Verso Italia-Irlanda con un trifoglio ricco di storie di rugby, papi e pornografia

Come spiegare al meglio cosa significa il rugby per l’Irlanda e viceversa? Ci pensa per noi Marco Pastonesi

ph. Sebastiano Pessina

Solo l’Irlanda del rugby è riuscita a riunire l’Irlanda del Nord e l’Irlanda del Sud in una sola squadra, a dare la stessa religione a cattolici e protestanti, e a rendere la Guinness l’inno nazionale.
Solo l’Irlanda del rugby ha avuto tante famiglie così unite dalla stessa passione. La famiglia O’Driscoll, per esempio. Frank, il papà di Brian, aveva giocato per l’Irlanda, e così anche Barry e John, i cugini di Brian. E se Geraldine, la mamma di Brian, non aveva giocato con la maglia verde del trifoglio, forse era solo perché ai suoi tempi la Nazionale non c’era. Però Geraldine era cosciente del valore del rugby e dell’importanza della famiglia. Tant’è che, dopo la partita in cui Brian segnò non una, e neanche due, ma tre mete alla Francia, nel Sei Nazioni del 2000, e quelle tre mete lo rivelarono al mondo, venne presentata così: “Lei è Geraldine O’Driscoll. Era la moglie di Frank O’Driscoll. Adesso è la mamma di Brian O’Driscoll”.
C’è da capirla. Soprattutto se si pensa a quanto è successo con il passare degli anni. Nel 2001 la Nazionale irlandese approfittò della partita a Roma contro l’Italia nel Sei Nazioni per rendere una visita al Papa. Ma O’Driscoll era infortunato, e rimase a Dublino. Si dice che, sul letto di morte, Giovanni Paolo II abbia espresso un solo rammarico: quello di non avere incontrato Brian.

 

Solo l’Irlanda del rugby affratella anche i fratelli. Come i fratelli McLoughlin: Ray e Phelim. Phelim era solito dire, con una certa modestia: “Tra me e mio fratello, quarantuno ‘caps’”. Senza entrare nei dettagli. Cioè: Ray quaranta, e lui, Phelim, uno.
Solo l’Irlanda del rugby ha potuto vantare un giocatore ottimista come Moss Finn. Nel Cinque Nazioni del 1982, il pullman degli irlandesi venne accolto dai tifosi francesi, a Parigi, fra i cori. Il più accogliente era: “L’Irlande est fini. L’Irlande est fini”. Finn si alzò, entusiasta: “Ragazzi, non è fantastico essere riconosciuti?”.
Solo l’Irlanda del rugby ha potuto vantare un allenatore coraggioso come Mick Doyle, lui che aveva descritto una vittoria 17-3 sull’Inghilterra nel 1993 come “un orgasmo lungo ottanta minuti”. La sua autobiografia venne recensita come “un buon manuale d’amore”. Doyle, un tipo intraprendente, telefonò al primo ministro irlandese e gli chiese di intervenire a una presentazione del libro, il primo ministro gli domandò di che cosa si trattasse, Doyle rispose: “Il 20 per cento rugby, l’80 pornografia”. E il primo ministro: “Le percentuali giuste”. E andò. A proposito di quel libro, e dei suoi contenuti sessuali: il più bel commento ricevuto, raccontava Doyle, era quello nato da una conversazione fra due donne. Una diceva all’altra: “Non capisco come si possa scrivere un libro come quello quando si è ancora vivi”.

 

Solo l’Irlanda del rugby ha potuto vantare un animale come Phil O’Callaghan, detto Philo forse perché, oltre che pilone, a suo modo era anche filosofo. Si racconta quella volta in cui, durante una partita, gli uscì una spalla. Il medico della squadra era Karl Mullen, ex capitano dell’Irlanda, poi ginecologo. Mullen avvertì O’Callaghan: “Io te la metto dentro, ma tu sentirai male”. Philo assentì, poi urlò come se fosse stato scuoiato. Mullen lo redarguì: “Dovresti vergognarti. Stamattina ho fatto partorire una ragazzina di sedici anni, e non ha fatto neanche un verso mentre tiravo fuori la sua creatura”. E Philo: “Avrei voluto sentire quella ragazzina se tu avessi tentato di rimettergli la creatura dentro”.
E io, quanto avrei voluto essere irlandese. Perché O’Paston mi avrebbe fatto sembrare un rugbista migliore di quello che sia mai stato. Però anche McPaston non sarebbe suonato mica male.

 

di Marco Pastonesi

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