Il mio Galles, le Zebre e il cruccio-nazionale: intervista a Tito Tebaldi

Un momento di forma splendido, un inizio di stagione davvero importante con una maglia pesante. Eppure…

ph. Alessandra Florida

Una intervista pianificata da giorni che “casca a fagiolo” grazie a un fatto di cronaca. La mancata convocazione di Tito Tebaldi per i test-match della nazionale azzurra di novembre rende il nostro colloquio con il mediano di mischia italiano accasatosi agli Ospreys un po’ più pepato.
Tito è in gran forma, sorridente e di buon uomore nonostante il dispiacere e nella nostra chiacchierata via skype non polemizza mai: difende le sue ragioni, non ha difficoltà a dire che non capisce certe scelte, ma i toni sono sempre pacati.
Anche perché a Swansea sta facendo davvero un gran lavoro. E la nostra intervista inizia proprio da lì:

 

Sei arrivato a Swansea ormai da qualche mese, non poco ma nemmeno tantissimo: che bilancio dai finora alla tua esperienza gallese
E’ anche meglio di quanto mi potessi aspettare. Sono arrivato qui carico di ottimismo, con grande voglia e molto eccitato. Ho ricevuto una grandissima accoglienza da parte del club e dei compagni. Sai, mi trovo in una situazione che per me è inusuale: ho sempre giocato a Parma e dintorni, praticamente sempre in casa mia, e questa è la prima volta che mi trovo in un ambiente che è completamente “altro” per me, non mi sono mai trovato ad essere “quello nuovo” o addirittura lo straniero.
I primi tempi, quando non c’era ancora la mia ragazza, sono stati un po’ più duri ma ora mi sono perfettamente integrato e ogni giorno non vedo l’ora di andare al campo. Tutto benissimo.

 

Hai avuto anche la fortuna di essere fortemente voluto in Galles da un tecnico che ti conosce molto bene per averti allenato agli Aironi, parlo di Gruff Rees che lì a Swansea allena i trequarti. E forse il fatto di essere arrivato in un momento in cui uno come Rhys Webb è infortunato ti ha aiutato nell’inserimento, però stai giocando decisamente bene e riprendersi la maglia numero 9 sarà difficile per chiunque
Beh, lo scenario è un po’ diverso. Agli Aironi, in due anni, sono quello che ha giocato più partite, non dovrei forse essere io a dirlo ma ero uno dei punti fermi del gruppo. Qui è il contrario: i punti di riferimento anche per lo stesso Rees sono altri: Biggar, Bishop.
Sicuramente lui mi ha aiutato moltissimo e l’infortunio di Webb è un dato importante ma c’è anche il giovane Tom Habberfield che è nel giro della nazionale e proprio l’altro giorno ha ricevuto il kit del Galles, è poi arrivato il nazionale canadese Phil Mack che non vuole certamente fare il turista… Tutta gente che si impegna a fondo e che vuole giocare, un po’ di bagarre c’è.
Ovviamente nulla toglie che se gioco male vado fuori in un attimo.

 

Come abbiamo scritto anche ieri l’impressione che abbiamo noi di OnRugby è che tu sia maturato da un punto di vista mentale: sei decisamente costante, gli alti e bassi che caratterizzavano le tue prestazioni sembrano ormai un ricordo. Sei, in poche parole, più tranquillo e sicuro
Ci sono tante sfumature. A mio parere anche nel passaggio tra Aironi e Zebre c’erano stati dei cambiamenti: a Viadana mi sentivo più libero e mi prendevo più responsabilità. Magari sbagliavo anche di più. Sentivo anche più fiducia. Alle Zebre invece mi sentivo meno tranquillo. Qui è ancora diverso: ti danno tanti compiti, non è solo il passaggio o il calcio nel box, qui devi creare gioco e sai che se in un determinato momento di una partita non hai la “scintilla” puoi sempre contare sul tuo compagno vicino che lo farà per te. E’ un modo diverso di responsabilizzarti.
Ma è tutto ad essere diverso, c’è un cultura del rugby pazzesca, giocano tutti da quando sono ragazzini, la terza apertura degli Ospreys (Sam Davies, ndr) l’anno scorso è stato il miglior numero 10 tra gli under20…
C’è la consapevolezza di essere parte di un meccanismo che funziona alla grande e che prescinde quasi sempre anche dal protagonista di turno.

 

C’è da dire che giocare vicino a uno come Dan Biggar un po’ aiuta…
Sicuro, assolutamente. Senza nulla togliere a Luciano Orquera però. Qui chiunque sta vicino a te sai che può darti una mano: Biggar, Bishop…

 

Una domanda che si fa sempre a chi va all’estero: cosa hai trovato di diverso rispetto agli Aironi/Zebre che sono pur sempre – assieme a Benetton Treviso e Nazionale – il massimo del nostro rugby
Hai un’ora di tempo per la risposta (ride, ndr)? No, a parte gli scherzi, qui la vera differenza è culturale e si chiama appartenenza. Sono andato a Cardiff quando hanno giocato le Zebre e ne ho parlato anche con i miei vecchi compagni, soprattutto con chi come Ongaro o Perugini ha avuto esperienze all’estero.
Qui c’è storia e cultura. Zebre e Treviso non sono vere e proprie franchigie, gli Ospreys invece sì: ci sono 77 club e quattro province di zona che sono collegati a questa squadra. Questo significa che là fuori, anche in questo momento, ci sono ragazzi e ragazzini che stanno giocando e si allenano per prendere la maglia che oggi indosso io. Qui non c’è solo la pressione del giocatore che va in tribuna e che vuole andare in panchina o del panchinaro che vuole diventare titolare, qui c’è una vera pressione anche dal basso. A tutto questo aggiungici l’orgoglio verso la maglia e hai il risultato.

 

Ci sono anche differenze tecniche, immagino
Sì, certo. Qui però tutto è più visto come un lavoro: qui si usa il “corto ma intenso” che da noi non c’è. Arrivi, c’è la riunione tecnica, guardi dei video, poi vai ad allenarti e lo fai in maniera davvero intensa ma per non più di un’ora e mezzo, due ore. Poi ti rilassi, stai con la famiglia, una vita normale. Un lavoro normale, ecco quello che è, nessuna perdita di tempo.
Da noi ci sono allenamenti molto più lunghi, a volte senza nessun vero motivo, un sorta di allenarsi solo per allenarsi. Oppure portare i giocatori al campo anche quando non serve quasi si volesse giustificare il proprio ruolo. Senza un fine tecnico evidente, che magari non c’è nemmeno.

 

ph. Luca Sighinolfi

Veniamo alle “note dolenti”. Iniziamo da lontano e cioè dall’addio alle Zebre. E’ rimasta ancora dell’amarezza oppure non ci pensi più
Su questa vicenda vorrei fare un po’ di chiarezza. Io non è che sono scappato dalle Zebre o me ne sono andato sbattendo la porta. Semplicemente avevano delle idee diverse dalle mie sul futuro: mi consideravano un po’ il secondo di Alberto Chillon – anche se poi i miei minutaggi e i suoi si equivalevano, più o meno – e volevano proseguire su questo sentiero legittimo. Io la vedevo diversamente e mi sono dovuto cercare un’altra squadra, ma sono cose che capitano, non c’è stata nessuna tensione tra me e la società. O stavo lì a fare panchina o dovevo cambiare aria, come succede normalmente.
Roberto Manghi lo conosco da sempre ed è stato il primo ad augurarmi buona fortuna. Diverso è il discorso di Gajan, al quale evidentemente non piacevo molto: tutti gli allenatori hanno le loro idee e dai giocatori vogliono determinate cose, ruolo per ruolo. Io non rispecchiavo i suoi parametri e ognuno ha fatto le sue scelte che così non si poteva andare avanti, ma siamo professionisti. Mi sono lasciato benissimo.

 

E ora come le vedi da fuori le Zebre?
Sono andato a Cardiff, come ti ho detto prima. Sai, il primo anno è stato difficilissimo, anche rispetto agli Aironi dove c’erano anche più possibilità economiche. Questa è una società nata in fretta e furia, messa in piedi in un paio di mesi, non potevano esserci dubbi sul fatto che lo scorso anno sarebbe stato complicato. Quest’anno con un po’ più di tempo ci si aspettava di più e mi pare che la strada sia quella giusta.
Io non conosco Cavinato, non l’ho mai avuto come allenatore, e forse mi aspetterei un utilizzo di giovani maggiore.  Ragazzi che alle Zebre ci sono già e che hanno anche una qualche esperienza. In una realtà come quella delle Zebre forse bisognerebbe fare come fanno qui. Prendi ad esempio Ryan Jones, che qui è un idolo assoluto: lui serve moltissimo negli allenamenti per dare l’esempio e per “passare” insegnamenti, poi in gara viene usato solo quando è necessario, quando serve molta esperienza, altrimenti si predilige mettere minuti nelle gambe ai più giovani. Alle Zebre gente come Ferrarini, Odiete, Cattina dovrebbero avere più spazi.

 

Capitolo nazionale. Sei amareggiato per la mancata convocazione per i test-match di novembre? Ci speravi?
(Tito fa una faccia che vale più di mille parole, ndr) Sì, ci speravo. E’ difficile per me parlarne perché è il mio caso e forse dovrebbero essere gli altri a dirlo, ma non riesco a capire come sono fatte in generale le selezioni. In maniera più cinica: pensavo di poter rientrare questa volta perché c’è un mediano di mischia infortunato, io che vado all’estero e mi metto in gioco in un club importante dove gioco, vinco, man of the match, mete… pensavo che funzionasse così.
Poi, a guardare bene, forse funziona così: Tommy Benvenuti è andato all’estero, gioca ed è stato richiamato anche se era un po’ uscito dal giro. Mirco non è stato convocato, però quantomeno è stato invitato a fine settembre a Milano per la due-giorni con Brunel. Più che altro non so cosa potrei fare di più…

 

Noi riteniamo che avrebbero dovuto chiamarti, ma facciamo l’avvocato del diavolo: e se Brunel avesse pensato “Tito sta giocando bene ma alla fine è solo un mese, un mese e mezzo che lo fa. Voglio vedere se si conferma e al Sei Nazioni…”? Ti sembra plausibile? Tenendo conto che probabilmente il ct spera di avere di nuovo a disposizione Gori magari già dopo l’Australia.
Ho letto che Brunel ha detto che l’ossatura per i Mondiali già c’è e che non sono poi molte le posizioni “aperte”. Però poi rifaccio l’esempio di Benvenuti (tengo a precisarlo, dice Tito: non ho nulla contro Tommy, è solo un caso come un altro) che ormai era abastanza fuori dal giro più importante e a Treviso non giocava, va in Francia e viene subito richiamato. Ha forse giocato qualche partita più di me perché il Top 14 è iniziato prima, però… Cioè, stiamo parlando della nazionale, dove non dovrebbe giocare chi è più forte ma chi è più in forma nel momento in cui ti serve.
Il succo è che non capisco, non posso entrare nella testa di Brunel. Mi piacerebbe sapere perché, ma è così e lo accetto: io qui ho già i miei obiettivi, voglio giocare sempre e voglio vincere. La nazionale è un di più che pensavo venisse un po’ da sé, se uno gioca tanto e bene… Ma forse sono fin troppo romantico. Di certo continuerò a dare il massimo per gli Ospreys, sono dispiaciuto ma non mi abbatto. Anzi.

 

Facendo un rapido giro nel web dopo la diffusione delle liste dei convocati ci si imbatte in una vox populi che ti vorrebbe punito per l’addio alle Zebre…
No, non è vero. Non penso proprio. A questa cosa non voglio credere. Intanto sgombro il campo da ogni equivoco: nel mio contratto non c’è nessuna clausola che vieta le convocazioni della nazionale.
E se in Italia le convocazioni fossero “politiche” bisognerebbe ipotizzare che qualcuno che sta molto in alto possa aver detto qualcosa a riguardo… non è plausibile. Con le Zebre mi sono lasciato bene, se da un lato me ne sono un po’ andato dall’altro si può dire che loro mi hanno un po’ mandato via. Essere “puniti” in nazionale significherebbe essere mazziati e cornuti…

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