Il Rwanda, il Congo e un’italo-gallese: echi di guerre africane e di palle ovali

Un hotel, un incontro fortuito e il rugby che prende il sopravvento sui rumori di guerra: il racconto di Marco Pastonesi

 

ph. Yael Glick, kulebaexchange.org

A un chilometro da Gisenyi, Rwanda, c’è Goma, Congo. Come dire che: a un chilometro da Gisenyi c’è esercito e ribelli, c’è mercanti e schiavi, c’è ricchezza e miseria, c’è echi di spari, voci di soldati, aria di agguati. A un chilometro da Gisenyi c’è la guerra. Ci ritroviamo a Gisenyi, nel giardino di un hotel, tra sole e lago, a un tavolo. Una donna, bianca di pelle, mora di capelli, ospitale di sguardo. Al computer. Legge, scrive, risponde. In inglese le chiedo se possiamo dividere la stessa presa di corrente. Mi risponde in italiano. Attacchiamo discorso. Si chiama Luciana Caffarelli, operatrice umanitaria, HelpAge l’associazione in cui lavora e che si dedica agli anziani, non a Gisenyi, ma a un chilometro da qui, a Goma. Dove la situazione, che già da anni era precaria e grave, adesso è precipitata. Raid, blitz. Sparatorie, ammazzamenti. Indigenza, impossibilità. Lei avrebbe voluto restare, ma è stata richiamata, obbligata a mettersi in sicurezza, prima qui a Gisenyi, poi nel pomeriggio, sfruttando un passaggio in macchina, a Kigali, la capitale del Rwanda, a un centinaio di chilometri da Gisenyi. Perché non si può rischiare. E qui il rischio c’è.

 

HelpAge ha la base a Londra, e la stessa base ha anche Luciana. Ma lei è gallese di un paesino con poche vocali, ma italiana di origini e ancora un po’ di lingua. Indossa una camicetta vagamente africana, magari comprata a Carnaby Street, pantaloni comodi, scarpe da ginnastica o forse sandali, non ricordo più, uno zaino a portata di spalle e i capelli al vento anche se non tira neanche un alito. Le attribuisco una stanchezza che si porta dietro da chissà quanti mesi, e da panorami poco turistici, e da lavoro di bassa manovalanza. Addosso, quella pulizia che solo un lavoro umano e umanitario sa regalare. Luciana mi racconta delle sue giornate, dei suoi compiti, del suo andare e venire, del suo fare e dare, del suo assistere e sistemare. E lo racconta con leggerezza. Là, a un chilometro da Gisenyi, vecchi sono considerati quelli oltre i cinquantacinque anni. Ad arrivarci. Perché l’aspettativa di vita non va molto più in là, e la vita aspettata era più pacifica, più affettuosa, più fortunata di quella capitata in destino. Qui, al confronto, è come villeggiare in un paradiso terrestre, nel giardino c’è perfino una gru coronata.

 

E tu?, mi fa. Giornalista sportivo, qui per ciclismo, ma altrove anche per rugby. Sapevo di centrarla. Luciana s’illumina, sente finalmente aria di casa, profumo di campi, respiro di avanti. Racconta che il papà, quando si tratta di calcio, fra Italia e Galles tifa italiano, ma quando si tratta di rugby, fra Italia e Galles si sente più gallese. Ricorda che i nonni, per la prima partita allo stadio, l’hanno portata a Llanelli, dove le tribune erano ancora – mica tanto tempo fa – in legno. Elenca generazioni di Williams e di Jones, di Evans e di Davis. Cita un episodio con Carwyn James e una meta di Gareth Edwards. Chiede dei test-match e del Sei Nazioni. Il rugby come patrimonio comune, come linguaggio universale, come album di famiglia. Il rugby come Skype, come Google Maps, come Wikipedia. Il rugby come motore di ricerca, come ricerca di archivio, come archivio della memoria. Il rugby come argomento di conversazione e conservazione, come istinto di conservazione, come scuola di sopravvivenza e di resistenza. Il rugby come voglia di vivere, di rivivere, di ricominciare. Il rugby come legame, come connessione, come salvagente. Il rugby come bandiera delle Nazioni Unite, come spirito olimpico, come Nobel per la pace. Il rugby a un chilometro da Gisenyi, Rwanda, dove c’è Goma, Congo. E la guerra.

 

di Marco Pastonesi

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