L’infinita guerra gallese mette Sam Warburton nel limbo

Il contratto centralizzato firmato dal giocatore diventa una trappola fino a quando regions e WRU non faranno pace

COMMENTI DEI LETTORI
  1. Mr Ian 13 Luglio 2014, 11:50

    La wru forza le franchigie a trovare un più solida e comprovata autonomia economica, ovvero devono essere loro i primi a riempire gli stadi, ed effettivamente le franchigie gallesi negli ultimi tempi non è che avessero così i conti apposto, Scarlets in primis…
    Da quest anno però visti i nuovi contratti televisivi e di sponsor, le franchigie stanno lavorando per cercare di iniziare al meglio il nuovo anno, ovvero vendere più abbonamenti possibili e mettersi in mostra a livello nazionale ed internazionale. Ovvio però che la wru deve essere conscia che cmq le 4 regioni non potranno mai attrarre un milionario, insomma Llanelli, al di là della storia ecc, non è Tolone, il mare del Galles non è la costa Azzurra. Per cui l aiuto economico deve esserci a prescindere. Inoltre la riformulazione dei campionati gallesi è una vera pazzia!!! La nuova formula rischia di stagnare il rugby gallese, sia da un punto di vista sportivo e motivazionale.
    L’accordo si farà, le regioni stanno attingendono a tutti i loro fondi, anticipando i bilanci, però è ora che la pace arrivi. La wru non ha così ragione da vendere poi, non basta solo riempire il Millenium Stadium…

  2. Alberto da Giussano 13 Luglio 2014, 13:19

    [email protected]
    ( se hai voglia di leggere, ti lascio alcune note su come la penso sulle questioni per le quali, secondo me hai equivocato il mio pensiero)

    Ogni bambino, in ogni paese del mondo può giocare a rugby.
    Il fatto che diventi più o meno bravo o un campione dipende da tre fattori.
    1) Le sue abilità psicomotorie
    2) Le sue qualità agonistiche
    3) Il condizionamento ambientale
    Le prime due sono assolutamente personali, appartengono all’individualità di ognuno e si catalogano sotto la voce “talento e/o classe.”
    La terza, il condizionamento ambientale, è tutto cio si può fare per favorire lo svilupparsi delle prime due.
    Questo, ovviamente, per tutti gli sport.
    Lo sport ( e quindi il rugby) è una disciplina che si impara attraverso una didattica specifica e i meccanismi mentali attraverso i quali un individuo la apprende sono gli stessi attraverso i quali apprende tutte le altre discipline e i condizionamenti ambientali sono determinanti nello stabilire il punto di partenza in cui applicare la didattica. Se sono di fronte a una popolazione di analfabeti non comincerò dalla filosofia aristotelica , ma dall’abecedario.
    Nello specifico del rugby, in Italia, è praticamente impossibile parlare di dididattica prima dei 12/13 anni.
    Non solo, in Italia, i ragazzi più dotati , relativamente ai punti 1 e 2, incontrano prima altri sport.
    Esempio: a 13 anni una ginnasta sa già eseguire ogni tipo di esercizio al corpo libero, un nuotatore sta in acqua già da 6/7 anni, un calciatore ha già 6/7 anni di scuola calcio alle spalle e un giocatore di pallacanestro almeno 3/4 anni di minibasket, ergo il rugby, al momento, sta indietro.
    Per di più la capacità e la velocità di apprendimento decrescono con l’aumentare dell’età.
    La svolta professionistica nel rugby, degli anni ’90, ha ancor più acuito questo limite ambientale italiano nei confronti dei nostri competitors anglosassoni. Ed il fatto che noi abbiamo sempre meno atleti di caratura internazionale ne è la prova . Al contrario, i nostri competitors, hanno fioriture continue di talenti, ma non perché hanno allenatori migliori, ma perché hanno un condizionamento ambientale superiore, riescono cioè a parlare di rugby con i ragazzi a partire da 5/6 anni.
    Avere nelle accademie giovanotti prestanti che hanno visto il loro primo pallone ovale a 12/13 anni significa partire con un gap di 5/6 anni di ritardo rispetto ai pari età inglesi o sudafricani. Ed è un gap irrecuperabile.
    Sarebbe come se Vanessa Ferrari avesse imparato a fare il salto mortale a 12 anni anni invece che a 6/7. Non avrebbe di certo, potuto vincere il campionato del mondo a 16 anni.
    Chi oggi ritiene che il gap con gli anglosassoni dipenda solo dalla scarsa qualità dei tecnici italiani delle accademie e che basti portare in italia 15/20 tecnici neozelandesi per risolvere il problema della crescita del rugby in Italia compie un errore di valutazione madornale. Io ho visto qualche mese fa, Italia – Inghilterra U20 a Calvisano ( 68-3 per gli inglesi).
    Se 15/20 punti sono da addebitarsi alla maggior abitudine degli inglesi a scontri d’alto livello e alla loro capacità di giocare fin dal primo minuto a 100 all’ora ( gap quindi recuperabile) il resto della differenza del punteggio sta tutto nella diversa abilità e velocità con cui vengono giocati i fondamentali. La loro superiore abilità e “expertise” non proviene da allenatori migliori, ma da un maggiore vissuto di anni di apprendimento e pratica dei fondamentali ( almeno 5/6 anni in più rispetto ai nostri)
    Un ultima cosa. Allenare i talenti (anche rugbistici )è la cosa più facile del mondo . Il rugby non è diverso dal le altre discipline. Se tu hai un allievo che impara tutto e in fretta è una soddisfazione insegnare. Il compito della didattica ( e quindi del’insegnante e dell’allenatore) è quello di studiare metodologie per elevare le capacità di apprendimento della media degli studenti, non del superdotato. Quello si arrangerà sempre. Quando tu hai un talento vero nel gruppo, non è difficile sapere cosa fare, sarà lui che te lo indica. Ciò che è difficile è creare gruppi in grado di avvicinare il livello medio dei ns. competitors. E il nostro livello medio è, invece, in fase discendente.
    Tornando a Tommy Benvenuti, per esempio, è sbagliato coccolarlo ( poverino avrà trovato un ambiente difficile, degli allenatori che non lo capivano, ecc.), semplicemente non è un fuoriclasse internazionale.
    In Italia e a Treviso primeggiava, a Perpignan ha trovato gente che esegue i fondamentali del suo ruolo meglio e più velocemente di lui. Eppure, lui , a Treviso, ha avuto un allenatore sud africano!!.
    Ora io non nego che sia meglio avere allenatori bravi che scarsi e che, in linea di massima , un allenatore anglosassone ha più occasioni di crescita e conoscenza che uno italiano, ma ritenere questa la partita decisiva del rugby in Italia è agire alla stessa stregua di chi guarda dito di colui che indica la luna.

    • Stefo 13 Luglio 2014, 14:20

      Cia AdG personalmente sono abbastanza d’accordo con te, pero’ mi sembra minimizzi eccessivante il valore della qualita’ dell’insegnamento che e’ formato da due cose: qualita’ dei formatori in eta’ giovanile e rilevanza per la crscita del giocatore di quello che viene insegnato.
      Puoi anche avere i ragazzini sotto i 12 anni ma se chi forma non e’ bravo e non insegna ai ragazzi gli skill o fondamentali rilevanti per la formazione di un buon giocatore di rugby resti indietro ugualmente.
      La riforma della formazione in Italia per questo e’ fondamentale, sia per i motivi che dici tu sia per la qualita’ dei formatori e del “programma” su cui si lavora.

      • Alberto da Giussano 13 Luglio 2014, 14:30

        Hai ragione. Le due cose vanno di pari passo. Non possono essere distinte. Spesso però si cerca la fuga per la tangente, pensando che in fin dei conti, basta trovare 7/10 buoni tecnici e il gioco è fatto!

    • rango 13 Luglio 2014, 17:44

      Ciao Alberto da Giussano.
      Una domanda semplice a cui basta una risposta semplice (si/no):

      hai dati precisi sulla base dei quli sostenere che i ragazzi della nostra U20 hanno 6 anni di vissuto rugbistico in meno dei loro coetanei che li hanno battuti così nettamente?

      Se si, ti è possibile renderli pubblici? Sarebbero molto interessanti.

      Grazie
      Marco

      • Alberto da Giussano 13 Luglio 2014, 17:51

        Basta controllare la data del primo tesseramento. Se realmente ti interessa e hai dei dubbi seri che sia così, ti posso fare lo screening atleta per atleta.

        • Alberto da Giussano 13 Luglio 2014, 18:12

          Aggiungo. Logicamente io non conosco il vissuto di tutti gli u20 inglesi, so per certo che dalla 1a elementare hanno in mano il pallone ovale ( come pure i Gallesi, gli Irlandesi, gli Scozzesi, i Sudafricani,i NZ, gli australiani).

  3. Andrea B. 13 Luglio 2014, 14:50

    @Alberto, commento molto interessante ed ampio. Premesso che sono d’accordo sulla tua idea di “sfondare” nelle scuole, per fare propaganda si intende, perché squadre scolastiche di rugby a iosa non ne vedremo mai, più che sulle mancanze degli allenatori italiani parlerei un po’ della concezione generale del minirugby e sulle direttive federali a riguardo. Il minirugby “gioco” e senza ruoli è utile? Ci sono in giro parecchie under 8 ed under 6, quindi i bimbi iniziano non certo tardissimo, non sarà che è un’assurdita’ non calciare fino in under 12? Non sarà discutibile che ancora in under10 le direttive dicono che ( a quanto mi è stato riferito) non si deve giocare alla mano ed aprire il gioco ma fare a cornate a testa bassa? Ovvio che poi devi fare il “progetto apertura” da grandi se non hai una base di bambini ed adolescenti che sanno calciare e passare la palla più che bene.

    • Alberto da Giussano 13 Luglio 2014, 15:06

      Io credo che sia la strada giusta. Resta ancora, cmq, un grosso problema che tu hai accennato. La didattica.
      Il minibasket ha un “decalogo” pubblico basato su di uno studio del 1981 del prof. Maurizio Mondoni aperto e ogni anno rivedibile.
      Alla base del progetto minirugby dovrebbero stare gli stessi concetti ludici basati sullo sviluppo dei fondamentali, il tutto teso a far appassionare i ragazzi al rugby.

      • Andrea B. 13 Luglio 2014, 15:38

        A me pare che con il sistema attuale i fondamentali come passare e calciare vengano insegnati tardi…però sono solo un appassionato, ex giocatore ( molto poco) e papà di un bambino che va a minirugby…gli allenatori fanno saltare due allenamenti all’anno alla squadra per andare a sentire il verbo di Ascione a riguardo, quindi lascio campo libero agli esperti…

        • Mr Ian 13 Luglio 2014, 18:28

          Non sono necessari i numeri, basta vedere i mondiali U20, come giocano gli altri e come giochiamo noi. Se servono i numeri, basta vedere quanti giovani nella celtic ogni anno debuttano nel campionato e poi regolarmente la stagione successiva te li ritrovi in rosa.
          I risultati che raggiungono i nostri U20, all estero vengono raggiunti intorno ai 14-15 anni, questo è il gap con il rugby che conta.

  4. fracassosandona 14 Luglio 2014, 00:17

    Fossi la wru lo manderei alle zebre…

    In veneto siamo pieni di under6 ma vanno convinte le madri, non i figli…
    Una cosa è lavare una divisa da minibasket, altra cosa vedersela con il fango su di una muta da rugby… una cosa è sapere il tuo cocco al calduccio, altra accompagnarlo a prendere freddo e magari anche qualche brutta botta.

    • Alberto da Giussano 14 Luglio 2014, 06:04

      Questo, che tu accenni, è l’aspetto sociale del problema .Altrettanto importante. I Francescato erano in 5 fratelli, i più piccoli andavano al campo con i più grandi. Ora le famiglie sono composte da un figlio solo,
      – che viene accompagnato a scuola tutte le mattine, perché da solo è pericoloso,
      – che si piazza davanti alla tv o al videogame per pomeriggi interi
      -che non gioca più in cortile o per strada e quindi il suo deficit motorio di base aumenterà rispetto a quello di suo padre, che invece tutti i giorni andava all’oratorio o giocava per strada.
      -ecc.ecc

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