perché non gli prendiamo qualche allenatore, perché non gli copiamo le strutture dirigenziali, perché non gli copiamo la cifra ogni anno destinata alla base? E siamo davvero sicuri di avere le competenze per eseguire sui giocatori isolani quel lavoro di lima e sgrezzamento tecnico-tattico che tanti risultati sta pagando in Premiership e Top 14?

Infine, resta un dubbio che qualcuno prima o poi dovrà chiarire. Il viaggio di Griffen in giro per la Penisola alla ricerca di mediani italiani, perché a quanto pare dobbiamo avere per forza una mediana biologicamente italiana, non va forse in direzione terribilmente opposta rispetto a quello di Ascione e Checchinato nel Pacifico?

 

Leggermente diverso, poi, ma altrettanto sintomatico è il caso degli ex All Blacks che sfruttando il regolamento IRB potrebbero partecipare ai prossimi Mondiali con un’altra nazionale. Vero che in questo caso si parla per lo più di giocatori di origine isolana per parentela, ma cosa ne sarebbe se davvero con l’Inghilterra giocasse McAlister e con la Francia Steffon Armitage? Fino a prova contraria, al Mondiale si scontrano nazioni, sistemi ovali, identità, modi di concepire, vivere e gestire il rugby. Vero che in molti sport si sta andando verso un livellamento del modo di giocare e stare in campo (basta pensare alle squadre extraeuropee allenate da allenatori europei agli ultimi Mondiali di calcio), ma è innegabile che un simile regolamento mina le basi su cui questo sport si è da sempre fondato: lo scontro tra due squadre, certo, ma anche tra due nazioni, tra due popoli, tra due culture.

Con questo non si vuole assolutamente mettere freno a cambiamenti più grandi del rugby stesso, e nemmeno rimanere ancorati ad un’idea di palla ovale anacronistica e datata. Semplicemente, sottolineare che con questi regolamenti su equiparati ed eleggibilità si sta forse andando nella direzione sbagliata. O forse in quella giusta, ma con troppa velocità e rischiando pertanto di deragliare alla prima curva.

Di Roberto Avesani

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