Dietro le quinte degli ultimi ottanta minuti di Super Rugby

Antonio Raimondi mette la finale del Super Rugby nel suo attento mirino per poi allargare la visuale all’intero torneo

ph. Nigel Marple/Action Images

 

Sabato al Waikato Stadium di Hamilton si celebra la finale del Super XV 2013. Chiefs e Brumbies si giocheranno il titolo di un torneo, che ha come al solito offerto grande spettacolo, ma non è stato particolarmente innovativo.

Tre delle quattro semifinaliste, Brumbies, Crusaders e Bulls, hanno giocato un rugby prevalentemente impostato sull’occupazione del territorio, mentre la quarta, i Chiefs, pur con la grande fama di squadra d’attacco, ha legato i suoi successi principalmente su una solida difesa.

Pur senza l’elemento importante dell’innovazione, il valore del torneo resta elevatissimo, rimanendo la palestra ideale per sviluppare il modello di giocatore adatto al rugby dei test match, come vedremo dal 17 agosto nel Rugby Championship che propone per il secondo anno il confronto tra Argentina, Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica.

 

Il gigantismo del Super Rugby che porta all’aggiunta continua di nuove squadre, rischia di far crollare il torneo. La battaglia tra le tre federazioni, unite per necessità sotto il Sanzar, è già iniziata perché nel 2016 inizierà un nuovo ciclo di diritti televisivi e di conseguenza è anche possibile proporre una nuova formula e il pericolo è di complicare ulteriormente una formula già abbastanza cervellotica. Inutile costruire ragionamenti su delle semplici speculazioni, quindi vale la pena restare legati a questa stagione, anticipando la finale tra Chiefs e Brumbies.

 

Ne abbiamo già parlato in passato, ma vale la pena ribadirlo prima di questa finale, il Super Rugby non mette sotto pressione i giocatori come accade nella Heineken Cup o nei campionati di Francia e Inghilterra. In poche ore sono stati venduti tutti i biglietti disponibili per la finale al Waikato Stadium. Sugli spalti dello stadio dei Chiefs ci saranno così venticinquemila spettatori, niente a confronto degli ottantamila per le finali che si giocano a Twickenham o allo Stade de France, così come ben inferiore è la pressione che arriva dall’esterno attraverso i media.

 

Che non sia stato un torneo ricco di innovazione, si ritrova collegando come nella settimana enigmistica, i puntini del tracciato dei Brumbies. Si inizia da Eddie Jones e dal titolo vinto nel 2001, poi bissato nel 2004 con la guida di Nucifora,  e si arriva all’attuale allenatore Jake White, campione del mondo con gli Springboks nel 2007. In mezzo c’è un po’ di tutto, ma principalmente la storia di George Smith. Per lui Eddie Jones ha inventato il ruolo che poi abbiamo chiamato di grillotalpa e dodici anni dopo il primo titolo, George Smith è stato protagonista del successo in semifinale sui Bulls. Contro la forza bruta dei Bulls ha opposto tecnica, astuzia e rapidità, vincendo la battaglia nel break-down. Il video della sua partita, andrebbe preso per far capire ai giovani l’arte del grillotalpa. Non sappiamo se l’idea di far tornare George Smith ai Brumbies, poi è stato richiamato anche in nazionale, sia stata di Jake White o di Eddie Jones, che lo stava allenando in Giappone, ma senza dubbio ha aggiunto valore e sicurezza nella direzione ad una squadra che poteva soffrire della sua stessa gioventù. Una bella complicità tra White e Jones, che già avevano collaborato all’epoca del mondiale 2007, che oggi continua e potrebbe portare ai Brumbies al terzo titolo.

 

I Chiefs sono però una bestia differente dai Bulls, con una competenza e un modo di giocare il break-down che costringeranno George Smith a cercare fino al fondo della sua scatola dei trucchi. Sam Cane, detto anche il prossimo Richie McCaw, rimane ancora in panchina, perché Dave Rennie ottiene più garanzie da Latimer, grandissimo protagonista contro i Crusaders.

 

Jake White ha semplicemente riadattato la sua formula vincente del 2007 ai tempi e al campionato, portando attenzione alle base costituita dalle fase di conquista e al gioco al piede, forse portato all’eccesso contro i Bulls, tanto che è sembrato addirittura sacrificato l’estremo Mogg, che ha enormi qualità di attaccante, che potrebbe sfruttare di più contro i Chiefs. I Brumbies hanno avuto pazienza contro i Bulls, non hanno abbandonato il piano di gioco, anche quando la partita sembrava ormai sicura nelle mani dei Bulls. Oltre che pazienti, i Brumbies sono stati anche fortunati o quanto meno sono stati sciagurati i Bulls, che hanno rifiutato di piazzare tre calci di punizione, negli ultimi dieci minuti.

 

La seconda finale consecutiva è pure un successo personale di Dave Rennie che ha dato ragione a chi l’ha preferito a Warren Gatland, quando la reputazione del coach dei British Lions era già consolidata, mentre la sua era ancora tutta da costruire.

La vittoria nel 2012 era stata timbrata come il successo di Sonny Bill Williams, ma dietro l’ingombrante figura del campione del mondo con gli All Blacks, c’è molto di più. C’è la sostanza di un’etica del lavoro e del valore del bene comune, che viene davanti all’interesse dei singoli. C’è un metodo di lavoro che cura il dettaglio e intuizioni tattiche, che mettono i giocatori nella situazione di poter sfruttare al massimo le proprie capacità. E’ il caso di Aaron Cruden, capace di vincere due volte su due, lo scontro diretto con la miglior apertura del mondo Dan Carter. Il merito Rennie lo divide naturalmente con il suo staff e in particolare con Wayne Smith, ma la gestione e l’indirizzo sono tutte frutto del suo modo di essere. Se George Smith nel 2001 era il giocatore che ha ispirato Eddie Jones nel sviluppare il gioco nel breakdown, Aaron Cruden è la musa per un nuovo modo di interpretare il ruolo di playmaker, in un periodo in cui le migliori aperture del mondo stanno faticando ad adattarsi alle nuove richieste del gioco. A proposito di aperture, Matt Tomua ha tutte le qualità per irrompere anche con i Wallabies, Quade Cooper e Ewan McKenzie permettendo.

 

Chi vincerà la finale? Favoriti sono i Chiefs, perché sulla bilancia del pronostico vanno pesate tante cose, partendo dalla condizione fisica e dalle possibilità di recupero. I Chiefs sono rimasti a casa nelle ultime tre settimane, mentre i Brumbies hanno fatto il viaggio Canberra-Pretoria-Canberra-Hamilton. Meno pesante di quanto non avessero fatto lo scorso anno gli Sharks, prima di giocarsi la finale con i Chiefs, ma pur sempre una bella fatica, che ha tolto anche tempo alla possibilità di lavorare sul campo. C’è poi il vantaggio di giocare in casa sempre in mano ai Chiefs. Sul piano tattico la partita potrebbe essere più equilibrata, anche perché non c’è un precedente diretto in questa stagione. Pazienza è la parola d’ordine per i Brumbies. Pazienza nell’applicare il piano tattico, come contro i Bulls, pazienza nel non prendere rischi troppo elevati e pazienza nel difendere. Per i Chiefs la parola d’ordine è accuratezza, nei set pieces, nel breakdown e nella gestione del pallone alla mano.

 

L’unica certezza è che sarà una partita spettacolare, com’è nella natura del Super Rugby.

 

Di Antonio Raimondi

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